Capitolo 05 – La Corda e la Carne

05 Chapter by Loui Jover

La porta della villetta si chiuse alle loro spalle con un click che risuonò come un colpo di pistola.

Anita rimase immobile, nuda, tranne che per le scarpe, tenendo per mano Felpudo. Non respirava. Ansimava. Come quando cavalcava il cuscino e doveva fermarsi un secondo prima.

Dario si tolse il cappello con la solita calma, appendendolo al gancio. Regola numero uno: mai mostrare l’ansia. Eppure, era difficile tenere il controllo davanti a quella bellezza, a come lei avesse deciso di affidarsi, donarsi, basandosi solo su una sensazione, nata quando lui l’aveva vista e riconosciuta. Per la fiducia che gli aveva dato senza condizioni.

Merda!

Era abituato a vedere tremori di paura, di eccitazione, di sottomissione. Ma quello… quello era diverso.

E per la prima volta in anni, Dario sentì qualcosa che non c’entrava nulla con il controllo. Lo sentì nelle mani, un formicolio sottile che non riusciva a zittire. Lo sentì nel petto, dove il respiro si era fatto più corto senza permesso.

Paura. Di sbagliare. Di romperla. Di perderla come aveva perso le altre, quelle che non avevano retto il peso di quello che lui era.

O troppo poco.

Appoggiò la mano sulla maniglia della porta dello scantinato. Teatralmente si girò verso di lei: “Sei pronta? Sicura?”

Era l’ultima offerta di un boia.

Anita ci mise qualche secondo di troppo per rispondere, cercando di fare spazio tra le sue emozioni.

“Respira,” lui le ordinò. La sua voce era più bassa del solito. Quasi teatrale. Nonostante questo, tonante.

Anita obbedì, inspirando a fondo. “Sicura…” pigolò.

La porta si aprì con un cigolio degno dei peggiori film horror. *Lubrificante*, annotò la mente pragmatica di Dario mentre, senza lasciare la mano di Anita, la guidava e sosteneva mentre scendeva le scale.

“Aspettami qui,” disse con tono calmo, per aggiungere pochi istanti dopo: “Non ti muovere!”

Muovendosi a memoria per la stanza, raccolse l’accendicandele che si era costruito e iniziò a dar vita, una dopo l’altra, alle candele che aveva meticolosamente sistemato.

Anita lo osservava muoversi per la stanza mentre accendeva le candele. Non aveva mai visto niente di simile. Non era flamenco, era qualcosa di più antico, più liquido. Più pericoloso.

Si muoveva come chi pratica capoeira.

L’aveva vista una volta, in un locale di quelli poco raccomandati, due uomini che sembravano danzare e invece si stavano cacciando. Corpi che oscillavano come serpenti, che si sfioravano senza toccarsi, che fingevano abbandono mentre ogni muscolo era teso, pronto. Il gioco che poteva diventare lotta. La carezza che poteva diventare colpo.

Dario aveva quella stessa qualità. I fianchi che ondulavano appena mentre si spostava da una candela all’altra. Le spalle che ruotavano, fluide, sembrava che il suo corpo non conoscesse angoli. Ogni tanto si abbassava, raccoglieva qualcosa, e quel movimento, cazzo, quel movimento. La schiena che si curvava, il culo che si tendeva nei jeans scuri, le cosce che reggevano il peso con una forza che sembrava non costare nulla.

*Anita sentì la bocca seccarsi, mentre qualcos’altro diventava un acquitrino**.*

C’era qualcosa di oscenamente erotico nel guardarlo muoversi senza essere guardata. Forse lui sapeva. Forse faceva parte del gioco, offrirle quello spettacolo mentre lei stava lì, nuda, a fremere. Mostrarle cosa sapevano fare quelle mani, quel corpo, prima ancora di toccarla.

Un passo laterale, lento, i piedi che scivolavano sul pavimento di pietra. Poi una rotazione del busto, le braccia che si alzavano per raggiungere una candela più alta, e per un istante il tessuto della camicia si tese sulla schiena, rivelando i muscoli sotto. Anita vide le scapole muoversi come ali ripiegate, pronte a dispiegarsi.

Sentì un fiotto caldo scivolarle tra le cosce. Non l’aveva nemmeno toccata e già colava.

Lui si girò. Lento. Come il capoeirista che ha finito di studiare l’avversario e ora decide di attaccare.

I loro sguardi si incrociarono.

Anita capì che lui aveva sempre saputo che lo stava guardando. Che ogni movimento era stato per lei. Una promessa fatta con il corpo di quello che quel corpo sapeva fare. Di quello che le avrebbe fatto.

La stanza si illuminò fiocamente e per qualche momento Anita rimase spiazzata. Quasi delusa.

Si era aspettata… cosa, esattamente? Le immagini che le avevano popolato la mente nelle notti solitarie davanti al laptop. Catene ai muri. Una croce di Sant’Andrea come quelle dei video che guardava di nascosto. Attrezzi di pelle nera appesi in bella mostra. Il dungeon dei suoi sogni proibiti, quello che esisteva solo dietro gli schermi e nelle pagine dei romanzi.

Invece: pietra, legno, candele. Nient’altro.

Poi incrociò il suo sguardo. E capì.

Lo scantinato non era vuoto. Era in attesa. Come lei e di lei. Come il silenzio prima del primo colpo di tacco su un palco.

Lui sorrideva, sornione, dando l’impressione di sapere esattamente cosa le stava passando per la testa. Probabilmente lo sapeva.

Istintivamente Anita lasciò scivolare Felpudo sulle scale in modo che potesse sedersi comodo e guardare la stanza.

