Quando la routine si spezza, nasce l'avventura. Un messaggio nato per caso. Una baita lontana dal mondo. Un pranzo di lavoro che cambia direzione. “Destinazioni impreviste” ti accompagna in un viaggio di emozioni autentiche, dove il corpo parla la lingua della libertà e l’imprevisto diventa occasione di scoperta. Lasciati sedurre da racconti intensi e profondamente umani. Per chi ama le storie vere, il coraggio di vivere e la passione che accende ogni confine.
La sveglia di Dario aveva suonato abbastanza presto, come da lui programmato. Sarebbe stata una lunga giornata con molte cose da fare.
Aveva mandato un messaggio ad Anita: “Buongiorno e … buona domenica.” Il riferimento a quanto sarebbe successo più tardi era abbastanza palese.
Anita aveva risposto con una combinazione di emoticon: risata + cuore + diavoletto.
Per prima cosa era andato in cucina con il portatile. Si era preparato una veloce colazione con una grande tazza di caffè, aveva aperto il computer e iniziato a mandare una serie di mail per preparare il suo ritorno in ufficio il giorno successivo. Aveva risposto a Baraldi, il suo AD, che aspettava da giovedì i numeri del trimestre. Aveva organizzato una riunione con il team vendite per il martedì. Aveva spostato al mercoledì una call con un cliente tedesco che aveva rimandato due volte. Aveva fissato anche un incontro con il capo delle risorse umane. Mezz’ora di lavoro, forse tre quarti.
Di solito il ritorno a Milano era un momento che aspettava: la scrivania, i numeri, il ritmo che conosceva a memoria. Questa volta aveva sensazioni diverse.
Poi era sceso nello scantinato. Aveva smontato tutte quelle cose che aveva aggiunto all’arredamento. Aveva preso in mano la corda con i nodi, aveva chiuso gli occhi e rivissuto quei momenti in cui lei passava da un nodo all’altro. La corda odorava ancora di lei, della sua figa. Aveva ripiegato le corde con cui aveva decorato il suo corpo mandandola a ballare così.
Aveva ripulito accuratamente la stanza e portato il tutto al piano superiore. Era andato in camera e aveva recuperato i giocattoli, gli oggetti, le cose che aveva preso per lei nel corso della settimana. Ogni oggetto che prendeva in mano restituiva qualcosa: un’immagine, un suono, il modo in cui lei aveva trattenuto il respiro. Il Flexer. Il plug. Lo spazzolino, ancora in fondo alla borsa. Sorrise, quasi senza volerlo.
Ma il collare lo fermò.
Lo tenne in mano più a lungo degli altri. Cuoio viola, la fibbia che conosceva a memoria ormai. Il ricordo dei suoi occhi mentre glielo faceva indossare per la prima volta era una cosa precisa, nitida, di quelle che non sbiadiscono. Non era il gesto in sé. Era quello che lei aveva fatto con gli occhi in quel momento: aveva smesso di essere una donna che accetta qualcosa ed era diventata una donna che sceglie. C’era differenza. Una differenza enorme. E lui se ne era accorto allora, e se ne accorgeva adesso, con quel pezzo di cuoio tra le mani, in una stanza che sapeva ancora di lei.
Depose il collare per ultimo, nell’angolo della borsa dove non avrebbe sfregato contro niente.
Era andato in bagno, si era fatto una lunga doccia, si era vestito ed era uscito deciso ad organizzare un po’ di cose.
Da un rigattiere aveva trovato un vecchio baule da viaggio con scomparti e cassetti. Perfetto per riporre tutte le cose che le aveva comprato, dalle corde ai giocattoli sessuali. Parlando con il proprietario del negozio aveva ottenuto anche il nome di un amico trasportatore con cui, assieme al padrone della villetta, aveva organizzato il ritiro del baule e dell’orsacchiotto lunedì in tarda mattinata, da consegnare al B&B di Anita.
Aveva guardato l’orologio e, visto che erano quasi le 14:30, aveva deciso di fermarsi per un pranzo veloce. Pescaíto frito e tinto de verano per non appesantirsi troppo. Parlando con il cameriere si era fatto raccomandare i migliori luoghi dove andare a vedere i fuochi.
