
Quarant’anni, un lavoro più che decente, una fidanzata che lo amava. E lui era lì, nella cucina di casa sua, a fissare una pasticca per tirar su il cazzo come … non sapeva nemmeno lui come chi o cosa. Oramai quasi tutti i suoi amici ne facevano uso, alcuni in maniera dichiarata, altri di nascosto.
Dino era in piedi in cucina, un bicchiere d’acqua nella mano destra e una pastiglia, bluastra, romboidale, sul piano del tavolo davanti a lui. La guardava come si guarda una granata con la spoletta già tolta.
La settimana precedente, al solito aperitivo con gli amici di sempre, Piero, il latin lover sciupafemmine del gruppo, sotto l’effetto dei gin tonic, si era sbizzarrito a raccontare le sue ultime avventure sessuali sotto l’effetto del viagra. Scopate epiche, erezioni che sfidavano le leggi della fisica, donne ridotte a supplicare pietà.
Mentre Dino rideva e sottolineava, come tutti gli altri, quelle presunte prestazioni con versi gutturali degni di un cavernicolo, in background il suo cervello prendeva nota, facendo paragoni impietosi con le sue performance sessuali con Raffaella. Per quanto soppesasse i racconti di Piero con la stessa tara dei racconti di suo zio pescatore, la distanza restava abissale. Lui veniva, Raffaella fingeva di essere soddisfatta, e la cosa finiva lì. Ogni volta.
Per giorni quelle parole e immagini gli erano girate per la testa. Di notte, soprattutto. Quando il soffitto diventava uno schermo su cui proiettare tutti i suoi pensieri, le sue riflessioni, cercando di capire quanto fosse colpa sua o quanto fosse colpa di Raffaella che non lo accendeva più come una volta. Alla fine si era arreso. Gli aveva mandato una serie di messaggi, pieni di emoji e frasi in codice ridicole, e poi si erano sentiti al telefono. Una conversazione da adolescenti, fatta di mezze parole e risatine nervose.
Si erano rivisti, per un altro aperitivo, solo loro due, e Piero si era comportato al pari di uno spacciatore di cocaina, passandogli la pastiglia dentro una bustina, controllando che nessuno li vedesse. Gli aveva dato alcune raccomandazioni, lo aveva avvertito di qualche potenziale effetto collaterale e gli aveva augurato molto divertimento. “Vedrai,” aveva detto con un ghigno, “ti ringrazierà in ginocchio. Letteralmente.”
Erano le 20. Sarebbe arrivato da Raffaella per le 20:30. Avrebbero mangiato la pizza che lui passava a prendere e al massimo per le 21:15 sarebbero stati sul divano pronti per la puntata settimanale di Dr House. La loro liturgia del venerdì sera. Sesso, se andava bene, verso mezzanotte. Breve, educato, funzionale.
Cercava di ricordare i consigli di Piero su quanto prima prenderla, ma non voleva andare a casa di lei con la prova del doping sessuale in tasca. E se la trovava? E se gli cadeva dalla giacca? “Cos’è questa?” “Niente, amore, solo una pillolina per scoparti come si deve perché evidentemente da solo non ci riesco.”
Afferrò la pastiglia. Era così piccola. Così insignificante. Eppure, gli sussurrava promesse come le sirene di Ulisse, promesse di trasformarlo in qualcosa che, forse, era sempre stato, ma che non aveva mai avuto il coraggio di tirare fuori.
Fanculo.
Chiuse gli occhi, buttò la pastiglia in bocca e bevve. Attese qualche secondo quasi fosse una pozione magica che lo trasformava all’istante, poi rassicurato dal fatto di non avere tremori o altro, uscì di casa puntando alla solita pizzeria in tempo per ritirare le pizze pronte.
Solo una volta che era in macchina in direzione di casa di Raffaella, iniziò a sentire i primi effetti. Prima di tutto vampate di calore. Il cuore che accelerava all’impazzata. Un movimento all’interno dei boxer. Si disse che era solo agitazione e condizionamento.