Quando le si avvicinò aveva tra le mani una corda di canapa. L’odore la colpì per primo. Vegetale, terroso, antico. Sapeva di fieno e di cose fatte a mano, di tempo e pazienza.

“Le mani, davanti, unite… per piacere.”

Non erano comandi. Non erano imposizioni. Eppure, era impossibile non obbedirgli. Quel *per piacere* dava un tono diverso a quell’ordine rendendolo irresistibile.

Anita tese le braccia. Guardò, ipnotizzata, quelle mani far scorrere la corda attorno ai suoi polsi. La canapa le punzecchiò la pelle, ruvida, viva. Non faceva male. Graffiava. Come una carezza di un gatto che non ha ancora deciso se amarti o ferirti.

Le dita di lui sfiorarono l’interno del polso mentre stringeva il nodo. Quel tocco, breve, quasi casuale, le mandò una scarica dritta al ventre. Sentì la fica contrarsi, un battito sordo che non aveva niente a che fare con il cuore.

Poi lui scivolò dietro di lei. Si mosse come si muoveva sempre, con quella grazia da predatore che non ha fretta. Senza capire come, sentì le braccia sollevarsi, la corda che si tendeva verso l’alto, i polsi che venivano agganciati a qualcosa sopra la sua testa.

Le spalle protestarono. I seni si sollevarono, offerti alla stanza vuota, ai suoi occhi che non vedeva ma sentiva addosso come mani. I capezzoli, già duri, si tesero ancora di più nell’aria fresca dello scantinato.

*Cazzo.*

Non era tanto la posizione, nuova per lei. Era la velocità. La semplicità. Un momento era in piedi, libera. Il momento dopo era sua. Completamente.

Lo sentì inginocchiarsi dietro di lei. Il calore del suo corpo così vicino alle cosce, al culo ancora segnato dalla cintura. Poi le dita che le circondavano la caviglia destra, la corda che si avvolgeva, stringeva. Lo stesso per la sinistra.

Qualcosa di freddo, di rigido, le sfiorò l’interno delle gambe. Un bastone. Lo sentì posizionarsi, le corde che si tendevano, e improvvisamente le sue gambe non erano più sue. Aperte. Spalancate. La fica esposta all’aria, all’odore di candele e pietra, a lui.

Un nuovo rivolo caldo le scivolò lungo l’interno coscia. Non era piscio. Era lei che colava, il corpo che rispondeva prima che la mente potesse elaborare.

Tutto era successo in pochi minuti. Senza violenza. Senza che potesse rendersi conto e reagire.

Sempre che avesse voluto reagire.

Onestamente, l’unica cosa che desiderava era essere toccata. Adesso. Subito. Qualsiasi cosa, ovunque, purché quelle mani tornassero su di lei.

La fica le bruciava. Aperta, affamata. Sentiva i propri umori colarle lungo l’interno coscia, freddi sulla pelle calda. Osceni. Il desiderio era così intenso da causarle mal di testa e nausea.

Lo sentì ricominciare a muoversi alle sue spalle. Frugava da qualche parte, il rumore di oggetti spostati, qualcosa che veniva preso. Poi i passi che giravano, lenti, fino a comparire davanti a lei.

Si fermò.

Non disse niente. Non si mosse. Stava lì, a due passi, e la guardava.

Anita aveva visto uomini guardarla in tanti modi. Con desiderio, con fretta, con quella fame sbrigativa di chi vuole arrivare al dunque. Occhi che partivano dal viso e precipitavano tra le cosce come se il resto non esistesse. Credendo lei fosse solo quel buco da riempire.

Ma questo. Questo era diverso.

Gli occhi di Dario la percorrevano, la esploravano. Ovunque. Partirono dal viso, indugiarono sugli occhi, le sfiorarono le labbra. Scesero lungo il collo, si fermarono sui seni sollevati dalla posizione. Poi continuarono. Sul ventre che tremava. Sui fianchi bloccati dalla corda. Sulla fica spalancata, lucida, che pulsava sotto quello sguardo.

Ma non si fermarono lì.

Continuarono a scendere. Lungo le cosce aperte dal bastone. Sulle ginocchia ancora segnate dall’erba. Sui polpacci tesi. Sulle caviglie fasciate dalla canapa. Fino ai piedi, ancora infilati nei tacchi.

Poi risalirono. Con la stessa lentezza. Accarezzandola di nuovo, al contrario.

Nessuno l’aveva mai guardata così. Tutta. Facendole sentire che ogni centimetro di lei meritasse attenzione. Non era solo una fica con un corpo attorno, ma un corpo, con una mente da esplorare e con una fica da usare.

E Anita iniziò a perdere la testa.

Perché non la toccava? Perché restava lì, immobile, a studiarla come si studia una mappa prima di un viaggio? Sentiva la propria fica contrarsi a vuoto, cercare qualcosa che non c’era. Le cosce avrebbero voluto chiudersi, nascondersi da quello sguardo che vedeva troppo, ma il bastone tra le caviglie glielo impediva.

Era esposta. Completamente. E lui se ne stava lì a guardarla colare, dando l’impressione di avere tutto il tempo del mondo.

*Toccami. Cristo, toccami. Fai qualcosa.*

Ma non disse niente. Non poteva. Non le era permesso. Sapeva che quello faceva parte del gioco. L’attesa. La tortura di non sapere. Il potere che lui si prendeva semplicemente restando fermo.

Eppure, il corpo la tradiva. I fianchi che cercavano di muoversi contro niente. I capezzoli così duri che facevano male. La fica che si apriva e si chiudeva, affamata, implorando senza parole.

Lui inclinò appena la testa. Un sorriso gli increspò l’angolo della bocca.

“Sai cos’è questo?”

