Capitolo 03 – L’Altare e l’Offerta

In the summer time by Loui Jover

Ore 7:00 Dario si svegliò nudo come si era addormentato, le lenzuola aggrovigliate attorno al suo corpo. Il confuso ricordo della notte poco distante gli fece allungare una mano tra le gambe. Il cazzo turgido gli diede la conferma che quanto ricordava non era solo un sogno. Al solo ricordo di lei inginocchiata sull’erba che gli succhiava il cazzo, sentì un fiotto di sangue inturgidire ulteriormente la sua mascolinità. Si strinse appena, non per venire, solo per sentire quanto fosse reale. Diavolo, lo era.

Si forzò con disciplina a uscire dal letto. Una pisciata complicata, causa semi-erezione. Poi una rasatura veloce, ma precisa. Lo specchio gli rimandava l’immagine di un uomo che aveva dormito quattro ore e stava già pianificando le prossime dodici. Aveva cinquantatré anni ma quella fame negli occhi era la stessa di quando ne aveva venticinque. Anzi, più determinata.

La doccia fu il suo primo vero momento di lucidità. Bollente, avvolgente, quasi meditativa. L’acqua che scivolava sulla pelle era il suo caffè vero, quello che accendeva i neuroni. Si fermò sotto il getto, occhi chiusi, lasciando che il calore sciogliesse i nodi tra le scapole. In quei dieci minuti la mente lavorava meglio che in ore di riunioni.

Programmò mentalmente la giornata: ispezione villetta, lista acquisti, preparazione spazi. Anita alle dodici. Cinque ore di trasformazione da compiere.

In cucina trovò poco: biscotti industriali, marmellata. Preparò un caffè americano – quella brodaglia che l’Italia gli aveva insegnato a disprezzare ma beveva comunque. Ci riempì una tazza ed il termos e infilò quattro biscotti in tasca. Al limite si sarebbe fermato a mangiare qualcosa di tipico mentre girava per negozi.

Tazza in mano, iniziò l’ispezione vera della casa – non più il controllo superficiale del primo giorno, ma l’esame di un progettista che deve ridisegnare uno spazio.

Il seminterrato si rivelò particolarmente interessante per potenziali sviluppi futuri. Muri di pietra, una sola finestra alta. La mente elaborò automaticamente: ganci, illuminazione bassa, isolamento acustico già garantito. Se lei superava oggi. Se voleva spingersi oltre.

Internet gli aveva fornito una lista di negozi dove comperare quello che gli sarebbe servito per trasformare fantasie in realtà.

Ma quello che contava era una cosa sola: OGGI.

Di nuovo quel sorriso – l’angolo destro della bocca che si alzava mentre decideva esattamente cosa fare e come organizzarlo.

Afferrò le chiavi e uscì. Sapeva esattamente cosa comprare, dove, e in che ordine. Il piano era già completo nella sua testa.

Ore 8:30. Anita sentì la mente provare a svegliare il corpo, mentre il corpo cercava, capricciosamente, di continuare a dormire.

Ricordi della giornata precedente si mischiavano in maniera confusa, facendo in modo che non riuscisse a capire quanto fosse sogno o realtà quanto era successo.

La mano che scivolò tra le cosce trovò la propria figa aperta, la clitoride ipersensibile, le cosce appiccicose del suo stesso umore. La clitoride era così sensibile che il solo sfiorarlo la faceva gemere incontrollata. “Bastardo” le sfuggì dalla bocca sorridendo, ricordando.

Cosa esattamente stava ricordando?

Frammenti. Il suo piscio caldo che le colava addosso mentre lei era accucciata sull’erba. Questo era reale, no? La sensazione di quella benedizione oscena era troppo precisa per essere inventata. Eppure, sembrava appartenere a qualcun’altra, a una versione di sé che non conosceva o che aveva tenuto rinchiusa troppo a lungo.

Ritirò la mano con uno sforzo che le costò più di quanto volesse ammettere. L’ordine di lui le ronzava ancora nella testa: “Non toccarti. Quella fica è mia adesso.” E, madre mia, il suo corpo ci credeva. Ogni cellula aveva già accettato quella resa che la mente cercava ancora di processare.

Si girò sul fianco e il movimento le strappò un gemito. Le ginocchia – merda, le ginocchia bruciavano come se avesse strisciato su vetri rotti. Si spinse a sedere, le lenzuola che le scivolavano via, e guardò. Sbucciate. Rosse. Reali.

Dunque, è successo.

Non un sogno febbrile. Non una fantasia andata fuori controllo mentre si strofinava sul cuscino. Era inginocchiata davvero su quell’erba, con il suo cazzo in bocca, mentre la festa continuava a pochi metri ignorando tutto.

Il telefono vibrò sul comodino facendola sobbalzare. Per un istante pensò fosse lui – un altro ordine, una nuova regola al gioco. Ma era solo la sveglia. 8:47.

Tre ore o poco più.

La contrazione tra le cosce fu immediata, violenta. Il corpo che anticipava, che già si preparava. Ma preparava a cosa, esattamente? Non lo sapeva. E questa ignoranza – *hostia*, questa ignoranza la eccitava più di qualsiasi dettaglio preciso avrebbe potuto.

Si alzò vacillando. Il pavimento freddo sotto i piedi nudi, come tutto il resto del corpo. Quanti giorni erano che praticava quel gioco della negazione? Due settimane? Tre? E poi era arrivato lui, e in una notte aveva preso tutto quel controllo che lei si era costruita con tanta cura e lo aveva fatto suo.

Dovrei avere paura, pensò guardandosi allo specchio. Le scappò un sorriso. Invece non vedo l’ora.

Ore 10:45. Sulla via del ritorno Dario aveva spuntato la lista mentale con la sua solita metodicità.

Prima tappa: biancheria per la casa. Asciugamani grossi, morbidi, di quelli che assorbono e proteggono. La commessa aveva sorriso vedendolo palpare il tessuto come un sarto valuterebbe seta. “Per un regalo?” aveva chiesto. “Qualcosa del genere,” aveva risposto lui.

L’erboristeria era a due passi. Incensi – non le cazzate da turisti, ma quelli veri, legno di sandalo e patchouli. Oli essenziali, uno scaldatore a candela per portarli a temperatura corporea prima dell’uso. Candele di cera d’api. La proprietaria, una donna sui sessanta con gli occhi di chi ne aveva viste troppe, aveva annuito approvando. “Massaggio tantrico?” Lui aveva sorriso senza rispondere.

Al supermercato aveva preso del vino, concentrandosi su del vino bianco locale, qualche sherry e del fino.

Si era fermato anche ad ordinare delle tapas, chiedendo la consegna a casa per le 11:30.

Il sexy shop l’aveva tenuto per ultimo – strategia deliberata, come dividere gli acquisti per non destare sospetti. Il proprietario, un tipo sulla cinquantina con le braccia tatuate, aveva alzato un sopracciglio quando Dario aveva iniziato a fare domande tecniche. Autonomia delle batterie, intensità regolabile, silenziosità. Non uno al primo acquisto, aveva capito l’uomo. Alla fine, l’uomo aveva aggiunto un rotolo di bondage tape nero e un vibratore con controllo remoto, facendoglieli scivolare nel sacchetto. “Il tape è pratico, non lascia segni, non taglia la circolazione.” Aveva fatto scivolare il piccolo telecomando sul bancone. “Questo ha una gittata di venti metri. Ristoranti. Cinema. Ovunque tu voglia ricordarle chi comanda.” Dario aveva impugnato il telecomando, testandone il peso, ringraziandolo. La spesa finale aveva reso felice il commerciante.