Trovò Raffaella particolarmente agitata, nervosa, per colpa di alcune cose successe in ufficio ed era un fiume di parole che lo travolsero mentre apparecchiavano e si sedevano a tavola. Solo in quel momento la donna si zittì osservandolo per qualche secondo. “Tutto bene?” gli chiese. “Sembri strano…”
Dino la tranquillizzò, facendo una delle sue solite battute, usando come scusa che anche la sua era stata una lunga giornata e che era un po’ stanco. Finirono di mangiare le loro pizze chiacchierando tranquillamente, sparecchiarono assieme, e poi finirono sul divano, sotto la coperta in pile. L’aria sapeva ancora di pizza, di origano e mozzarella fusa, mescolata al profumo di Raffaella, quello shampoo alla vaniglia che usava da sempre e che lui ormai associava al sesso del venerdì sera. Durante la pubblicità che anticipava l’episodio, Raffaella, calmatasi, concesse qualche momento di tenerezza, baci, carezze. Indossava quella tuta che lui odiava tanto ma, facendo scivolare la mano sotto la felpa scoprì che non indossava il reggiseno e quindi, con buona probabilità, nemmeno gli slip. Il pensiero diventò un potente catalizzatore per il farmaco e Dino si ritrovò con una solida erezione nei boxer. Cercò di cambiare posizione, in modo da concedere più spazio al suo amichetto.
Raffaella chiese nuovamente se andasse tutto bene e lui la tranquillizzò di nuovo, spiegando solo che gli davano fastidio i boxer. Raffaella rise prima di portare la sua attenzione alla puntata della fiction.
La puntata era molto coinvolgente, anche se Dino faticava a tenere tutta l’attenzione sulla televisione mentre il suo pene martellava nei boxer, suggerendogli di ispezionare i pantaloni della tuta di Raffaella. House stava selezionando nuovi candidati per il suo team nel suo classico stile provocatorio quando venne ricoverato un uomo per un collasso improvviso. I sintomi non erano costanti. Comparivano e scomparivano. Peggioravano in presenza della partner. Fino a quando House notò la dinamica relazionale tra i due, una dinamica di controllo silenzioso, fatta di ruoli stabili e decisioni prese sempre dalla stessa persona. Lei parlava, lui annuiva. Lei anticipava, lui seguiva.
Il cervello di Dino fece comunella con il suo pene. I pensieri vagarono altrove. Si girò e osservò Raffaella mordicchiarsi le pellicine. La pubblicità concesse una pausa. Lei si voltò verso di lui con l’idea di dire qualcosa e lesse qualcosa di particolare nei suoi occhi.
Eccitata anche lei, scivolò tra le sue braccia, lo baciò con una passione e un trasporto che nemmeno ai primi incontri aveva rivelato e quando allungò una mano sul cavallo dei suoi pantaloni, trovò una piacevole sorpresa. Fu la scintilla che scatenò il tutto. Furiosamente si spogliarono, forse ispirata dall’episodio, lei gli salì sopra, non gli concesse tempo di fare altro se non baciare i suoi seni e lasciarsi cavalcare. Era tutto così fottutamente eccitante che, nonostante Raffaella riuscisse a raggiungere l’orgasmo con una certa facilità, il rapporto non durò che pochi minuti. L’episodio era ricominciato da poco mentre i due erano ancora uniti nel piacere post orgasmico, con la voce di House come sottofondo, quando Raffaella gli sussurrò: “Ma tu… sei venuto?”
Dino la guardò, incuriosito. Raffaella prendeva la pillola, non doveva usare preservativi e lui era venuto dentro di lei. “Decisamente” rispose con il tipico sorriso ebete dell’uomo che ha soddisfatto i propri piaceri. “Sei ancora duro…”, sussurrò quasi imbarazzata, iniziando a muoversi ancora su di lui, sentendo nella pancia il desiderio di altro. “Allora approfittiamone…”, rispose con quella vena ironica che lei apprezzava moltissimo in Dino.
In un attimo cambiarono posizione, ora era lei sotto, Dino sembrava avere trovato quella carica erotica che non aveva mai mostrato. Non le bastò allargare le gambe, la piegò come una bambola, come una sedia a sdraio, con le ginocchia che sfioravano le orecchie e la sua verga che raggiungeva nuovi punti sensibili, che intensificavano il suo piacere.
In questo modo raggiunse due orgasmi, uno più intenso dell’altro. Mentre cercava di riprendersi dal secondo si ritrovò a pecorina sul divano e ci vollero altri due orgasmi prima che Dino venisse nuovamente dentro di lei.
Crollarono sul divano, ansimanti soddisfatti. Raffaella lo guardò con piacevole sorpresa prima che il suo sguardo scendesse sulla sua mascolinità, trovandolo ancora perfettamente eretto. Lo sguardo della donna cambiò, sospettoso, indagatore. Il sesso con Dino era stato sempre abbastanza appagante, piacevole, ma di certo non da film porno. La domanda sorse spontanea: “Cosa hai preso?”