Alzò la mano. Anita strizzò gli occhi, cercando di mettere a fuoco. Qualcosa di piccolo, sottile, familiare. Ci mise qualche secondo. Poi capì.

Uno spazzolino da denti.

La risata le morì in gola prima ancora di nascere. Perché lui non stava ridendo. Lui la guardava con quegli occhi che promettevano cose, e in mano teneva un cazzo di spazzolino da denti come se fosse lo strumento più pericoloso del mondo. E forse, nelle sue mani, lo era.

“Non capisco…”

“Lo so.” Si avvicinò. “Tra poco capirai.”

Era assurdo. Era uno spazzolino. Eppure, il modo in cui lui lo teneva, il modo in cui la guardava, trasformava quell’oggetto banale in qualcosa di altro.

Lui si inginocchiò davanti a lei. Le aprì le grandi labbra con due dita. Non chiese permesso. Non ne aveva bisogno. La clitoride era lì, gonfia, livida, lucida, che pulsava come un secondo cuore impazzito. Da giorni!

Anita abbassò gli occhi. Vide le setole avvicinarsi.

Le setole toccarono quel punto e il mondo si inclinò.

Non era dolore. Non era piacere. Era qualcosa nel mezzo, qualcosa che non aveva nome. Centinaia di punte minuscole che premevano contro quella carne ipersensibile, che la graffiavano senza ferirla, che la irritavano in un modo che mandava segnali contrastanti al cervello.

Poi lui iniziò a muovere.

Prima avanti e indietro, poi piccoli cerchi. Lentissimi. In senso orario. Le setole che ruotavano sul suo centro del piacere come la lancetta di un orologio impazzito. Ogni movimento era una decisione sua. Ogni millimetro di pressione era calibrato da lui.

Anita gemette. Il suono le uscì dalla gola senza permesso.

Lui cambiò direzione. Senso antiorario. Stessa lentezza. Stessa tortura. Le setole che trascinavano sulla carne, che la stimolavano senza mai darle abbastanza.

“Ti piace?”

Non riuscì a rispondere. Riuscì solo ad annuire, emettere strani suoni, la testa che ciondolava come quella di una bambola rotta.

Lui cambiò ancora. Non più cerchi. Linee. Su e giù, dalla base della clitoride fino alla punta. Le setole che percorrevano quella strada minuscola, avanti e indietro, avanti e indietro. Quasi stesse spazzolando via qualcosa, pulendo la sua anima insieme alla sua fica.

“Dio…” La parola le uscì strozzata. “Dio, Dio, Dio…”

“Non ancora!”

Accelerò appena. I movimenti sempre verticali, sempre su quella linea precisa, ma più veloci. Le setole che sfregavano, che irritavano, che costruivano qualcosa nel fondo del suo ventre. Una pressione. Un’onda.

Anita sentì i muscoli delle cosce tendersi cercando di contrastare il bastone che le teneva aperte. I polsi tirarono contro le corde. Il corpo intero che cercava di chiudersi, di proteggersi da quel piacere che stava diventando troppo.

“Guardami!”

Aprì gli occhi. Non si era accorta di averli chiusi. Lui era lì, inginocchiato tra le sue gambe spalancate, lo spazzolino che continuava a muoversi, gli occhi fissi nei suoi.

I movimenti cambiarono ancora. Ora erano diagonali. Da sinistra a destra, dall’alto in basso. Le setole che tracciavano una X su quel nervo scoperto, ancora e ancora, come se lui stesse cancellando qualcosa, stesse riscrivendo il suo corpo con quel gesto ripetuto.

L’orgasmo si avvicinava. Lo sentiva. Quella marea che conosceva così bene, che aveva sempre controllato lei, sempre gestito lei, sempre cavalcato da sola sul suo cuscino viola.

Ora non più.

Ora era lui a decidere il ritmo. Lui a decidere la pressione. Lui a decidere quando accelerare e quando rallentare. Lei poteva solo stare lì, appesa, aperta, e prendere quello che lui le dava.

“Ci sei quasi,” mormorò. Non era una domanda. Lo vedeva. Lo sentiva nel modo in cui il suo corpo vibrava, nel modo in cui la fica si contraeva attorno al niente, nel modo in cui il respiro le si spezzava in gola.

“Sì… sì… ti prego…”

Lui si fermò.

Lo spazzolino si allontanò dalla clitoride. L’aria fresca dello scantinato la colpì dove un secondo prima c’era quella pressione, quel movimento, quella promessa.

“No!” Il grido le uscì animalesco. “No, no, no, ti prego, non fermarti, ero quasi…”

“Lo so.”

Si alzò. Si allontanò. I passi che si allontanavano erano il suono più crudele che avesse mai sentito.

Quello che Anita non poteva vedere era il terremoto silenzioso che gli stava devastando la mente. Vent’anni di questo gioco. Decine di donne. Centinaia di sessioni. Aveva sempre saputo dov’era il confine tra il gioco e il resto. Aveva sempre saputo fermarsi prima di cadere.

Con lei non lo sapeva più.

Ogni volta che la guardava fremere, qualcosa si muoveva nel suo petto. Qualcosa che non c’entrava niente con il potere, con il controllo, con il gioco. Qualcosa che somigliava pericolosamente a un bisogno.

*Stai attento*, gli sussurrò la voce di Marco dal fondo della memoria. *Quando smetti di tenerle e inizi a tenerti a loro, sei fottuto.*

Lo sapeva. Cazzo, lo sapeva.

E continuava comunque.

Anita ansimava, appesa alle corde, la clitoride che pulsava nel vuoto, gonfia, irritata, disperata. Il corpo intero che tremava per un orgasmo negato. Un singhiozzo le salì in gola. Non di tristezza. Di frustrazione pura, animale, feroce. Di desiderio!