Finito di pranzare era andato ad esplorare i vari luoghi che il cameriere gli aveva indicato. Aveva valutato anche la barca, sul fiume, ma conoscendosi non sarebbero più andati via da lì. Era arrivato al Puente de los Remedios e si era fermato a guardare il Guadalquivir. Il fiume era verde scuro a quell’ora, quasi fermo. Aveva valutato l’angolazione: da lì i fuochi sarebbero stati frontali, il ponte abbastanza affollato da renderli anonimi, il parapetto abbastanza alto da dargli copertura. Abbastanza. Inoltre ci volevano solo una quindicina di minuti a piedi dalla festa. Il ponte era la scelta giusta.
Aveva passato il resto della giornata a messaggiare con Anita, comunicandole di cercare di liberarsi ed essere pronta per le ventitré, in modo da poterla portare a vedere i fuochi.
Poi era tornato alla villetta. Aveva ricomposto gran parte della valigia con la solita precisione, ogni cosa al suo posto, controllando di non lasciare nulla in giro. Si era concesso una pennichella breve, il tipo di sonno leggero che conosceva bene, quello che non ti porta via davvero ma rimette in ordine i pensieri. Si era svegliato per tempo, aveva fatto una doccia, si era vestito con cura e si era diretto alla feria.
Anita era stata svegliata dal messaggio di Dario. Non aveva voglia di uscire da quel piacevole torpore e aveva risposto solo con tre emoticon. Chiusi gli occhi, aveva rivissuto a ritroso la settimana: dal momento di ieri sera in doccia, la gita ai Jardines, e poi piano piano fino al cavallo spagnolo, la serata al ristorante, a Felpudo, fino al loro primo scontro.
Con gli occhi ancora chiusi aveva lasciato scorrere le dita sul corpo. Qualche zona della pelle era ancora sensibile e sfiorarla era un piacere particolare. Le dita erano scivolate tra le sue cosce e la clitoride era ipersensibile. Dei suoi umori erano rimasti sulle dita e li aveva assaporati. Aveva sorriso pensando se lui avrebbe approvato.
Aveva abbracciato il cuscino, strofinandosi, immaginando fosse lui, la sua coscia o qualche altra sua parte. Il cuscino aveva lo stesso odore di sempre, di casa, di notti solitarie. Ma stavolta era diverso. Stringendolo aveva capito una cosa che non avrebbe saputo dire ad alta voce: non bastava più. Non bastava da martedì sera.
La mente non aveva potuto evitare di correre alla sera, alla promessa. Aveva dovuto fermarsi e stringere le cosce per non esplodere in un anticipato orgasmo. Non poteva, non voleva. Doveva essere suo.
Il pensiero era scappato al giorno successivo, a lunedì, quando lui sarebbe partito. Qualcosa si era stretto nel petto, un peso rapido e preciso, come quando sai già come finisce una storia ma ci sei dentro lo stesso. Non era tristezza esattamente. Era quella consapevolezza scomoda di chi ha assaggiato qualcosa di raro e sa che non può tenerlo, almeno non così, almeno non adesso. Lo aveva lasciato andare in pochi secondi, come aveva imparato a fare con tutto quello che faceva male. Aveva sorriso e le si era accesa un’idea: un regalo.
Aveva rimuginato scartando una serie di idee. Voleva qualcosa di speciale, qualcosa di unico, di suo ma anche di loro. Un ricordo si era insinuato tra i pensieri: qualcosa che la madre di Juanita aveva raccontato loro, qualcosa della tradizione popolare che, da ragazze, le tre amiche praticavano quando volevano conquistare qualche ragazzo.
Pigramente si era alzata ed era arrivata fino alla cassettiera. Amava il viola da sempre, e tutto quello che trovava di quel colore finiva lì dentro, conservato senza un motivo preciso, per il caso in cui potesse servire. Dopo qualche minuto di ricerca aveva trovato quello che cercava: un sacchetto di seta viola, ripiegato su se stesso, dimenticato chissà da quanto.