Dino sentì il sangue gelarsi. Aprì la bocca per negare, per inventare qualcosa, ma le parole non uscirono. Non era mai stato capace di mentire. A nessuno. Era una di quelle persone trasparenti, il tipo che arrossisce alle bugie più innocue.
“Dino.”
Il tono di Raffaella era cambiato. Non più la donna che gemeva sotto di lui trenta secondi prima. Ora era quella che lo inchiodava con uno sguardo quando cercava di svicolare da una discussione.
“È … una cosa che mi ha dato Piero.”
Silenzio. Raffaella si tirò su a sedere, coprendosi il seno con un braccio. Il gesto lo ferì più delle parole che sarebbero arrivate.
“Viagra?”
Lui annuì, incapace di guardarla negli occhi.
Raffaella restò immobile per un momento. “Da quanto?”
“Stasera è la prima volta. Te lo giuro.”
Lei lo studiò, cercando la bugia nei suoi occhi. Non la trovò.
“E funziona, a quanto pare.” Lo sguardo di Raffaella scese tra le sue gambe. Lui era ancora lì, duro come prima, quasi offensivamente eretto nonostante la conversazione.
Rise. Una risata breve, incredula. “Piero. Dovevo immaginarlo.” Scosse la testa. “Ma perché? Non mi sono mai lamentata.”
“Lo so. È che io…”
“Tu cosa?”
Dino non riuscì a finire la frase. Come spiegare che voleva essere di più, dare di più, senza sembrare patetico?
Raffaella lo guardò. Non riusciva a essere arrabbiata, non davvero. L’aveva fatto per lei, non per un’altra. Si era dopato per scoparla meglio. C’era qualcosa di ridicolo e insieme di tenero in tutto questo.
“Sei un idiota,” disse. Ma lo disse sorridendo.
Poi si chinò su di lui e lo baciò. Un bacio lungo, profondo, passionale, mentre la mano afferrava la sua erezione e iniziava a giocarci. Scese con le labbra sul collo, sul petto. Continuò a scendere.
Dino trattenne il respiro quando la sentì arrivare dove voleva arrivare.
Raffaella dalla mano passò alla bocca, concedendosi il piacere di sperimentare cose sapute chiacchierando con le amiche, offrendosi lei stessa alla sua bocca senza smettere di gustarlo in un modo che mai prima le era stato concesso, per paura che venisse troppo velocemente. E il gioco iniziò ad eccitarla, molto. Dal divano passarono sul pavimento, cambiando diverse posizioni. In qualche modo finirono in camera da letto, un orgasmo di Raffaella dopo l’altro. Quando Dino raggiunse il terzo orgasmo era praticamente mezzanotte. Raffaella era piacevolmente esausta, soddisfatta, lo baciò e crollò in un sonno profondo mentre Dino restava a guardare la sua erezione, che iniziava a diventare dolorosa.
Scivolò fuori dal letto. In sala raccolse i propri vestiti e lasciò un biglietto a Raffaella, ringraziandola per la piacevolissima serata e promettendole di sentirsi appena lei si fosse svegliata il giorno dopo.
Salì in macchina. L’erezione era sempre invadente, sempre più pulsante, sempre più dolorosa. Ogni sobbalzo era una fitta.
Poi era sulla statale. Non ricordava di aver messo in moto, ma le mani erano sul volante e i fari tagliavano il buio.
Non ci era mai andato. Cioè, sì, ci aveva pensato. Come ci pensano tutti gli uomini almeno una volta. Quelle sagome ai bordi delle strade, intraviste tornando da qualche cena. Figure che esistevano in un altro mondo, separato dal suo. Quello di Raffaella, delle cene dai suoceri, delle domeniche al centro commerciale.
Ma stanotte il dolore cancellava ogni confine.
Raffaella dormiva nel suo letto, soddisfatta, ignara. E lui era qui, con un cazzo che non voleva arrendersi e una voglia che andava oltre la decenza. Oltre la vergogna. Oltre tutto.
La macchina scivolava piano sull’asfalto. Figure ai bordi. Sagome che apparivano e scomparivano nei fari. Una troppo magra, una troppo vecchia, una che forse era un uomo.
Cercava qualcosa che rendesse il gesto meno sporco. Una faccia che potesse guardare senza vergogna. Come se pagare una donna per scopare potesse essere pulito. Come se esistesse un modo dignitoso di tradire.