Lo sentì frugare da qualche parte. Poi i passi che tornavano.

Quando ricomparve davanti a lei, aveva qualcos’altro in mano. Simile. Ma diverso.

Anita lo guardò. Guardò lui. Qualcosa nel fondo del suo ventre si contrasse in anticipo.

“Ora,” disse, e il pollice premette il pulsante. Il ronzio basso dello spazzolino elettrico riempì lo scantinato, vibrò nell’aria, le vibrò nelle ossa. “Ora vediamo quanto riesci a resistere.”

Si inginocchiò di nuovo. Le dita tornarono ad aprirla, esponendo quel grumo di carne che ormai era un nervo scoperto, una ferita che chiedeva di essere toccata.

Le setole vibranti si avvicinarono.

Il contatto fu un’esplosione.

Non c’era paragone. Il primo spazzolino era stato un sussurro. Questo era un urlo. Le vibrazioni si propagarono dalla clitoride al ventre, dal ventre alla spina dorsale, dalla spina dorsale al cervello. Ogni cellula del suo corpo urlava, supplicava.

“Oh cazzo… oh cazzo oh cazzo oh cazzo…”

Lui non si muoveva. Non aveva bisogno di muoversi. Le vibrazioni facevano tutto il lavoro. Teneva lo spazzolino fermo, premuto contro il sigillo del suo piacere, e lasciava che la tecnologia la scassinasse.

Poi iniziò a muovere.

Piccoli cerchi, come prima. Ma ora ogni cerchio era amplificato, moltiplicato, trasformato dalle vibrazioni in qualcosa di insostenibile. Le setole che ruotavano e vibravano insieme, che attaccavano quel punto da ogni angolo, che non le davano tregua.

L’orgasmo tornò. Veloce, questa volta. Feroce. Non si avvicinava, correva.

“Sto per… sto per…”

Lui si fermò.

Lo spazzolino si allontanò. Le vibrazioni cessarono. Il silenzio piombò nello scantinato come un macigno.

Anita sapeva. Sapeva esattamente cosa stesse facendo. Lo aveva fatto a sé stessa migliaia di volte. Sul cuscino viola, sugli spigoli dei tavoli, sotto la doccia con il getto d’acqua. Portarsi al limite e fermarsi. Sentire l’orgasmo che si ritirava, che tornava nelle profondità del corpo, che si accumulava come acqua dietro una diga.

Era la sua arte. Il suo segreto. La sua religione privata.

Ma farselo fare era diverso.

Cristo, era così fottutamente diverso.

Quando era lei a controllarsi, la mano restava sua. Poteva rallentare, accelerare, fermarsi un secondo prima del baratro e restare lì, sospesa, a godersi la vertigine. E se il bisogno diventava troppo, se il corpo urlava più forte della mente, poteva sempre cedere. Poteva sempre decidere: adesso basta, adesso vengo. Il piacere era un cavallo che lei cavalcava, anche quando fingeva di essere trascinata.

C’era sempre quella rete di sicurezza. Quel filo invisibile che la collegava al controllo, anche nei momenti in cui sembrava perderlo. Era lei a decidere quando tirare, quando mollare, quando lasciarsi cadere.

Ora quel filo non c’era più.

Le sue mani erano legate sopra la testa. Inutili. Poteva stringere i pugni fino a farsi sbiancare le nocche, ma non cambiava niente. Le sue gambe erano spalancate, bloccate. Non poteva chiuderle, non poteva stringere le cosce per cercare quella pressione, quel movimento che conosceva così bene.

Il suo nodo di nervi bruciava. Gonfio, torturato, disperato. E lui era lì, a due passi, lo spazzolino in mano, che la guardava tremare.

Lei non poteva fare niente.

Quella era la differenza. Non la tecnica. Non la negazione in sé. Era l’assenza totale di potere.

Quando lo fa qualcun altro, non c’è gioco. C’è solo resa.

Il tuo corpo non è più tuo. Il tuo piacere non è più tuo. Sei carne appesa a delle corde, una fica che pulsa nel vuoto, e qualcun altro tiene le chiavi. Qualcun altro decide se toccarti o lasciarti bruciare. Se farti salire o tenerti lì, sul bordo, finché non impazzisci.

Non puoi contrattare. Non puoi barare.

Al limite puoi provare a supplicare.

“Lo sai cosa sto facendo.” La voce di lui arrivò da lontano, attraverso la nebbia del suo cervello in fiamme. Non era una domanda.

Anita annuì. Le lacrime le rigavano le guance. Non di dolore. Di qualcosa che non aveva nome.

“L’hai fatto a te stessa. Per anni. Da sola.”

Un altro cenno. La gola troppo stretta per le parole.

“Ma non è la stessa cosa, vero?”

Scosse la testa. No. Cazzo, no. Non era nemmeno lo stesso universo.

Lui le prese il viso tra le mani. La costrinse a guardarlo. Gli occhi verdi striati di marrone che la trapassavano, che vedevano ogni crepa, ogni cedimento, ogni pezzo di lei che stava crollando.

“Di chi è il tuo piacere?” Era una domanda retorica, senza bisogno di risposta. “Il tuo piacere è mio … il tuo corpo è mio…” La voce era scesa ancora di un tono, roca.

Un singhiozzo le sfuggì. Lui le asciugò una lacrima con il pollice.

“Il tuo orgasmo è mio. La tua fica è mia.” La mano scivolò lungo il suo corpo, si fermò sul ventre che vibrava. “E io ho deciso che non è ancora il momento.”