Poi era andata in bagno, aveva preso la forbice e aveva tagliato una bella ciocca di capelli. Tenendola in mano si era accosciata nella doccia e ci aveva urinato sopra, mormorando: “Yā ‘Arḍ, yā Umm, faz ke él vuelva. De mi agua, de mi pelo, de mi carne, lígalo. Faz ke vuelva.” Le erano tornate in mente esattamente le parole rituali che Amparo aveva insegnato loro. O Terra, o Madre, fa’ che lui torni. Con la mia acqua, con i miei capelli, con la mia carne, legalo. Fa’ che torni. Aveva scosso il grosso dell’urina, aveva infilato i capelli nel sacchetto e poi aveva legato il tutto al fiore di Jacaranda che aveva indossato la sera prima. Aveva preso un biglietto e la sua penna, viola, tanto per cambiare. Aveva scritto una semplice frase: “Para que no me olvides. Tu Anita”. Per non dimenticarti di me. Aveva infilato il tutto in una scatola che aveva chiuso con un nastro viola.
Aveva tenuto la scatola tra le mani un momento, soppesandola. Era piccola, quasi ridicola. Eppure conteneva qualcosa che nessun negozio avrebbe potuto vendere. Quella sera gliela avrebbe data senza spiegazioni, come si fa con le cose che non hanno bisogno di essere spiegate. Lui avrebbe capito, o non avrebbe capito. In entrambi i casi, lei lo avrebbe tenuto. L’aveva posata con cura in fondo alla borsa grande, quella che avrebbe portato con sé quella sera.
Soddisfatta, si era fermata davanti allo specchio osservando il proprio corpo. I segni delle frustate con i rami di ieri sera erano praticamente scomparsi. Solo i segni no, il ricordo era ancora fantasticamente vivido. Era entrata in doccia, si era presa tutto il tempo necessario per risvegliare il corpo e la mente. Aveva passato la crema con lentezza sulle zone ancora sensibili, un gesto di cura quasi rituale, un ringraziamento silenzioso alla pelle per quello che aveva sopportato e restituito. Si era profumata, vestita in tenuta da lavoro e si era unita alle amiche per la colazione, prima di riordinare tutto il B&B per l’arrivo dei nuovi ospiti.
Anita era entrata in cucina sorridendo, cosa che già di suo era particolare, mormorando un buongiorno che sembrava rivolto all’universo intero, invece del solito introspettivo mugugno. Aveva preso la tazza dal pensile, si era versata il caffè, quasi canticchiando, e si era appoggiata al bancone senza dire altro, sospirando mentre guardava le amiche senza guardarle, sorridendo.
Jimena l’aveva guardata. Poi aveva guardato Blanca, allargando le braccia in una richiesta d’aiuto. Blanca aveva sorriso, alzato le spalle, staccato le mani dalla tazza come a dire “cosa posso fare?”.
“Buongiorno,” aveva detto Jimena, con un tono leggermente aggressivo, nel suo stile.
“Buongiorno,” aveva ripetuto estaticamente Anita, senza rendersi particolarmente conto di quello che le stava succedendo attorno.
Poi aveva preso un pezzo di pane dal cestino, lo aveva inzuppato nella tazza e lo aveva mangiato in piedi, gli occhi persi da qualche parte oltre la finestra.
Blanca aveva posato la tazza. “Tienes los ojos de otra parte, tía.”
“Sto bene,” aveva replicato senza avere realmente ascoltato quello che l’amica aveva detto.
“Non ha detto che stai male,” aveva fatto Jimena. “Ha detto che sei altrove. Che è diverso.”
Anita aveva finito il caffè. “Dai, abbiamo le camere da fare.”
Jimena aveva guardato Blanca un’altra volta cercando supporto e risposte, ma l’amica aveva riso e scrollato le spalle, seguendo Anita.
Si erano mosse verso il primo piano con il carrello delle pulizie, ciascuna con la sua parte: Jimena al bagno, Blanca e Anita al letto e al resto della camera. Lavoravano con quel ritmo rodato di chi condivide gli stessi spazi da anni, senza doversi dire cosa fare.
Blanca aveva sfilato il copriletto mentre Anita prendeva le lenzuola pulite dall’armadio. Dal bagno arrivava il rumore dello spray e dello straccio di Jimena, e ogni tanto la sua voce.
“Allora.”
“Allora cosa,” aveva risposto Anita senza alzare gli occhi.
“Allora come mai stamattina sorridi al muro.”
“Sorrido.”
“Appunto.”