Rientrato a casa aveva per prima cosa messo in carica i giocattoli. Se si fossero scaricati nel mezzo del loro utilizzo la cosa sarebbe stata molto spiacevole. Vino e acqua in fresco.

Poi aveva perlustrato nuovamente la casa e improvvisamente gli fu chiaro come organizzare l’incontro.

Il tavolo della sala da pranzo – quel mobile anonimo da affitto turistico – divenne il suo altare. Lo sgomberò completamente. Telo di plastica prima, per proteggere il legno. Poi tre asciugamani di spugna spessi, sovrapposti, finché la superficie non fu abbastanza morbida. Ci appoggiò una mano, testando. Sì. Anita ci si sarebbe potuta stendere per ore senza che la schiena protestasse.

Sul tavolino basso accanto dispose tutto con meticolosità da chirurgo: le bottiglie di olio in ordine di utilizzo, lo scaldatore già acceso, i giocattoli carichi, allineati. Una caraffa d’acqua, due bicchieri. Asciugamani di riserva.

La sedia della sala da pranzo la trascinò fino al corridoio d’ingresso, posizionandola in modo che guardasse dritto verso la porta. Da lì avrebbe controllato ogni suo gesto mentre si spogliava.

Lungo le pareti del corridoio, lumini. Le tapparelle abbassate in tutta la casa – luce soffusa, controllata. Non buio, ma penombra rituale.

Quando finì, si fermò al centro della sala e fece un respiro profondo mentre lasciava che lo sguardo controllasse ancora una volta ogni cosa. Ogni oggetto al suo posto. Ogni dettaglio curato. La trasformazione era completa.

Il campanello suonò in perfetta sincronia – le tapas che arrivavano proprio mentre sistemava l’ultimo lumino. Pagò il fattorino, prese le scatole ancora calde, le sistemò in cucina.

Controllò l’orologio: 11:42.

Diciotto minuti.

Si sedette sulla sedia davanti al corridoio vuoto. In diciotto minuti poteva succedere qualsiasi cosa. Lei poteva non venire. Ripensarci. Scappare. L’aveva visto succedere, vissuto, molte volte. Donne che arrivavano fino alla porta e poi svanivano, incapaci di attraversare quella soglia.

Ma Anita era diversa, lo sentiva. Era un animale della sua stessa specie. E gli animali della stessa specie si riconoscono.

Un sorriso gli curvò le labbra – quello sorriso, l’angolo destro della bocca.

Era pronto.

Ore 8:55. A fatica uscì dal letto. La doccia la chiamava – il rito che la separava dalla notte e la preparava per lui.

L’acqua calda la investì e per un attimo chiuse gli occhi lasciandosi andare. Le mani scivolarono automaticamente sui seni, sul ventre, scendendo…

No.

Si fermò con uno sforzo fisico che le fece stringere i denti. “Quella fica è mia adesso.” La voce di lui, quel maledetto ordine che le rimbombava nel cranio senza concederle tregua, provocando nuovi spasmi tra le cosce.

Bagnoschiuma agli agrumi – quello che usava quando voleva sentirsi sveglia, viva. Il profumo esplose sulla pelle bagnata, acido e dolce insieme. Corpo e mente che si risvegliavano. E con loro, inevitabilmente, i ricordi della sera precedente.

I capelli richiesero tempo – la sua massa di ricci ribelli non perdonava fretta. Shampoo, balsamo, la crema che impediva al crespo di trasformarla in una pecora. Gesti automatici, rassicuranti. Mentre le mani lavoravano tra i boccoli, la mente correva altrove. A lui. A cosa avrebbe fatto oggi.

Il corpo richiedeva attenzione. Crema idratante ovunque, massaggiando con movimenti lenti che evitavano accuratamente le zone pericolose. Quando arrivò alle ginocchia dovette fermarsi un attimo. Bruciavano ancora, la pelle rossa e sbucciata. Le sue “ferite di guerra”.

Prese l’unguento alla calendula dal mobiletto, ne spalmò una generosità sulle ginocchia inginocchiandosi sul tappetino. Il gesto – inginocchiarsi, proprio come ieri notte – la riportò immediatamente lì. L’erba umida. Il peso del suo corpo che premeva. Il sapore di lui in gola. Quel bruciore alle ginocchia era la firma che lui le aveva lasciato addosso, un marchio che avrebbe portato per giorni.

Alzò lo sguardo verso il grande specchio, appannato dal vapore. Una figura confusa, contorni sfocati. La parte razionale della sua mente – quella che l’aveva protetta per quarant’anni, quella che diceva “stai attenta”, “non fidarti troppo”, “proteggiti” – cercò di riportarla alla realtà.

*Cosa sto facendo?*

La domanda le attraversò il cervello nitida come una lama. Un uomo conosciuto ieri sera. Un parco buio. Ordini che aveva obbedito senza discutere. E ora stava per andare a casa sua, da sola, senza che nessuno sapesse davvero dove…

Il suo sesso pulsò con tale violenza che dovette appoggiarsi al lavandino, le gambe improvvisamente instabili. La risposta del corpo arrivò prima di qualsiasi razionalizzazione: non paura. Fame.

Quella fica che Dario aveva dichiarato sua stava già supplicando di tornare da lui.

Dal bagno si era trasferita di nuovo in camera, l’armadio con tutte le ante spalancate. La mente ora girava abbastanza bene e si trovò ad affrontare un dilemma. Uscire già vestita da flamenco? No, rischiava di rovinarlo. E poi, se Dario fosse venuto a prenderla alla fiera, avrebbe dovuto perdere tempo a tornare a casa per cambiarsi.

La decisione fu semplice. Prese il grande borsone, ripiegò con cura il vestito e infilò dentro tutti gli accessori.

Ora si trattava solo di decidere come vestirsi per andare da lui, anzi per lui.

Davanti all’armadio spalancato, Anita scartò mentalmente opzioni. Niente di complicato da togliere. Ma voleva che lui vedesse qualcosa quando quel vestito si fosse aperto.

Il vestito azzurro – cotone leggero, una fila di bottoni blu che lo chiudeva. Lo tirò fuori. Cintura in vita che stringeva nel punto giusto, scollatura a V generosa. E soprattutto: si apriva con pochi semplici gesti.

Dal cassetto estrasse il collant nero con guêpière integrata – un pezzo che adorava per la sua praticità devastante. Niente ganci complicati, niente elastici che si spostavano. Solo pizzo strutturato che partiva dalla vita e scendeva lungo le gambe come una seconda pelle.

Lo infilò lentamente, guardandosi allo specchio. Il pizzo fasciava le cosce, e la parte centrale… quella era strategicamente aperta. Accesso totale mantenendo l’illusione della copertura completa.

*Dios mio*, cambiava tutto. Il corpo sembrava scolpito, le gambe chilometriche, i fianchi perfetti. E soprattutto: la sua fica completamente accessibile senza dover togliere niente.

Slip? Inutili, impossibili con quel collant. E comunque non li voleva.

Reggiseno push-up nero – quello che trasformava il suo seno prosperoso in un’offerta quasi oscena. Lo allacciò, sistemando le coppe. La scollatura del vestito avrebbe lasciato intravedere quanto bastava.