Anita sentì qualcosa crollare dentro di sé. Non un muro. Qualcosa di più profondo. La struttura portante che aveva sorretto tutta la sua vita sessuale, tutti i suoi segreti, tutte le sue notti solitarie con il cuscino viola.

Per trent’anni aveva creduto di conoscere la negazione. Di esserne maestra. Si era portata al limite centinaia di volte, aveva danzato sul bordo dell’orgasmo come una funambola sul filo, orgogliosa del proprio equilibrio, della propria disciplina.

Ma era sempre stata sola sul filo.

Ora c’era qualcun altro. Qualcuno che poteva spingerla, tenerla, lasciarla cadere o afferrarla all’ultimo secondo. Qualcuno che conosceva quel filo meglio di lei perché lo guardava da fuori, perché vedeva cose che lei, in bilico, non poteva vedere.

E la cosa terrificante, la cosa che la faceva vacillare più della clitoride torturata e della fica che colava, era quanto questo la facesse sentire libera.

Non doveva più decidere. Non doveva più controllare. Non doveva più essere forte.

Poteva solo arrendersi.

“Bastardo,” sussurrò. Ma la parola suonava come un grazie.

“Lo so.” Le labbra di lui le sfiorarono la fronte. “La mia brava piccola cagnetta.”

Restò lì, appesa alle corde, la fica che pulsava vuota, il corpo scosso da tremori. Non era venuta. Ma qualcosa era comunque successo. Qualcosa di più grande di un orgasmo.

Per la prima volta in vita sua, qualcuno teneva al guinzaglio il suo piacere. E la cosa non faceva altro che amplificare la tortura e il godimento.

Mentre era persa nei suoi pensieri si era persa il momento in cui Dario si era allontanato da lei. Aveva posato lo spazzolino e aveva iniziato ad armeggiare con una matassa di corda. Lo aveva visto agganciarla davanti a lei e poi farla scorrere tra le sue gambe, fino a dietro di lei.

Confusa, eccitata, faticava a capire.

Le mani liberarono le caviglie, tolsero il bastone.

Poi le liberò i polsi. La guidò e sostenne mentre la faceva camminare all’indietro fino alla parete.

Pochi istanti dopo le mani di lui le guidarono i polsi dietro la schiena. La corda si avvolse, strinse. Anita sentì le spalle aprirsi, il petto spingersi in avanti. Poi la canapa risalì lungo le braccia, passò attorno ai gomiti, e ogni giro era una stretta in più, un respiro in meno.

Quando la corda raggiunse i seni, Dario rallentò. Passaggi sopra, passaggi sotto. Ogni movimento era deliberato, ogni nodo una decisione. Lei sentiva il suo respiro sulla nuca, le sue dita che sfioravano la pelle mentre lavorava. Un ultimo intreccio nella scollatura, poi tirò, e i seni si gonfiarono nella morsa, strizzati più che sostenuti, i capezzoli che puntavano osceni nel vuoto. Ancora una volta piacere e dolore, desiderio e perversione si mescolavano per creare qualcosa di nuovo. Anita cercò gli occhi di quell’uomo che le aveva legato il corpo e rapito lo spirito.

Mentre la confusione non le faceva capire dove fosse e cosa stesse succedendo, la sua voce comparve dietro di lei. “Ora ti faccio fare una passeggiata interessante.”

La mano destra di Dario le afferrò il collo, come fosse un collare a strozzo, mentre la sinistra colpiva sapientemente i glutei, come si incita una mucca a muoversi.

“Sette nodi, come i sette vizi … “

La voce di Dario era diventata un rantolo quasi irriconoscibile.

Con passo incerto, a causa dei tacchi, dei muscoli delle gambe che vibravano per una serie infinita di motivi, per come lui la guidava e spronava, iniziò a muoversi. La corda era così tesa che il solo contatto le provocava sensazioni particolari.

Quando arrivò sul nodo, lo sentì aprirle le labbra, cercare la clitoride quasi fosse dotato di una propria intelligenza.

La corda, ruvida, le sfiorò la carne sensibile. Anita trattenne il respiro, sentendo un brivido percorrerle la schiena. Era come se quel nodo fosse un dito, un suo dito, che la accarezzava, con una precisione meccanica, implacabile.

Dario osservava ogni sua reazione, gli occhi che non perdevano un dettaglio. Sentiva il battito del suo cuore accelerare, non solo per l’eccitazione, ma per qualcosa di più profondo. Chiuse gli occhi per un istante, quanto serviva a riprendere il controllo.

Mentre Anita tentava di oltrepassare con una certa facilità il primo nodo, un nuovo ordine la fulminò: “Conta … conta i nodi … “

Il morso di gomma non le riempiva completamente la bocca, doveva provare. Doveva obbedirgli.

“U….gno…” Il suono uscì deformato, quasi irriconoscibile.

La mano che la teneva per il collo la tirò bruscamente indietro. Anita vacillò sui tacchi, quasi cadendo. Anche il respiro per qualche istante fu un problema. “Non mi dire che non ti hanno insegnato come deve contare una cagna come te … “

Le parole sanno colpire più profondamente di una mano o di una frusta. Cercò gli occhi di lui cercandoci dentro una risposta, tutte le risposte, poi improvvisamente ricordò e annuì.

Lui la spinse di nuovo in avanti. Il primo nodo tornò a torturare la sua carne sensibile prima che lui le concedesse di passare oltre.

“Ugho… Shignoghe… Gashie…”

Dario sorrise. Capiva a malapena, ma non importava. Importava che lei ci provasse. Che si sforzasse di obbedire nonostante tutto.

Uno schiaffo sul culo fu l’equivalente del comando di continuare.