Blanca aveva scosso il cuscino nella federa senza commentare. Era il suo modo di dire che stava ascoltando.
Anita aveva steso il lenzuolo dal suo lato. Aveva fatto una piega all’angolo, con cura. “Vi ricordate il rito di Amparo?”
Il rumore dello straccio nel bagno si era fermato.
Blanca aveva alzato gli occhi dal cuscino.
“Oggi mi è tornato in mente.”
Un secondo. Due.
Jimena era apparsa sulla porta del bagno con lo straccio ancora in mano. “¡No me digas!” Il tono era sorpreso. Erano anni che non parlavano più di quel rito e gli occhi di Jimena cercavano supporto in quelli di Blanca, ancora una volta.
“Cosa ho detto di tragico?” aveva risposto Anita.
“Hai detto il rito di Amparo. Hai detto esattamente quello.”
Blanca aveva ripreso a sistemare il cuscino, lentamente. “Lo hai fatto?” Il tono calmo, impossibile da ignorare. Eppure Anita non aveva risposto, il che, di per sé, era già una risposta. Aveva evitato lo sguardo delle amiche.
“¡Madre mía!” Jimena si era appoggiata allo stipite con l’aria di chi assiste a qualcosa di storico. “Dopo vent’anni. Per un italiano.”
“Per un milanese,” aveva corretto Blanca, tra l’ironico e il sarcastico.
“Peggio.” Aveva aggiunto Jimena alzando le mani al cielo.
Anita aveva lanciato un cuscino verso Jimena senza girarsi. “Andate a lavorare.”
Jimena era rientrata nel bagno ridendo. Si sentiva lo spray, lo straccio, poi la sua voce di nuovo, più bassa. “Le hai messo solo i capelli o anche…?”
“Jimena.” Anita non aveva resistito, aveva riso.
“Chiedevo.” Aveva risposto ridendo anche lei.
“Lavorate.” Aveva cercato di concludere Blanca.
Avevano finito la camera in silenzio, passando al corridoio, poi alla camera successiva con lo stesso schema. Jimena al bagno, Blanca e Anita al resto.
Era stata Blanca ad aspettare il momento giusto, come faceva sempre.
“Come stai?” aveva chiesto, senza smettere di piegare il copriletto.
Anita aveva continuato a passare lo straccio sul comodino. “Bene.”
“Anita.”
“Sto bene, Blanca. Davvero.” Una pausa. “È solo che domani parte.”
Blanca aveva annuito senza dire niente. Dall’altra parte del muro si sentiva Jimena che canticchiava sottovoce qualcosa che somigliava a una sevillana.
“E tu come la metti?” aveva ripreso Blanca.
Anita aveva scosso le coperte. Aveva guardato fuori dalla finestra un momento, il cielo di Siviglia già bianco di calore. “La metto come si mettono le cose che non puoi controllare.”
Blanca non aveva risposto. Aveva preso il cuscino successivo e lo aveva passato ad Anita.
Il canticchiare di Jimena era continuato, più piano.
Era il loro modo di dire che avevano capito.
Avevano finito le camere giusto in tempo prima che arrivassero i primi ospiti.
Anita era sparita in camera, non prima di un fugace passaggio in cucina. Si era spogliata e si era guardata ancora una volta allo specchio. Faticava a riconoscere quello che vedeva. Si era accorta che aveva imparato a guardarsi con gli occhi di Dario, con gli occhi del suo Padrone. Ed era un modo in cui non si era mai vista.
Aveva sorriso allo specchio, a sé stessa, e con quel sorriso aveva ringraziato lui, che le aveva insegnato a guardarsi in un modo diverso. Si era vestita con cura, con la cura dovuta al suo Padrone, alla serata, alle promesse. Era partita da un paio di collant che facevano anche da reggicalze. Aveva indossato una leggerissima camicetta senza reggiseno. Molti avrebbero notato, detto qualcosa, azzardato qualche avances. Ma sapeva che lui sarebbe stato il suo scudo, la sua protezione.
Le scarpe viola non erano in discussione. Erano uno dei suoi primi regali, quella sera non potevano mancare. Aveva visto un avanzo di nastro viola e lo aveva avvolto con un elegante nodo attorno al collo. Lui avrebbe capito.