Si infilò il vestito, abbottonandolo con dita che tremavano appena. La cintura stretta sui fianchi. Lo specchio le rimandò l’immagine di una donna vestita per un pranzo qualsiasi. Ma sotto quel cotone innocente: pizzo nero strutturato e accesso immediato.

Tacchi – non altissimi, doveva camminare, ma abbastanza da allungare le gambe, da farle sentire il bacino basculare a ogni passo.

Si guardò un’ultima volta. Rispettabile in superficie. Puttana devota sotto.

Perfetto.

Ore 9:45. Un velo di trucco – per l’incontro con lui non gliene sarebbe servito molto. Infilò la trousse nella borsa per la serata, afferrò il borsone e scese nella grande cucina comune.

Non c’erano ospiti, solo le sue due sorelle che sembravano pronte a giocare a “poliziotto buono e poliziotto cattivo”. Jimena quello cattivo, duro, protettivo. Blanca quello buono, accondiscendente, comprensivo.

“A che ora sei rientrata questa mattina? Dove sei stata? Eri con lui?” Jimena come sempre non aveva filtri.

“E com’è stato? Com’è lui?” il controcanto di Blanca.

Anita tentò di bloccare l’interrogatorio sul nascere. “Sì, sono stata con lui e sono rientrata… non ho guardato l’orologio ma sono certa che lo hai fatto tu.” Aggiunse ridendo mentre guardava sorridendo Jimena.

Prendersi in giro e proteggersi. Guardarsi le spalle e sostenersi. Questo era il patto non scritto ma indistruttibile.

Anita si muoveva per la cucina con un’energia diversa, nuova. Versò il caffè senza smettere di sorridere, tagliò una grossa fetta di torta. Ogni gesto sembrava più leggero, quasi una danza. Blanca la osservava con quello sguardo – metà orgoglio, metà preoccupazione – che aveva ogni volta che una di loro tre incontrava un uomo.

“Dove devi andare con quel borsone? Non hai il turno alla tienda di Hector oggi?” Jimena aveva cambiato tono, più morbido, ma non smetteva di incalzare.

“Ho tutto quello che mi serve per la tienda nel borsone.” Anita bevve un lungo sorso di caffè senza distogliere lo sguardo dagli occhi di Jimena. “Ora vado da lui.”

Jimena scattò in piedi.

Quello che seguì fu una di quelle tempeste perfette che solo loro tre sapevano scatenare. Jimena urlava che era una pazza, che non lo conosceva, che poteva essere chiunque. Blanca cercava di mediare ma poi si univa al coro. Anita rispondeva a tono, difendendosi, contrattaccando. Venti minuti di strilli che coinvolsero mezza strada – i vicini che si affacciavano, qualcuno che rideva, qualcuno che scuoteva la testa.

Poi, come sempre, nel momento più inaspettato, Jimena scoppiò a ridere. O forse piangere. Forse entrambe le cose. E si ritrovarono abbracciate tutte e tre, a dirsi quanto si volevano bene, a chiedersi scusa.

“Non so esattamente cosa sia,” disse Anita con la voce rotta. “Ma ho bisogno di viverlo. Fidatevi di me.”

Le amiche si guardarono. Annuirono.

“Ma tu fai le commissioni per noi,” disse Jimena asciugandosi gli occhi. “Così impari a farci preoccupare.”

La lista fu veloce: ordinare al forno quello che serviva nei prossimi giorni, saldare il conto alla tintoria di Maria, altre due fermate veloci. Anita fece il calcolo mentale guardando il grosso orologio sulla parete. Teoricamente ce la faceva ad arrivare in orario. Sempre che nessuno dei negozianti non la trattenesse per chiacchiere.

Ore 10:45. Finalmente per strada, il borsone a tracolla, la lista delle commissioni in mano. Il cuore che batteva forte, ma nello stomaco, alimentando nuove emozioni

Al forno, Carlos le parlava di pane e torte mentre cercava di fotografarle il décolleté con gli occhi. Lei sorrise con quella grazia automatica che le donne imparano presto – la cortesia come scudo, il disinteresse mascherato da gentilezza. Ordinò, annuì, scappò prima che lui potesse trasformare i minuti in mezz’ora.

Maria alla tintoria aveva quella fame di parole che certi giorni diventa insaziabile. Anita le offrì briciole di conversazione, giusto quanto bastava per non sembrare scortese, poi inventò un’urgenza inesistente. Il conto pagato era una liberazione.

Le altre due commissioni scivolarono via come acqua. Troppo veloci. Troppo facili.

Mentre si avvicinava verso la zona residenziale dove lui l’aspettava, il corpo iniziò a ricordare prima della mente. Il sapore di lui che ancora le graffiava la gola – quella miscela di sale e potere che non riusciva a sciacquare via. L’umiliazione rovente di essere accucciata sull’erba mentre il suo piscio caldo le colava sulla pelle, tra le cosce, mischiandosi con il suo. La voce che ordinava. Lei che obbediva. La naturalezza terrificante di quella resa.

Il collant le stringeva la vita come una promessa. Ad ogni passo il pizzo sfregava contro la carne nuda, mentre quella parte di sé che lui aveva dichiarato sua con tre parole era già bagnata – da quando esattamente non lo sapeva più. Forse dal momento in cui si era svegliata. Forse non aveva mai smesso di esserlo.

Si ritrovò con tempo in eccesso – un regalo avvelenato. Rallentò il passo negli ultimi quindici minuti, come se camminare più piano potesse fermare l’inevitabile. Dentro di lei, due versioni di sé stessa si affrontavano: quella razionale che urlava cosa stai facendo, e quella più antica, quella che aveva pisciato accucciata su un prato mentre lui la guardava, che rispondeva con una fame senza parole.

*“E se dopo oggi non mi vuole più?”*

Il pensiero emerse dal fondo come un annegato che torna a galla. La paura vera non era il sesso, non era nemmeno la sottomissione. Era il dopo. Era la possibilità che per lui fosse solo carne andalusa, un souvenir da consumare e dimenticare nel volo di ritorno verso Milano.

*“E se sono troppo?”*

Troppo affamata. Troppo fradicia. Troppo disperatamente sé stessa.

Conosceva quella storia. L’aveva vissuta abbastanza volte da poterne recitare il copione a memoria. Marco che la chiamava “complicata” come fosse una malattia. Luis che dopo sei mesi ancora non capiva perché non venisse come le altre. Il povero Roberto con i suoi manuali e le sue tecniche, convinto che fosse questione di trovare il punto giusto quando il punto giusto era sempre stato nella sua testa, non tra le sue gambe.

Ma Dario l’aveva vista. L’aveva guardata negli occhi mentre si strofinava sulla sua coscia davanti a mezza Siviglia. L’aveva nominata senza dubbi o esitazioni.

E questo – cazzo, proprio questo – la terrorizzava più di tutto il resto.

Si fermò di colpo in mezzo al marciapiede. Si piantò le unghie nei palmi finché il dolore non zittì il resto. Respirò. Una volta. Due.

Poi riprese a camminare. Le voci erano ancora lì – più sommesse ma presenti, un brusio costante che le mordeva i pensieri.

Poi la villetta materializzò davanti a lei. Anonima. Persiane abbassate come palpebre chiuse. Giardino curato con quella precisione che non lascia spazio al caso.

Controllò l’indirizzo: 12:04.

Quattro minuti di ritardo.