Pochi passi dopo arrivò il secondo. Solo allora si accorse che ognuno aveva una forma e una dimensione diversa. Il secondo sembrava quasi un nodo a forma di cubo, che aggredì il suo sesso in modo diverso. La pressione era più intensa, più localizzata. Anita sentì un gemito sfuggirle dalle labbra, mentre il corpo le tremava per l’intensità della sensazione.

Dario notò come il respiro di Anita cambiasse, diventasse più corto, come i suoi muscoli si tendessero. Ogni nodo era una prova, un test che lei superandolo, rendeva lui orgoglioso. Ma era anche una tortura per lui, perché ogni gemito di Anita era un colpo al suo controllo.

“Duh…e… Shignoghe… Gashie…”

Il piacere aveva ricominciato a crescere, a muoversi in circuiti diversi, causa la nuova situazione, i nuovi modi in cui lui la stava stimolando, guidando. Improvvisamente sentì i suoi pensieri più perversi incitarla, non vedendo l’ora di arrivare all’ultimo nodo per scoprire cosa sarebbe successo dopo.

Il terzo nodo sembrava più grosso del primo. Era così invadente da non concedere alla sua clitoride possibilità di scampo, creando una pressione costante che la faceva gemere. Anita sentiva il calore salire dentro di sé, passo dopo passo.

“Tghe… Shignoghe… Gashie…”

Il quarto aveva le fattezze di una piramide, che si insinuava tra le sue labbra con un’accuratezza che la faceva impazzire. Anita sentiva il corpo tremare, le gambe che quasi non la reggevano più. Quella passeggiata stava smontando ogni barriera dentro di lei.

Dario sentiva un formicolio spandersi dal collo fino alla punta delle dita. Era abituato a essere il padrone del gioco, ma con Anita stava riattivando sensazioni ed emozioni sepolte da tempo, dando loro nuova vita e senso.

“Quahtgo… Shignoghe… Gashie…”

Il quinto era fatto da due grossi nodi che la torturavano con una doppia pressione, prolungando il tempo di passaggio. Anita sentiva il corpo rispondere, il desiderio crescere, sempre più vicino ad un orgasmo che non poteva più controllare.

Cercò con sguardo supplichevole gli occhi di Dario, che rispose semplicemente ruotando la testa da destra a sinistra, un semplice e silenzioso no!

“Shingue… Shignoghe… Gashie…”

Il sesto erano quattro grossi nodi che la sottoponevano a un supplizio con una pressione costante. Anita sentiva il corpo fremere, le lacrime scendere dagli occhi non per dolore, ma per il desiderio insopportabile di godere.

Dario osservava il corpo di Anita, i suoi seni che si alzavano e si abbassavano con il respiro affannoso, le sue gambe che tremavano. Era come guardare una danza, una danza che lo ipnotizzava e lo eccitava allo stesso tempo.

“Shei… Shignoghe… Gashie…”

Fino a lì, per quanto difficile e stimolante fosse la situazione, Anita era riuscita a gestire il tutto, nonostante al suo passaggio la corda cambiasse colore per quanto lei rilasciasse umori.

Si fermò. Davanti a lei, l’ultimo ostacolo, il settimo nodo.

Ma non era un nodo.

Era una spazzola per capelli. Di quelle rettangolari, con gli spuntoni di plastica, di quelle che lei conosceva bene dato che servono a districare i ricci. Solo che non era lì per i suoi capelli.

Alzò lo sguardo verso Dario. Lui la guardava con un ghigno che non aveva niente di umano. Gli occhi erano quelli di sempre, verdi striati di marrone. Ma il sorriso era quello di un demone che sa esattamente cosa sta per fare.

“Settimo vizio,” disse lui. “Lussuria.”

Anita fissava quella spazzola di plastica dura. Gli spuntoni neri che sembravano artigli di un animale meccanico. Settimo vizio. Lussuria. Le parole di Dario le risuonavano mentre fissava terrorizzata quegli spuntoni, un ricordo che riaffiorava nella sua mente come una marea.

*Da bambina si arrampicava sempre su quell’albero di fico dietro casa. Non per i frutti, ma per quel ramo particolare, liscio e curvo, che trovava ogni volta. Si strusciava contro di esso fino a sentire quel bruciore delizioso tra le gambe, fino a quando la corteccia non le graffiava la pelle. Poi scendeva, le cosce che vibravano, il cuore che batteva forte, sentendosi colpevole e viva allo stesso tempo.*

Dario le sfiorò la guancia con le nocche. “Pensierosa, cagnetta?” Le afferrò il mento, costringendola a guardarlo. “Ma ora basta pensare. È tempo di sentire.”

Le diede un colpo secco sul culo. “Avanti. Muoviti.”

Anita esitò. Il morso in bocca le impediva di parlare chiaramente, ma i suoi occhi dovevano aver tradito la paura. La plastica sarebbe stata diversa dalla corteccia, più insistente, più…

“Non preoccuparti,” le sussurrò lui all’orecchio, “non ti lascerò venire. Non ancora. Non finché non te lo guadagni.”

La spinse avanti con decisione. Il primo contatto fu uno shock. Non dolore, ma una pressione insistente, come mille dita la stessero toccando contemporaneamente. Gli spuntoni di plastica si insinuavano tra le pieghe della sua pelle, ogni movimento avanti e indietro un nuovo assalto di sensazioni.

*Ricordò quella volta in cui si era strusciata troppo forte contro il ramo. La pelle irritata, il bruciore che durava per ore. Ma non aveva importanza. Perché per la prima volta aveva sentito qualcosa di reale. Qualcosa che non era solo nella sua testa.*

Dario le afferrò i fianchi, guidandola in un ritmo costante. “Brava. Così. Sentila. Ogni spuntone. Ogni pressione. È tutto per te.”