Difficile fu scegliere la gonna da indossare. Non ne aveva molte. Sentì un delicato bussare alla porta.
“Sì?”
La porta si aprì lentamente. Era Jimena. Aveva in mano una gonna, di un blu particolare, che sotto una certa luce quasi tendeva verso il viola che lei adorava, una gonna che Anita riconobbe in pochi secondi: lunga, con una serie di spacchi che la rendevano sfrontata e pudica allo stesso tempo.
Ma soprattutto, era la gonna di Amparo.
“Ani…” la voce era tremante, non era la solita voce di Jimena.
Anita si girò, spalancò gli occhi vedendo cosa aveva in mano. “Jime…”
Jimena tenne la gonna tesa tra le mani un momento, guardandola.
Quante volte gliela aveva chiesta, supplicata, pretesa. Ma quella sera era stata lei a offrirgliela. Un segnale che non aveva bisogno di spiegazioni.
Non ci fu bisogno di aggiungere altro, si erano abbracciate, stringendosi con quella forza che solo una sincera amicizia permette.
“Direi che non c’è serata migliore di questa per indossare la mitica gonna di Amparo.”
Anita aveva annuito senza parlare.
“Stasera conta,” disse Jimena, “e non serve pisciarci sopra.” Aggiunse con ironia.
Anita aprì la bocca per dire qualcosa. Non trovò niente da aggiungere se non scoppiare a ridere come si può ridere unicamente con qualcuno che è un vero amico.
Prese la gonna, baciò l’amica e la ringraziò.
Aspettò che Jimena uscisse, poi prese la stagnola che aveva preso furtivamente in cucina prima di salire e il cellulare. Accese la fotocamera per fare un video mentre faceva una pallina poco definita e la infilava negli slip. Poi inquadrò il proprio viso e mormorò: “Per farmi perdonare!” Poi, ovviamente, inviò il video a Dario.
Finì di vestirsi e poi, dopo avere salutato le amiche che accoglievano i primi ospiti, si era diretta alla feria.
Al suo arrivo alla tienda il primo ad accorgersi che Anita aveva qualcosa di diverso fu Hector. Guardò gli altri ragazzi del gruppo e riunì i ballerini, raccomandando di evitare di fare gli idioti con Anita quella sera. Altrimenti avrebbero dovuto fare i conti con lui.
Dario aveva dedicato molto tempo alla cura di sé stesso. Non era vanità. Era un modo per fare un dono ad Anita, per presentarsi quella sera come si presenta qualcosa di importante. Aveva verificato maniacalmente che la barba fosse rasata perfettamente, aveva passato le dita sul mento due volte, tre, fino a quando non aveva trovato niente da correggere. Aveva scelto i jeans con il panciotto giallo della prima sera. Lei lo avrebbe riconosciuto. Forse avrebbe sorriso.
Dopo l’ennesimo controllo allo specchio aveva messo la mano sulla maniglia della porta e si era fermato. Era tornato indietro, aveva aperto il baule. Le sue mani avevano cercato quasi da sole quello che cercavano. Aveva preso le due cose, le aveva infilate nelle tasche posteriori senza guardarle. Poi, finalmente, era uscito.
Si era fermato al bancone dove servivano da bere, aveva aspettato che la ragazza bionda fosse libera e poi si era avvicinato. Consuelo lo vide arrivare e lo salutò con un sorriso largo. “Buonasera, affascinante straniero.”
“Buenas noches, salerosa.” Dario si appoggiò al bancone e abbassò la voce. “Il solito tavolo è libero?”
Consuelo sorrise, appoggiandosi in avanti, offrendo palesemente la visuale della sua scollatura. “Lo sai che ogni tuo desiderio per me è un piacere soddisfarlo.”
Consuelo sapeva perché voleva quel tavolo. Li aveva osservati fin dal primo momento, ma anche lei non era una persona che rinunciava facilmente a qualcosa che aveva messo nel proprio mirino.
Dario le sorrise, in modo sincero. Se non ci fosse stata Anita, lei sarebbe stata una piacevole compagnia per quel soggiorno. Sicuramente sarebbe stata una partner passionale e divertente, ma era certo che non avrebbe mai potuto essere una Anita. E di Anita ne esisteva una sola.