Lui aveva detto alle dodici.

Il braccio che si allungò verso il campanello pesava come se qualcuno gli avesse appeso un’ancora. Non era paura del ritardo – al diavolo il ritardo. Era la soglia. Il punto di non ritorno. Una volta premuto quel pulsante, una volta attraversata quella porta, non ci sarebbe stata marcia indietro possibile.

*Vuoi tornare indietro?*

La domanda le attraversò il cervello nitida come vetro.

*No.*

*Voglio sapere quanto profonda è la tana del coniglio. E se lui sarà lì a prendermi quando tocco il fondo.*

Il corpo aveva già deciso. La mente si limitò a prendere atto.

Premette il campanello.

Il sole di mezzogiorno le cadeva addosso come piombo fuso. Il borsone le pesava sulla spalla. Il collant con guêpière le stringeva la vita, ricordandole con precisione chirurgica cosa indossasse sotto quel vestito rispettabile: pizzo nero, cosce nude, accesso totale. Si era preparata come un’arma. O come un’offerta. Forse entrambe le cose.

Il tempo si stirò. Dieci secondi che divennero gelatina, che si allungarono fino a sembrarle un’eternità sospesa. Sentiva il proprio respiro troppo forte nelle orecchie, il sangue che le pulsava alle tempie.

Poi la voce – quella maledetta voce che le aveva ordinato di pisciare come una cagna e lei aveva obbedito sorridendo – uscì dall’interfono.

“Sì?”

Una sola sillaba. Abbastanza per farla bagnare.

La voce di Anita faticò ad uscire. Non sapeva nemmeno esattamente come rispondere. Le varie possibili risposte passarono velocemente nel suo cervello, vennero filtrate, scartate. Poi arrivò quella che le sembrava meno peggio.

“Scusa il ritardo, sono Anita.”

Altri secondi di silenzio. Una tensione che creava eccitazione, la crescente consapevolezza di essere in potere di qualcun altro. Il cuore che martellava così forte da farle male contro lo sterno.

Poi, finalmente, il rumore della serratura elettrica che si sbloccava.

Salì i tre gradini che portavano alla porta socchiusa con gambe che non sembravano più sue. La spinse lentamente. La porta cigolò – come nei film splatter, quel suono che preannuncia qualcosa di inevitabile.

Il corridoio si aprì davanti a lei.

Lumini lungo le pareti, uno dopo l’altro, un percorso illuminato. Quasi una pista di atterraggio. Il contrasto con la luce bianca di mezzogiorno fuori non le permise di vedere chiaramente.

Entrò, lasciò che la porta si chiudesse dietro di lei con un click definitivo. Quando i suoi occhi si abituarono alla penombra, la scena si rivelò: lui. In fondo al corridoio. Seduto su qualcosa che assomigliava a uno scranno. Immobile. Che la aspettava.

Dario la vide fermarsi sulla soglia – controluce, i capelli che esplodevano come un incendio scuro, il corpo che tremava appena. Era venuta. Cazzo, era venuta davvero. E indossava tacchi nonostante sapesse che avrebbe camminato. Per lui. Per mostrarsi.

Da tanti anni viveva in questo mondo e ancora certe cose lo colpivano allo stomaco.

“Avvicinati.”

Il suono della sua voce, l’intensità dell’ordine, le attraversarono il ventre come una scossa elettrica.

Iniziò a camminare. Un passo. Due. I tacchi che risuonavano sul pavimento come un tamburo. Il borsone che le pesava sulla spalla. Lui che restava immobile in fondo al corridoio, una sagoma scura contro la penombra dorata.

“Fermati.”

Si bloccò istantaneamente. Il terzo passo le morì a metà. La voce non era urlata, era peggio. Calma. Inflessibile. Una lama che non ha bisogno di essere affilata per tagliare.

“Lascia la borsa. Lì.”

Anita fece scivolare la tracolla dalla spalla con un movimento delle spalle. Il borsone cadde a terra con un tonfo sordo – tutto quello che aveva portato per dopo, per la tienda, per il mondo fuori da quel corridoio. Improvvisamente inutile.

“Fai ancora un passo.” Pausa. “Poi togli il vestito.”

Anita mosse quel passo con una sicurezza che quasi la sorprese. Le mani salirono ai bottoni, iniziando a sbottonare dall’alto. Uno. Due. Tre. Lentamente. Quattro. Cinque. Il tessuto che si apriva rivelando prima il reggiseno nero di pizzo, poi la finta guêpière che le circondava la vita, e per finire le cosce fasciate dal pizzo nero che scendeva come una seconda pelle.

Aprì completamente il vestito, lo lasciò scivolare dalle spalle. Cadde a terra come pelle di un’altra vita.

Un altro passo in avanti. Poi si fermò – gambe ben aperte, mani che salirono lente dietro la nuca, dita che si intrecciarono. Offerta.

Fu solo allora, nella penombra del corridoio, che lui poté vederla davvero: lei si era preparata non per essere spogliata, ma per donarsi.

*Cazzo.*

Il pensiero attraversò Dario come una scarica. Quante ne aveva avute, di donne? Quante sottomesse educate che arrivavano con la lingerie giusta perché l’avevano letto su qualche blog? Ma questa – questa si era vestita così non perché qualcuno gliel’aveva insegnato. Si era vestita così perché *sapeva*. Nel sangue. Nelle ossa. Nella fica già fradicia che lui poteva quasi odorare da dove stava seduto.

Pericolosa, pensò. Questa è pericolosa.

Non si mosse di un millimetro.

Il respiro di Anita si fece più corto. Stare in quella posizione, offrirsi così, fece scattare qualcosa dentro – una resa che saliva dal ventre alla gola, dissolvendo pensieri, trascinando con sé la mente verso un posto che non sapeva nominare.

Silenzio.

Lui restava seduto, immobile. Ma i suoi occhi no. I suoi occhi si muovevano su di lei come dita che sfogliano un libro prezioso – lenti, metodici, senza fretta. La studiava dalla distanza con l’attenzione di chi cataloga, valuta, decide. Anita sentiva quello sguardo penetrarle la pelle, scandagliare i suoi pensieri. Non la guardava – la leggeva.

“Togli il reggiseno.”

Tre parole dalla penombra. Le mani di Anita obbedirono prima che la mente potesse interferire. Scivolarono dietro la schiena, slacciarono, lasciarono cadere il pizzo nero sopra il vestito abbandonato. Poi tornarono dietro la nuca, dita intrecciate. Posizione.

I seni offerti al suo sguardo nella luce dorata dei lumini – pesanti, vulnerabili, i capezzoli già duri.

Altro silenzio. Più lungo.

Poi lui si alzò.

Il movimento fu lento, fluido, come se l’aria stessa si spostasse per fargli spazio. Non era più lo sguardo di prima – quello seduto, analitico, distante. Adesso era un predatore che esce dalla tana. Iniziò a girarle attorno e Anita sentì la sua presenza come calore sulla pelle, come respiro sul collo anche quando lui era dietro di lei. Annusava l’aria, percependo le sue paure, la sua eccitazione, quell’odore di femmina in calore che lei emanava anche contro la sua volontà. Studiava i punti deboli, gli angoli ciechi, i luoghi dove affondare.

Poi lo sentì fermarsi alle sue spalle.