Anita gemette, mordendo la corda tra i denti, le lacrime che le scendevano dagli occhi. Non era dolore. Non era piacere. Era quella stessa sensazione di quando si strusciava contro il ramo, ma mille volte più intensa, mille volte più reale.

“Guarda,” le ordinò Dario, indicando la corda che scendeva tra le sue gambe. “Guarda quanto sei bagnata. Quanto ti piace.”

Anita abbassò lo sguardo. Non solo la corda era fradicia, ma si stava formando una pozza tra i suoi piedi. La spazzola di plastica era quasi completamente ricoperta del suo desiderio, gli spuntoni che brillavano cosparsi di un liquido lattiginoso.

“Brava cagnetta,” le sussurrò Dario, accarezzandole i capelli. “Ma non è ancora finita.”

Lo vide allungare la mano verso il tavolo e raccogliere delle mollette di legno per stendere i panni. Oggetti banali, domestici, innocui.

Ma non nelle sue mani.

Dario afferrò una molletta e, mentre la mano sinistra teneva fermo il seno, con la destra chiuse la molletta con decisione sul capezzolo. Un gemito, di dolore questa volta, soffocato dal morso. Questo non fermò Dario dal ripetere l’operazione sull’altro seno.

Anita era ancora ferma sulla spazzola. Non poteva muoversi, non poteva scappare. Mentre le mollette di legno mordevano i suoi capezzoli, gli spuntoni di plastica continuavano a torturarle il punto zero del suo piacere. Due fronti di battaglia. Nessuna via di fuga. Il dolore acuto dei capezzoli si scontrò con il bruciore ancora vivo tra le gambe, confondendo il suo corpo: non sapeva più se volesse scappare o spingersi più forte.

Dario osservò il suo lavoro con soddisfazione, come un artigiano che ammira una scultura. Ogni molla era posizionata con precisione, ogni gemito di Anita era una nota nella sua sinfonia. “Sono certo che ci stanno parecchie mollette su quelle mammelle.” La scelta del termine era stata chirurgica, volontaria.

Iniziò ad agganciare una dopo l’altra altre mollette ai suoi seni, formando una corona fatta di cinque mollette attorno alla principale che torturava il capezzolo.

Poi la mano destra la prese di nuovo per il collo. “Ora si torna indietro.”

Allontanarsi dalla spazzola fu un sollievo, ma il passaggio sugli altri nodi non le sembrava per nulla semplice dopo l’iperstimolazione ricevuta. La corda ruvida, i nodi e la clitoride torturata come mai prima rendevano ogni movimento un martirio, ogni gemito era una conferma di quanto fosse prossima all’abbandono.

Il sesto nodo, con i suoi quattro nodi, fu il primo ostacolo. Anita sentì la corda graffiarle la pelle sensibile, un promemoria del supplizio che l’aspettava. Il dolore era intenso, ma c’era anche qualcosa di altro, un fuoco che ardeva dentro di lei.

Dario osservava, gli occhi che brillavano di soddisfazione. “Vedi? Anche il ritorno fa parte del gioco,” disse, con un sorriso crudele.

Il quinto nodo, doppio, fu ancora peggio. La pressione era insopportabile, il dolore e il piacere si confondevano in un’unica agonia. Anita sentì le lacrime scendere, non più di desiderio, ma di disperazione.

“Brava,” sussurrò Dario, accarezzandole la schiena con un tocco che era più una minaccia che un conforto. “Continua.”

Il quarto nodo, a forma di piramide, le sembrò un muro insormontabile. La corda, resa ruvida dai suoi umori, le graffiava l’epicentro del suo piacere, già ipersensibile. Anita gemette, le gambe che vibravano sotto il peso del dolore e del desiderio.

Dario le afferrò i capelli, tirandole la testa all’indietro. “Non ti fermare e … non ti azzardare a godere …” Il tono era un sibilo minaccioso che aiutò Anita a smorzare per qualche istante le mille stimolazioni di piacere che provava.

Anita si sentiva completamente in suo potere, e lui sembrava saperlo molto bene.

Il terzo nodo, a forma di sfera, fu un sollievo momentaneo, ma solo perché il dolore era meno intenso e il passaggio al contrario più agevole. Anita sentiva il suo corpo pronto a tradirla da un momento all’altro, fece appello alla sua mente, che iniziava, anche lei, a perdere contatto con la realtà.

“Quasi arrivati,” disse Dario, con un tono che non prometteva nulla di buono.

Il secondo nodo, a forma di cubo, fu un altro assalto. La corda le graffiava la pelle, ogni movimento un supplizio. Anita sentiva il suo corpo rispondere, nonostante tutto.

Dario osservava da vicino Anita, come si mordeva le labbra, gli occhi che si chiudevano per un istante. Era come se stesse guardando un’opera d’arte prendere vita, ogni gemito, ogni anelito, una pennellata su una tela vuota.

Il primo nodo passò quasi inosservato, dopo tutto il supplizio subito. Anita sentiva il cuore battere all’impazzata, respirava a fatica, ma era felice, felice di essere riuscita a superare quella prova per lui. Cercò di nuovo il suo viso, il suo sguardo, anzi, la sua approvazione.

“Brava cagnetta,” disse Dario, accarezzandole la guancia. “Hai fatto un buon lavoro.”

Le mani di Dario scivolarono dietro la nuca, liberandola dal morso con una delicatezza inaspettata. Durò un secondo. Poi qualcosa scattò in lui. Le stesse mani che l’avevano appena liberata la imprigionarono di nuovo: una nei capelli, tirando forte, l’altra sulla gola, stringendo. Come se non potesse più aspettare. Come se il bisogno di averla fosse diventato fisicamente insopportabile.