“Conchi, per piacere, fammi due birre.” Mise sul bancone una banconota da venti che nascondeva male una banconota verde. La donna diede un’occhiata fugace alle banconote. “Sicuro che vuoi solo le due birre?” aveva cambiato il tono di voce, le ciglia che facevano flap flap. Poi sbuffò, prese le banconote infilandole nella profonda scollatura. Si allontanò per pochi minuti, appoggiò poco delicatamente i due grossi bicchieri di plastica sul bancone davanti a lui, sottolineando il suo disappunto. “Ovviamente il tuo tavolo ti aspetta.” Poi si girò bruscamente, sottolineando quella dignità ferita di chi non è abituata al no.
Dario prese le due birre e si diresse al solito tavolo che, stranamente, era libero. Appoggiò i due bicchieri, si sedette ed alzò lo sguardo. Le ultime note della canzone, le ultime movenze di Anita e del suo ballerino. Poi i loro sguardi che si incrociavano.
Anita aveva notato per la prima volta che quel tavolo restava vuoto, aspettando lui. Presa dal suo lavoro, dalla danza, non ci aveva fatto caso prima di oggi. Poi lo aveva visto arrivare, le birre, il panciotto giallo. Gli sorrise. Cercò il grande orologio del padiglione e subito dopo cercò Hector che sorrise e gli fece un cenno di assenso con la testa. Anche lui aveva visto arrivare l’uomo dal panciotto giallo.
Anita aveva ringraziato il pubblico e poi era scomparsa nei camerini. Aveva riposto il vestito da tanghera viola per l’ultima volta nel suo armadietto, si era infilata la camicetta, la famosa gonna. L’intimo e la pallina di stagnola erano sempre stati li, tutta la sera.
Anita lo aveva raggiunto, si era fermata a pochi passi da lui. Contemporaneamente aveva osservato la scena e aspettato le sue istruzioni, i suoi ordini, mentre dentro di lei le aspettative e i desideri montavano.
Era difficile la tempesta di emozioni che si agitava dentro di lei, i desideri che scuotevano il corpo oramai allo stremo. Lui, il bastardo, come ogni tanto si concedeva di chiamarlo nella sua testa, era lì che la guardava, sorridendo. Quasi poteva leggere nei suoi occhi che aveva escogitato qualcosa per farla ulteriormente arrivare al limite prima di concederle quanto le aveva promesso.
“Avrai sete.” Pronunciò le parole a bassa voce ma nel suo cervello rimbombarono potenti, mentre vedeva la mano di lui porgerle il boccale di birra. Non era un gesto gentile, non era un’offerta. Era palesemente un ordine, mascherato dai suoi modi gentili.
Anita si avvicinò di un altro passo per prendere il boccale ma lui lo spostò di una decina di centimetri, ripeté quel gesto fino a quando lei non fu nella posizione che lui voleva, vicino a lui, con le gambe allargate sopra la sua gamba destra. Solo allora lasciò che lei lo prendesse e prese il suo. Alzò il boccale facendo il gesto del brindisi, poi prese un bel sorso di birra, un altro modo sottile per ordinarle di bere. Solo in quel momento infilò la mano nella tasca della giacca prendendo uno degli oggetti che aveva estratto dal baule prima di uscire. Rapidamente infilò la mano sotto la gonna di Anita, con quella naturalezza che passa inosservata a tutti. Le sue dita avevano accarezzato l’intimo, umido, facendo rabbrividire Anita che quasi si strozzò con la birra. Le dita avevano trovato la pallina di stagnola, ci avevano giocato un po’ e poi avevano spostato la stoffa e le dita avevano trovato le sue labbra aperte, spalancate, affamate. I loro sguardi si erano incrociati e lui aveva appena scosso la testa facendole capire che non era ancora il momento. Il suo dito medio l’aveva penetrata lentamente e poi, con la stessa lentezza era uscito, e subito dopo un’altra cosa aveva premuto contro la bocca bramosa della sua figa, così avida da risucchiare dentro l’oggetto senza nemmeno capire cosa fosse. Le ci vollero solo pochi istanti, il tempo che lui premesse l’interruttore e l’oggetto vibrasse per capire cosa lui le avesse infilato: il lush.
“Hai pochi minuti per finire la birra, poi dobbiamo andare, sempre che tu voglia.”