Qualcosa le sfiorò la gola facendole gelare il sangue e scaldare ulteriormente il sesso. Anita trattenne il respiro mentre lui le avvolgeva il collare attorno al collo – non un collarino da gioco, non un accessorio da sexy shop. Questo era cuoio spesso, nero, avvolgente, comodo e che ricordava la sua mano quando la afferrava per il collo. Decisamente qualcosa di artigianale.

Le dita di lui lavorarono per ottenere quel mix di comfort e tortura, ma soprattutto, quando finì di chiuderlo, di appartenenza. Poi l’aggiunta della sentenza: “Questo resta qui finché non decido io di toglierlo.”

La voce le arrivò da dietro, calda sul collo. Il peso del collare era sorprendente – non fastidioso, ma impossibile da ignorare. Ad ogni respiro lo sentiva premere leggermente contro la gola. Ad ogni deglutizione le ricordava chi comandava.

*Sono sua*, pensò Anita. E il pensiero non la spaventò. La incendiò.

Lui completò il giro senza toccarla oltre. Tornò alla sua postazione, si sedette. I suoi occhi scivolarono sul collare con soddisfazione, il suo marchio, la sua firma su quella pelle che ora gli apparteneva.

Poi le fece cenno di avvicinarsi, indicando un punto preciso alla sua destra.

Anita si mosse verso il punto indicato. I tacchi che risuonavano sul pavimento, tac, tac, tac, scandivano i battiti del suo cuore. Si fermò esattamente dove lui aveva indicato. Vicina adesso. Abbastanza da sentire il suo respiro.

“Girati. Lentamente.”

Anita iniziò a ruotare su sé stessa. Sentiva il suo sguardo percorrerla, toccarla. Le spalle, la curva della schiena, il culo incorniciato dalla guepière, le cosce. Quando tornò a fronteggiarlo, lui non aveva mosso un muscolo. Solo gli occhi. Quelli sì, l’avevano divorata.

“Un altro passo.”

Obbedì. Ora era così vicina che poteva vedere le venature verdi nei suoi occhi marroni.

“Ancora.”

Un altro passo. Le sue ginocchia sfioravano quelle di lui. Anita iniziava a sentire che qualcosa di nuovo la agitava, creando nuove sensazioni tra le sue cosce.

“Ancora.”

Quest’ultimo passo la portò esattamente dove lui voleva. Molto vicino alla sua mano, ferma, calda eppure presente ancora prima che la toccasse. Le dita che accarezzavano appena le labbra dischiuse, sfioravano la clitoride. Anita trattenne il respiro.

Poi le dita si mossero. Lente. Deliberate. Trovarono la clitoride con la precisione di chi conosce il territorio in cui si muove. Iniziarono a stuzzicarla. In particolare, il dito medio faceva un solo movimento, avanti e indietro, facendo vibrare la clitoride come il battacchio di una campana. Una tortura dolcissima.

Anita chiuse gli occhi, le ginocchia che minacciavano di cedere.

“Guardami.”

Li riaprì. Lui la fissava mentre il dito medio continuava quel movimento ipnotico, costante, inesorabile.

“Come ti senti?”

La voce era calma. Conversazionale. Come se non stesse facendo quello che stava facendo.

“Io…” Un gemito le sfuggì quando lui accelerò appena il movimento. “Non riesco… a pensare…”

“Perfetto.” Le dita rallentarono, senza fermarsi. “Non devi pensare. Devi solo sentire. E rispondere.”

Anita annuì, incapace di parole.

“Da quanto non vieni?”

La domanda la colpì insieme a una nuova serie di stimolazioni sulla clitoride.

“Due… due settimane. Forse di più.”

“E la vescica?” Le dita che premevano appena più forte. “Da stamattina?”

“S-sì.”

“Quante ore?”

“Tre… tre e mezza…”

Lui sorrise – quel sorriso, l’angolo destro. Le dita si fermarono. Anita quasi singhiozzò per la perdita.

“Oggi metterò a dura prova il tuo controllo …” disse lui, la voce scesa di un’ottava. “Ricordati solo che il tuo piacere mi appartiene. Verrai solo quando io deciderò che puoi venire.”

Le dita ripresero a muoversi. Più lente. Più precise.

Anita tremava. Non di freddo. Di tutto il resto.

Le mani unite dietro il collo, il corpo offerto a quello straniero che sembrava conoscerla meglio di chiunque altro e la sua figa, la sua clitoride, torturata da quel dito che faceva un movimento così semplice.

Un pensiero le attraversò la mente. Tutte quelle persone che spendono centinaia di euro in sex toys assurdi, mentre lei era lì un con un dito che faceva un movimento semplice, quasi assurdo, ma che arrivava a farla gocciolare come una scrofa in calore.

Si ritrovò ad ascoltare il suo corpo che si concedeva, cercava quel cavolo di dito desiderando che lui le concedesse, che le ordinasse di godere. Dio quanto lo desiderava, quanto sognava di sbrodolare squirt per lui, inondare il pavimento, godendo per quello che avrebbe desiderato chiamare padrone.

Poi tutto si fermò improvvisamente. Prima lo sentì e poi lo vide alzarsi, afferrarla per l’anello del collare e guidarla fino al tavolo.

Lo vide afferrare una fascia di tessuto nero. L’ultimo sguardo che le concesse prima che il mondo svanisse: il suo sorriso beffardo. Poi il buio.

“Sdraiati a pancia in giù.”

Le sue mani la guidarono, la sistemarono. Anita si abbandonò sul tavolo imbottito senza sapere cosa aspettarsi. Il buio della benda la rendeva vulnerabile in un modo nuovo, privata degli occhi, ogni altro senso si tendeva come corda di violino pronta a vibrare, ad emettere note nuove che nemmeno lei conosceva. Lo sentiva muoversi attorno a lei. Passi. Fruscii.

Silenzio.

Improvvise, le sue mani afferrarono il bordo della guêpière, strappandolo con violenza. Anita trattenne il fiato mentre sentiva il tessuto sfilacciarsi, sfilarsi dal suo corpo, lasciandola esposta, vulnerabile, completamente nuda.

Silenzio. Passi. Fruscii.

Il tintinnio di qualcosa, vetro? metallo? Il desiderio di sentire le sue mani era una tortura, paragonabile solo a quella dell’astinenza dall’orgasmo che la divorava da settimane.

Un profumo. Caldo, speziato, antico. Sandalo? Qualcosa di più scuro, più terroso. Poteva sentire l’aroma di quell’incenso particolare diffondersi nell’aria.

Poi qualcosa colpì la sua pelle. Una goccia. Calda. Quasi bruciante. La prima goccia di olio la colse di sorpresa. Cadde esattamente tra le scapole e Anita sussultò, un gemito che le sfuggì prima che potesse fermarlo. Era qualcosa di complesso, una scossa che le attraversò la spina dorsale fino al coccige.

Un’altra goccia. Più in basso. Poi un’altra ancora.

Lui stava disegnando una mappa sulla sua schiena con l’olio caldo – punti precisi, calcolati, come un pittore che prepara la tela.

Poi le mani.

Le mani di Dario si posarono sulle sue spalle con una presa che era già possesso. L’olio le rese scivolose, calde, vive, nello stesso momento in cui iniziarono a muoversi lentamente, analizzando, facendo conoscenza, con la certezza di chi ha fatto del corpo femminile uno studio, una devozione – cercando prima di capire, poi di compiacere, infine di possedere.