Anita era ancora a cavalcioni della corda, rapita, stuprata da quel bacio così tanto agognato e desiderato. Le sue mani, la sua bocca, la sua lingua, la corda la travolsero tutte assieme come un tornado. Ebbe l’impressione che tutto il mondo girasse attorno a lei risucchiandola in un’altra dimensione. I fianchi, l’unica parte che poteva muovere, iniziarono a ondeggiare avanti e indietro, di pochi millimetri, giusto per non perdersi nessuna sensazione.

Dopo un tempo che non era in grado di determinare, il bacio si interruppe con la stessa violenza. Dario scivolò alle sue spalle, sganciando prima la corda tra le sue gambe e poi slegandole le braccia e i polsi. Anita godette di quella libertà sgranchendo le braccia leggermente intorpidite. Ma quella libertà durò poco, dato che le mani del suo adorabile carnefice avvolsero il suo collo con qualcosa che lei non poteva fare a meno di riconoscere: un collare.

Quando Dario girò davanti a lei aveva in mano un guinzaglio di quelli in metallo. Con un gesto semplice e preciso lo agganciò all’anello e con fermezza e decisione iniziò a guidarla. Lo vide fermarsi vicino al tavolo, afferrare una grossa ciotola di vetro e metterla a terra. Poi guardandola serio ordinò semplicemente: “Piscia!”

Quell’ordine ricordò ad Anita quanto tempo fosse che non orinava. Con gli occhi che lo osservavano con obbedienza si posizionò sopra la ciotola lasciando andare con facilità il getto caldo di urina. Il piacere, mescolato con la situazione, con lui che la guardava, fu tale da portarla nuovamente sull’orlo del precipizio.

Una volta finito quel semplice compito, Dario tirò nuovamente il guinzaglio guidandola verso le scale. “Non dimenticarti Felpudo!” le ordinò quando passarono vicino a lui e Anita, ubbidiente, afferrò il suo amichetto per una zampa, trascinandolo con sé.

Come un cucciolo segue il suo padrone, Anita seguiva Dario, fino ad arrivare alla camera padronale. Anita non fece nemmeno in tempo a formulare una qualsiasi forma di pensiero o desiderio, perché le parole dell’uomo la gelarono.

“Questa notte tu dormi qui – disse indicando un punto per terra, sullo scendiletto alla destra del grande e comodo letto – con Felpudo.”

Come una cagnetta ubbidiente appoggiò l’orso di peluche a terra e si inginocchiò aspettando, cercando sempre con sguardo supplichevole quell’uomo che desiderava così ardentemente.

Nella fioca luce della stanza lo vide spogliarsi, avvicinarsi a lei con quella erezione che iniziava a conoscere molto bene. Se avesse avuto la coda avrebbe scodinzolato di felicità, pregustando il suo sapore.

“Sdraiati … “ fu l’ordine secco che ricevette.

Anita obbedì, allargando istintivamente le gambe, preparandosi ad offrire la sua figa per soddisfare il piacere del suo padrone.

Lui rise beffardo. “Anche questa sera soddisferai il mio piacere, solo il mio piacere .. – disse mettendosi sopra di lei, per poi abbassarsi a cavalcioni sulla sua pancia – il tuo godimento sarà quello di farmi godere.”

Le due forti mani afferrarono i grossi seni e li spinsero ad avvolgere il proprio membro, iniziando a muoversi in mezzo.

Quanti avevano chiesto, desiderato che lei li facesse venire con le sue grosse tette. Non era un piacere che concedeva volentieri, che donava a molti.

Ma lui non aveva chiesto, non aveva desiderato. Lui aveva preso. Questo pensiero le conficcò mille aghi nei capezzoli e nei seni, facendola ricominciare a gocciolare. “Fai di me quello che vuoi .. “ si sentì sussurrare, quasi pregare.

La serata era stata lunga, stimolante, in mille modi diversi. Dario sentiva il piacere crescere urgente, grugnendo intensificò le spinte e venne con soddisfazione tra i suoi seni, sui suoi seni, spremendo fuori ogni goccia dal proprio membro.

“Questa notte dormi così, con il mio marchio sulla tua pelle.”

Con la certezza che lei avrebbe obbedito, scivolò in bagno. Aveva terribilmente bisogno di una doccia calda per placare i pensieri e i nervi. Il suo cazzo era ancora abbastanza duro, sembrava non essersi accontentato di quel vorace piacere tra le mammelle di Anita. Dario guardò verso il basso. “Domani, domani ti darò più soddisfazione” sussurrò parlando segretamente con il proprio demone.

Anita attese in silenzio, poi quando sentì il rumore della doccia, approfittò del momento e raccolse con le dita lo sperma ancora caldo sulla sua pelle portandoselo alla bocca avidamente. Per ultimo raccolse una buona dose con il pollice e, dopo essersi posizionata comoda su Felpudo, portò il pollice in bocca immaginando fosse il cazzo di quell’uomo che desiderava chiamare Padrone.

Dario, tornato in camera dopo una lunga doccia, trovò Anita addormentata abbracciata a Felpudo, a cavalcioni della sua zampa.

Restò a guardarla per un momento. Il trucco sbavato, i segni delle corde ancora visibili sulla pelle, il pollice in bocca come una bambina. E quel sorriso. Anche nel sonno, sorrideva. Come se avesse finalmente trovato il suo posto.

Un contrasto violento con tutto quello che era accaduto poco prima. Afferrò una leggera coperta e la coprì, prima di sdraiarsi sul letto e lasciare che la mente ripercorresse le ultime giornate, prima di scivolare in un sonno profondo.