Anita portò nuovamente il boccale alla bocca e, fissandolo negli occhi, iniziò a ingoiare la birra sentendo nello stesso tempo la vescica gonfiarsi. Aspettò che lei lo finisse e poi si alzò. Le baciò le labbra, morbidamente, succhiandole i rimasugli di birra. Le cinse i fianchi e le sussurrò solo una parola: “Andiamo.”
Lei non aveva idea di dove lui la volesse portare, ma come sempre solo una cosa contava: si fidava di lui. Ma nello stesso tempo non riuscì a controllare la sua curiosità femminile. “Dove andiamo?” il desiderio di godere e di vedere, come sempre i fuochi, facevano a pugni dentro di lei.
In tutta risposta lui sfilò il telefono dalla tasca e iniziò a giocare con il cursore causando una contrazione al basso ventre, strappandole un grugnito che nascondeva un insulto. Anita perse il conto del tempo che era passato mentre lui continuava a giocare con il cursore mentre continuava a sorreggerla e farla camminare. Poi si ritrovò contro il muro dentro un vicolo. La mano di Dario sotto la gonna che con un brutale rapido gesto le strappò gli slip, un gesto che la eccitò quasi più di quel cavolo di vibratore che continuava a variare intensità e durata delle vibrazioni. Poi due dita che frugavano nella sua tana fradicia strappandole una supplica: “Ti prego.”
La azzittì infilandole in bocca le dita fradicie dei suoi umori.
Poi lui aveva infilato la mano nella tasca della giacca e aveva sfilato il collare viola, l’altro oggetto preso dal baule. Ad Anita erano brillati gli occhi e aveva alzato il viso offrendo il collo.
Lui le aveva allacciato il collare, poi le dita avevano accarezzato il viso, il collo, avevano agganciato l’anello e l’aveva tirata a sé e l’aveva baciata. Prima dolcemente, poi con passione. Un bacio vero, lento, progressivamente sempre più pieno di desiderio. Poi si era fermato e le aveva detto: “Dobbiamo muoverci, o non arriveremo in tempo.”
Avevano camminato per un’altra decina di minuti prima che lui la avesse spinta in un altro vicolo. Questa volta la aveva spinta faccia al muro, le aveva sollevato la gonna e lei aveva sentito il suono della zip dei pantaloni che si abbassava, la sua carne calda e dura che strofinava contro le sue chiappe, tra le sue cosce, contro le labbra e poi contro il suo ano. Si era spinta leggermente indietro, offrendosi. Lo aveva sentito solo spingere dentro la cappella, la punta, poi sfilarsi. Quanto lo desiderava, dentro tutto, ovunque. Eppure lui continuava a giocare con lei, torturarla. “Padrone,” aveva mormorato. La zip si era richiusa, la marcia era ricominciata.
Finalmente le era stato chiaro dove stessero andando: il Puente de los Remedios.
La gente si stava ammassando ma lui era riuscito a guidarla sotto, lungo la riva del fiume, in quel cono d’ombra tra il muro dell’inizio del ponte e il giardinetto. Anita era confusa, eccitata, esasperata, irrequieta. Lasciava che lui la trascinasse dove desiderava.
Poi era successo il rituale: tutte le luci della Feria si erano spente insieme, migliaia di lampadine in un istante solo, e Siviglia era diventata buia come non era mai. Un secondo. Due. Il Guadalquivir nero davanti a loro, la folla silenziosa sul ponte sopra, il respiro di Anita che era l’unica cosa che riusciva a sentire.
Poi aveva sentito il duro del muro contro la sua schiena, la mano prepotente di Dario che si infilava sotto la gonna, le dita di una mano che affondavano nel suo corpo mentre l’altra mano le afferrava il collo.
Confusa e felice aveva cercato i suoi occhi che brillavano di una luce speciale nel buio. Lo vedeva sorridere, quel sorriso che riusciva a mescolare dolcezza e malignità come nessuno aveva mai saputo fare con lei.
Le dita avevano spostato il vibrante lush più su, in un punto che niente e nessuno aveva mai toccato, aprendole sensazioni nuove, quasi insostenibili. Poi le dita avevano iniziato a esplorarla, aprirla, usarla.