I pollici affondarono nei muscoli lungo la spina dorsale. Anita sentì nodi che non sapeva di avere sciogliersi sotto quella pressione implacabile. Non era un massaggio da spa, morbido e rassicurante. Era qualcosa di più profondo, più invasivo. Lui non accarezzava – scavava. Cercava. Trovava.

“Respira.”

La voce arrivò da qualche parte sopra di lei. Anita si accorse solo allora che stava trattenendo il fiato. Espirò, e con quel respiro sentì il proprio corpo cedere un altro centimetro verso la resa.

Le mani scesero lungo i fianchi, risalirono, tornarono alle spalle. Ogni passaggio con un tempo diverso dal precedente. Ogni pressione calibrata per tenerla esattamente dove lui voleva – sul filo tra rilassamento ed eccitazione, incapace di scivolare in nessuna delle due direzioni senza il suo permesso.

La vescica aveva ricominciato a premere, pulsare. *Coño*, la vescica. Con ogni pressione delle sue mani sui reni, quella pienezza diventava più urgente, più impossibile da ignorare. Un’altra tortura che si sommava alle altre.

Le sue mani l’avevano esplorata dalla base del collo alla punta dei piedi, da sinistra a destra, andata e ritorno, sfogliando ogni pagina del suo libro del piacere, facendole scoprire pagine sconosciute ed altre che aveva dimenticato da anni. Si sentiva creta sotto le sue mani, concedendogli di rimodellarla come lui voleva, preferiva, desiderava. Era persa in quel pensiero quando sentì la sua mano, calda e unta, avvinghiare la sua fica. Improvvisamente il suo mondo era racchiuso in quella mano, concentrato tra le sue cosce. Le grandi labbra si aprirono come un fiore notturno, offrendo accesso alle sue dita che restarono fuori, intensificando il massaggio senza affondare come il suo corpo chiedeva, pretendeva … supplicava. Un’altra crepa in quel muro difensivo, mentre immaginava lui che la prendeva, scopava, possedeva nei modi e nelle posizioni che nemmeno il più audace manuale tantrico prevedeva.

Quella mano iniziò a muoversi, accarezzare, esplorando tutto quanto era racchiuso dalle grandi labbra, aumentando la sua umidità ad un livello che nemmeno lei conosceva.

Quando le dita passarono sopra l’ano, si sorprese ad offrirlo in modo quasi sconsiderato, provocatorio, tanto era il suo desiderio, il suo bisogno di essere penetrata. Ma lo scopo di quelle dita era un altro: farle desiderare oltremodo la penetrazione, amplificando quel bisogno di essere riempita.

Poi le mani ripresero ad esplorare il resto del corpo. Con quelle carezze aveva esteso a tutta la pelle del suo corpo il suo organo sessuale. Si era sorpresa a gemere quando le dita di Dario sfioravano alcuni punti dei suoi fianchi. Quando le afferrava i glutei, li strizzava, le sue gonadi scodinzolavano.

Ovviamente aveva perso il senso del tempo sotto le sue mani, carezze, esplorazioni. Le sue labbra si avvicinarono all’orecchio destro per sussurrarle: “Girati… ora viene il bello.”

Lentamente obbedì all’ordine, il corpo che ruotava sul tavolo imbottito, cieca e vulnerabile.

Per prima cosa sentì colare olio caldo sul suo corpo. Le mani che distribuivano lentamente l’olio sul suo ventre, sui seni, sulle braccia, disegnando simboli erotici sulla sua pelle. Anita vibrava sotto quelle carezze inusuali, il corpo che rispondeva in modo nuovo, intenso.

Poi le mani cambiarono atteggiamento.

Partirono dal ventre, con quella pressione ferma, possessiva, inevitabile. I pollici tracciarono cerchi lenti attorno all’ombelico, per poi scivolare sul resto del corpo. Ogni passaggio scioglieva qualcosa dentro di lei, qualcosa che non sapeva di tenere contratto. Contemporaneamente risvegliava una fame dormiente.

Quando le mani risalirono verso i seni, Anita trattenne il respiro. Ma lui non li toccò. Non ancora. Le sue dita scivolarono lungo i bordi, tracciando il contorno, delimitando un territorio prima di esplorarlo. La curva inferiore. I lati. Quella zona tenera dove il seno incontra l’ascella. Ovunque tranne dove lei lo voleva disperatamente.

“Respira.“

Espirò con un gemito. Solo allora le mani si chiusero sui suoi seni – non con delicatezza, ma con quella presa piena che diceva *mio*. Li sollevò appena, li strinse. I pollici trovarono i capezzoli già duri come sassi e iniziarono a ruotare, lenti, implacabili.

Anita inarcò la schiena senza volerlo. Il piacere le attraversava il petto come scariche elettriche che scendevano dritte al ventre, alla fica che pulsava vuota e affamata. Ogni carezza sui capezzoli era un filo invisibile che tirava qualcosa di più profondo, di più basso.

Le mani scesero. Costole. Fianchi. I pollici che premevano in quei punti lungo la linea dell’inguine dove la pelle diventa più sottile, più sensibile. Anita si ritrovò ad aprire le gambe senza che lui glielo chiedesse – il corpo che supplicava prima che la bocca potesse formare parole.

“Non è ancora il momento.”

Due parole sussurrate, e le mani deviarono verso le cosce. Lavorarono i muscoli interni con pressioni profonde, avvicinandosi a quel centro rovente senza mai toccarlo. Era una tortura calcolata, scientifica. Lui sapeva esattamente dove fermarsi per lasciarla sospesa, tremante, disperata.

Nel buio della benda, ogni sensazione era amplificata, distorta, infinita. Non poteva vedere dove lui stesse andando, cosa stesse per fare. Poteva solo sentire e aspettare.

La vescica premeva. La fica grondava. Due urgenze che si sommavano, si confondevano, diventavano una sola tortura impossibile da separare. E lui continuava quel massaggio che era adorazione e crudeltà insieme, portandola sempre più vicina a un bordo che non aveva il permesso di superare.

Quando finalmente le dita di lui sfiorarono le grandi labbra, Anita emise un suono che non era né gemito né parola. Era resa pura, vocalizzata.

Poi sentì le dita di lui salire al viso, sfiorare gli zigomi, agganciarsi al bordo della benda.

“Voglio che mi guardi mentre ti tocco.”

La stoffa scivolò via. La luce dei lumini la accecò per un istante, troppo intensa dopo tutto quel buio. Sbatté le palpebre, il mondo che tornava a fuoco lentamente. E la prima cosa che vide fu lui: in piedi accanto al tavolo, gli occhi che la percorrevano come se stesse leggendo un testo sacro. Non c’era fretta in quello sguardo. Solo fame. E qualcosa che somigliava pericolosamente alla reverenza.

Mentre cercava di immaginare cosa le avrebbe fatto, mentre iniziava a sognare quello che avrebbe voluto che le facesse, capì che ora avrebbe visto tutto. Ogni gesto. Ogni intenzione. E questo la terrorizzava e la eccitava in egual misura.

“Dimmi cosa senti.”

“Tutto,” ansimò. “Sento tutto.”

Le dita, invece che rallentare, allontanarsi, approfondirono la perlustrazione. Mentre le dita della mano destra aprivano i petali della fica di Anita, accarezzavano la clitoride turgida e ipersensibile, con la mano sinistra Dario aveva afferrato il flacone di olio e aveva iniziato a farlo colare esattamente dove le dita lavoravano. Il massaggio, lento, amalgamava gli umori di Anita con l’olio, creando qualcosa di nuovo a livello tattile e olfattivo.