Il primo colpo dei fuochi aveva squarciato il buio sopra di loro. Verde, poi oro, poi bianco accecante sul fiume. La folla aveva urlato. Anita aveva trattenuto il respiro.
“Padrone, ti prego.”
Non era sicura nemmeno di essere riuscita a modulare quelle poche parole nel caos della festa e della sua mente. Aveva fatto appena in tempo a leggere il suo labiale: “ORA!”
Il cielo era esploso e lei con lui.
Si era aggrappata al suo collo, abbandonata alla sua mano che non si era accontentata del primo orgasmo, per quanto intenso e devastante. Il secondo era arrivato prima che il primo finisse, le dita che non si fermavano, il lush che vibrava senza tregua. Il terzo l’aveva colta mentre cercava di riprendere fiato, il quarto mentre i fuochi disegnavano fiumi d’oro sul Guadalquivir e lei non riusciva più a stare in piedi. Poi senza che la mano di Dario abbandonasse il suo corpo, le loro bocche si erano cercate con una fame che non aveva precedenti. Il quinto orgasmo di Anita era arrivato mentre si stavano scopando le bocche con le lingue, il cielo ancora acceso sopra di loro, Siviglia che bruciava e lei che si liquefava.
“Andiamo via di qui.” La voce di Dario era carica di eccitazione. Anita faticava a seguirlo, trascinata, incespicante sui tacchi, le gambe molli e un solo desiderio conficcato nella sua testa: il suo cazzo.
Dal ponte alla villetta lui aveva calcolato che ci volevano una quindicina di minuti, se avessero camminato normalmente. Ma con loro, la parola normale tendeva ad essere abolita.
Quello che era successo sotto il ponte aveva cambiato qualcosa, e non solo per quella strada. I ruoli si erano allentati come si allentano le corde dopo una legatura lunga. Poteva essere lui a premerla contro un muro per baciarla con tutta la passione e il desiderio accumulato in quei giorni, come poteva essere lei a bloccarlo, trascinarlo indietro per aggrapparsi a lui e limonarlo come una liceale alla prima esperienza.
Senza sapere come si erano ritrovati dentro un vicolo che assomigliava tanto, o forse era, uno di quelli che avevano usato qualche sera prima. Anita, in un momento di semi coscienza, aveva mormorato: “Devo pisciare.” La sua pratica di astinenza combinata con la birra che Dario le aveva fatto bere alla feria aveva fatto il suo effetto.
Dario si era guardato intorno e l’aveva messa a sedere su un basso muretto. Le aveva sollevato completamente la gonna, esponendola. Aveva afferrato il codino del lush e lo aveva sfilato. Era sempre una sensazione strana quando qualcosa che era stato dentro di te per un certo tempo ti abbandonava. Ma fortunatamente lui la aveva riempita quasi subito con la sua carne.
Un lungo sordo gemito aveva sottolineato quanto lo aveva desiderato, voluto, cercato.
Ma poi lui si era sfilato. Mentre le afferrava l’anello del collare e strofinava la cappella sulla figa, sulla clitoride, lei aveva sentito la sua voce ordinarle perentoriamente: “Piscia!”
Non era stato semplice, non era stato immediato, ma al secondo ordine i reni di Anita avevano obbedito e lei aveva iniziato a rilasciare il suo caldo getto, bagnando tutti e due, bagnando il suo cazzo che, felicemente, ogni tanto si infilava nella sua figa, confondendo piacevolmente nella mente della donna le due azioni. Come se non bastasse, ad un certo punto anche lui aveva iniziato a pisciare su di lei, sulla sua figa, creando un gioco di getti dorati.
Quando entrambi avevano finito le proprie necessità, Anita, senza bisogno di un ordine, era scivolata in ginocchio davanti a lui, ripulendo l’erezione da ogni goccia di urina, cercando con gli occhi l’approvazione per poter andare fino in fondo.
Lui la aveva fermata. Aveva in mente altro. La aveva messa in piedi, la aveva baciata con dolcezza, poi erano ripartiti verso la villetta in condizioni indescrivibili.
Se qualcuno li avesse fermati e avesse chiesto spiegazioni, nessuno avrebbe creduto alla verità. Silenziosamente complici, vagando nelle ombre, avevano raggiunto velocemente la villetta.