Il corpo di Anita era attraversato da nuove correnti di piacere, portandola in uno stato di trance. Tremava e gemeva senza controllo. I fianchi si muovevano cercando più contatto con quelle dita, ma senza forzare la ricerca del sommo piacere, dell’orgasmo, anzi, aiutandole a trovare nuovi modi per spingerla sull’orlo del precipizio del godimento.

Da attorno alla clitoride le dita iniziarono a scivolare dentro, dentro la sua fica, dentro di lei, dentro il suo corpo, forse addirittura dentro la sua mente.

Prima un dito, poi due. Anita sentì il proprio corpo accoglierle come qualcosa che aspettava da sempre. Dita curiose, esploratrici che, aiutate dall’olio, scivolavano in profondità, esploravano in ogni dove, sopra, sotto, destra e sinistra.

Il passaggio da due a tre dita era naturale. Il suo corpo si era già arreso a quell’invasione progressiva, ogni livello una nuova resa. Anche Anita lo aspettava, augurava, sperava, tanto era il bisogno di salire di livello. Sentirsi maggiormente aperta, invasa e nello stesso tempo maggiormente desiderata, usata, posseduta, sua.

Un altro fiotto di olio, caldo, il suono di quel liquido che scivolava tra la sua fica e le dita di lui, quel suono viscido e bagnato che permetteva a quelle tre dita di affondare, invaderla, possederla, farla sua ma, come sempre, senza concederle di esplorare il territorio dell’orgasmo.

Il piacere arrivò a un livello tale che Anita non riusciva a controllare i muscoli delle sue gambe, delle sue cosce che si aprivano, offrivano. La pressione delle dita dentro di lei amplificava quella della vescica. Non sapeva più quale delle due urgenze fosse più insopportabile, più necessaria. La risposta di Dario fu semplice: quattro dita.

Altro olio, ma le falangi entrarono facili. Quando si arrivò ai metacarpi il cervello di Anita andò in cortocircuito. Da una parte l’autodifesa, sentire quel corpo forzare il suo sesso, volerla sfondare, e cercare di fermarlo. Dall’altra il desiderio, il bisogno di concedersi oltre ogni limite, desiderare di essere aperta, divaricata, invasa, di sentire la sua mano, il suo braccio, prendere possesso di lei.

Fantasia e realtà che combattevano e litigavano e, mentre lei si perdeva in quelle immagini, le dita erano davvero diventate quattro. Il suo corpo si arcuò sul tavolo, un gemito strozzato che non riconobbe come suo. Era aperta. Era piena. Era sua.

Poteva sentire la punta delle dita toccarla dove nessuno prima l’aveva mai toccata, dove nessuno aveva mai avuto interesse a toccarla. Tutti avevano cercato solo di farla godere. Lui stava cercando altro. Quelle dita volevano conoscerla, mentre il resto della mano lavorava per aprirla come non era mai stata aperta, conquistata.

Assurdamente, Anita trovò tutto questo romantico. Sollevò il mento cercandolo, cercando il suo viso, la sua espressione.

Lo trovò.

Dario non la stava guardando. Guardava la sua mano che spariva dentro di lei, gli occhi fissi su quel punto dove la carne di lei accoglieva la carne di lui. La concentrazione sul suo viso era quella di un orologiaio che smonta un meccanismo prezioso, di uno scultore che trova la forma nascosta nella pietra. Il labbro inferiore appena serrato tra i denti. La fronte leggermente corrugata. Assorto. Devoto al suo lavoro.

E Anita capì che quella era la cosa più erotica che avesse mai visto: un uomo che guarda la sua fica aperta non per goderne, ma per capirla. Per conoscerla. Per possederla nel senso più profondo del termine.

Un nuovo fiotto di umori le scivolò fuori, tradendola. Lui sorrise senza alzare lo sguardo.

“Ti piace farmi vedere quanto sei zoccola, eh? La puttana che cola per il suo Daddy …”

Anita non sapeva se fosse il tono o la situazione a cambiare il senso ed il valore di quelle parole. Quanti uomini si erano presi uno schiaffo od un pugno per avere provato a usare, a volte anche solo a pensare una di quelle due parole. Dette da lui invece avevano ottenuto l’effetto di eccitarla di più, di farle desiderare di offrirsi di più, di essere, per lui, solo per lui, ancora più zoccola e puttana.

Il piacere era salito ad un livello tale che il suo sesso pulsava, come la valva di una pianta carnivora che tentava di ingoiare la sua mano. Lo sentì spingere, scivolare dentro ancora un paio di millimetri, poi improvvisamente il vuoto. Si sentiva dilatata ed esposta come mai prima. L’assenza della sua mano, quasi dolorosa, le faceva provare un contrasto di temperature tra il calore umido del suo sesso e l’aria, che al confronto, sembrava ghiacciata.

Lo cercò con gli occhi. Si era spostato, muovendosi silenzioso verso il lato del tavolo dove c’era la sua testa. Le sue mani la afferrarono per le ascelle tirandola in modo che la testa sporgesse, potesse reclinarsi all’indietro. Lo osservava dal basso. Vide le mani che fino a pochi istanti prima l’avevano torturata di piacere sfilare la cintura, piegarla in due. Vide la mano che impugnava la cintura muoversi ma solo nel momento stesso in cui la cinta le colpiva le grandi labbra spalancate riuscì a realizzare cosa stava succedendo, uscendo improvvisamente dalla sua trance. Altri due colpi, poi vide l’altra mano muoversi, slacciare i pantaloni, abbassare la zip.

Mentre i pantaloni cadevano alle caviglie, il suo cazzo cadde sul suo viso. Caldo, duro, con quell’odore da uomo. Anita reclinò maggiormente la testa, cercando le sue palle, il suo scroto, baciarlo, leccarlo. Lo sentì muoversi e, per una volta, sapeva con certezza cosa sarebbe successo. Socchiuse le labbra aspettando che il glande ci premesse contro, cosa che accadde pochi istanti dopo. Il suo sapore, quel corpo che invadeva la sua bocca. Strinse appena le labbra per apprezzarne la consistenza, la forma, le venature, sentendolo scivolare lentamente sempre più a fondo nella sua bocca. Poi una mano, la sinistra, prese possesso della sua gola. Quella combinazione cazzo-mano che si impossessavano di lei in due modi diversi la scaraventò quasi allo stesso livello di eccitazione di prima. Quando un istante dopo arrivarono cinque colpi di cinta sulla sua figa, con una progressione di intensità e vicinanza di colpi, il suo corpo si contrasse e si inarcò.

La mano restava li, a fare sentire la sua presenza sulla sua gola, ordinandole silenziosamente di non muoversi. I fianchi iniziarono a muoversi, lenti, facendo in modo che la sua verga iniziasse a stantuffarle la bocca.

Improvvisamente si sentì trasformata in una bambola per il sesso. Un buco da usare per il proprio piacere. E invece di sentirsi diminuita, si sentì esattamente dove voleva essere. Persa nei suoi pensieri non si era accorta che lui si fosse nuovamente fermato, quasi tutto nella sua bocca e che la mano che gestiva la cinta si stava muovendo nuovamente. Questa volta furono dieci colpi. Precisi, studiati, calibrati in modo da trasformare, magicamente, il dolore in piacere. Ogni schiocco del cuoio sulla carne bagnata era un suono osceno che riempiva la stanza, seguito dal bruciore che si trasformava in calore, poi in qualcos’altro. Assurdamente, quei colpi l’avevano, di nuovo, portata al limite dell’orgasmo. Sentiva il ventre, le cosce, tremare mentre il corpo supplicava di poter godere mentre la mente ordinava di aspettare.

Lui le aveva concesso il tempo per placarsi un poco, poi aveva ricominciato a scoparle la bocca. Ogni tanto arrivava qualche colpo senza che lui si fermasse. A volte un colpo isolato, forte. Altre volte due o tre colpi con intensità diversa.

Lo sentiva muoversi sempre più veloce, il membro che pulsava, i colpi che diventavano sempre più radi e distratti. Anita percepì che tutta la concentrazione si stava spostando sul piacere di Dario.

La mano sulla gola strinse leggermente di più mentre i fianchi acceleravano. Senti quell’anticipo di sapore acre in bocca, sapeva che ci sarebbe voluto molto poco perché lui venisse. Poche spinte dopo, con un soffocato grugnito, Dario venne. Il primo fiotto la colse quasi di sorpresa – caldo, denso, con quel sapore acre che ormai riconosceva come suo. Ingoiò senza pensare, il corpo che rispondeva senza che la mente potesse prendere decisioni, mentre lui continuava a svuotarsi nella sua bocca con spasmi sempre più deboli.

Lo poteva sentire ansimare mentre lei cercava di succhiargli fuori ogni goccia del suo seme e la consapevolezza di essere stata l’oggetto e lo strumento del suo piacere la mandarono nuovamente in orbita. Dovette chiudere gli occhi per evitare di venire senza nemmeno essere stata toccata.

La mano sulla gola si allentò. Il peso di lui si spostò. Per un momento restarono così, sospesi in quel silenzio denso che segue certe tempeste.

Poi il suono della sveglia ruppe l’incantesimo. Lo sentì sfilarsi, rimettersi i pantaloni e andare a spegnere l’allarme.

“Anita, è ora. Devi iniziare a prepararti o farai tardi.” La voce era ancora roca, non completamente tornata al suo registro abituale.

In cucina, Dario si versò un bicchiere di vino bianco con mani che non erano del tutto ferme. Lo mandò giù in due sorsi, poi se ne versò un altro.

Cazzo.

Si appoggiò al bancone, gli occhi chiusi, cercando di rallentare il battito. Non era l’orgasmo, quello era stato potente ma gestibile. Era tutto il resto. Il modo in cui lei si era aperta sotto le sue mani, letteralmente e non. Il modo in cui il suo corpo aveva risposto a ogni stimolo come uno strumento perfettamente accordato. Il modo in cui lo aveva guardato mentre le dita affondavano dentro di lei – non con paura, non con vergogna, ma con quella fame che riconosceva perché era la sua stessa fame riflessa.

Aveva dovuto andarsene. Se fosse rimasto un altro minuto, con lei ancora stesa su quel tavolo, tremante, la fica gonfia e pulsante che supplicava senza parole, avrebbe ceduto. L’avrebbe fatta venire. L’avrebbe scopata fino a farle perdere i sensi. E, tutto il gioco del controllo, della negazione, quella danza che stavano costruendo insieme, sarebbe crollato in pochi secondi di debolezza.

Non sei un ragazzino, si disse. Hai fatto questo cento volte.

Ma non così. Non con una che ti guarda come se fossi l’unica cosa reale in un mondo di ombre.

Sentì i suoi passi nel corridoio. Leggeri, incerti. Le gambe che probabilmente ancora tremavano.

Anita si era rivestita con movimenti da automa. Il cervello non collaborava – continuava a rimandare immagini, sensazioni, il sapore di lui che ancora le graffiava la gola.

Cosa cazzo è stato?

Si guardò allo specchio del bagno. Stessa faccia di sempre, eppure qualcosa era cambiato. Negli occhi, forse. O nel modo in cui teneva le spalle. Come se il suo corpo avesse imparato un nuovo linguaggio e non potesse più tornare a quello vecchio.

Si sistemò i capelli alla meglio. Il vestito da flamenco era ancora nel borsone – avrebbe dovuto cambiarsi alla tienda. Per ora il vestito azzurro sarebbe bastato, anche se sentiva il tessuto sfregare contro la pelle ipersensibile come carta vetrata.

Lo trovò in cucina, appoggiato al bancone con un bicchiere di vino in mano. C’era qualcosa di diverso in lui. Una tensione nelle spalle che prima non c’era. Il controllo perfetto che aveva mostrato per tutto il pomeriggio sembrava incrinato, come ghiaccio sottile su acqua profonda.

“Vino?” Le offrì la bottiglia senza guardarla.

“Devo ballare tra un’ora.”

“Mezzo bicchiere non ti ucciderà.”

Anita accettò. Il vino era freddo, secco, esattamente quello che le serviva per ancorarsi alla realtà. Bevve in silenzio, studiandolo. Lui continuava a non guardarla.

“Perché sei scappato?”

La domanda uscì prima che potesse fermarla. Dario alzò finalmente gli occhi. C’era qualcosa di vulnerabile in quello sguardo, qualcosa che lei non si aspettava di vedere.

“Perché se fossi rimasto ti avrei fatta venire.”

La semplicità della confessione la colpì più di qualsiasi parola volgare avesse usato prima.

Il silenzio che seguì era denso come miele. Si guardarono – non come predatore e preda, non come Daddy e babygirl. Come due persone che si erano appena rese conto di essere finite in acque più profonde di quanto avessero previsto.

Fu lui a muoversi per primo. Un passo, poi un altro. La mano che saliva al suo collo – non per stringere, non per possedere. Per tenere. Per ancorare.

Il bacio fu diverso dagli altri. Lento. Quasi tenero, se quella parola poteva applicarsi a loro. Le labbra di lui che esploravano le sue senza urgenza, senza fame. Con qualcosa che somigliava pericolosamente alla cura. La mano sul collo era una presenza calda, costante, che diceva sei mia ma anche sei al sicuro.

Quando si staccarono, Anita aveva gli occhi lucidi. Non di tristezza. Di qualcosa che non sapeva ancora nominare.

“Vai,” disse lui, la voce roca. “Balla. Falli impazzire tutti. E ricordati che ogni passo che fai, ogni movimento, lo fai con il mio sapore ancora in bocca.”

Anita annuì senza fidarsi della propria voce. Raccolse il borsone, si diresse verso la porta. Sulla soglia si voltò un’ultima volta.

Dario si era spostato dalla cucina. Era appoggiato allo stipite del corridoio, le braccia incrociate sul petto, a guardarla andare via. Quegli occhi che ormai conosceva – quelli che vedevano tutto, anche le parti che lei aveva nascosto per anni.

Non disse niente. Non serviva.

Uscì nel sole del tardo pomeriggio con le gambe che tremavano e il sapore di lui ancora in gola. Siviglia bruciava di festa e di rumore, ma lei camminava in una bolla di silenzio, ancora sul tavolo di quella villetta, ancora aperta, ancora sua.

Alla tienda avrebbe ballato. Avrebbe fatto girare la gonna, battuto i tacchi, sorriso al pubblico. Ma ogni passo, ogni movimento del bacino, ogni goccia di sudore che le sarebbe scivolata lungo la schiena sarebbe stata per lui.

Solo per lui.