Il dolore pulsò più forte, ricordandogli perché era lì. Non per filosofia. Per bisogno.
Alla fine, le luci della macchina avevano inquadrato una formosa signora dai capelli neri e lisci, che aveva spalancato il cappotto mostrando la merce in vendita. Le pulsazioni nei boxer confermarono che poteva essere quella giusta e poi lui aveva pensato ad una bella e goduriosa fellatio, accarezzando quel corpo. La contrattazione fu veloce, anche la professionista voleva un ultimo cliente e andare a casa. Gli diede le indicazioni dove dirigersi per potersi appartare. L’abitacolo si riempì del suo profumo, qualcosa di dolce e pesante, da grande magazzino, mescolato a una nota di sudore e di notte. Aspettò che lui posizionasse il sedile per slacciargli i pantaloni. “Vedo che qui abbiamo decisamente voglia.” Commentò accarezzandogli il pene gonfio. “Oggi mi sento particolarmente generosa.” Disse con la sua voce suadente, sfilandosi il cappotto e abbassandosi sulla sua verga senza avergli infilato il preservativo, come da prassi. Glielo succhiò lentamente, poi vigorosamente, poi con le grosse tette morbide, di nuovo con la bocca. Era certa che ci sarebbe voluto poco ma il fatto che sembrasse non così facile provocò la sua abilità professionale. “Sembra che qui abbiamo un caso interessante.” Dino rispondeva solo con timidi sorrisi, non riusciva a confessare cosa avesse combinato. La prostituta aggiunse abilità. Alla lingua e alla bocca, aggiunse la mano. Dino gemeva, provava un intenso piacere dalle abilità della donna ma, nonostante si avvicinasse ripetutamente all’orgasmo, come lei cambiava impercettibilmente qualcosa, il piacere scendeva quanto bastava per non farlo venire.
Alina, questo era il nome della donna rumena, si sentì provocata professionalmente e stuzzicata sotto altri punti di vista. Nella stragrande maggioranza dei casi i rapporti con i clienti non avevano alcunché di piacevole per lei, soprattutto per la rapidità della durata. E questa sera, aveva decisamente voglia anche di altro.
Quasi volesse violentarlo, gli era salita sopra. Dino, per la seconda volta nella serata, si trovava sotto una donna, cavalcato, quasi oggetto del piacere altrui. Alina lo aveva cavalcato in maniera classica. Poi si era puntata con i piedi sui sedili, e infine si era girata. Aveva goduto, cavolo se aveva goduto, come non le capitava da parecchio tempo, ma il cliente non era ancora venuto.
Allora lo aveva trascinato fuori dalla macchina, si era piegata sul cofano, allargato le gambe e spalancato le natiche. “Il culo, prenditi il culo, se non vieni così, smetto di fare questo mestiere!”
Quante volte lo aveva chiesto a Raffaella che aveva sempre rifiutato con decisione. Non se lo fece ripetere due volte. Si avvicinò alla donna che gli afferrò il membro e lo guidò con professionalità dove lo voleva. “Piano…”, aveva mormorato con una voce che tradiva desiderio. Il piano di Dino non fu troppo piano. Due gemiti quasi sovrapposti. Quello di piacere dell’uomo, quello di piacere e dolore di Alina. La penetrò lentamente. O almeno ci provò. Il corpo di Alina resistette un istante, poi cedette, e lui scivolò dentro con un gemito che non riconobbe come suo.
Era diverso. Tutto era diverso. Più stretto, più caldo, più proibito. Quante volte lo aveva chiesto a Raffaella, quante volte si era sentito rispondere di no, quante volte aveva lasciato perdere fingendo che non gli importasse. E ora era qui, sul cofano di una macchina, in mezzo alla campagna, il cielo nero sopra di loro e l’odore della notte che si mescolava a quello del sesso.
Alina si spinse all’indietro, ingoiandolo tutto. “Così,” mormorò. “Muoviti.”
Dino obbedì. Iniziò a muoversi con un ritmo lento, quasi reverenziale, come chi ha paura di rompere qualcosa. Ma Alina non voleva reverenza. Gli afferrò un polso e se lo portò sul fianco, stringendo. “Più forte. Non sono di vetro.”
Aumentò il ritmo. Sentiva le natiche di lei sbattere contro il suo bacino, il suono osceno della carne contro la carne, il calore che saliva nonostante l’aria fredda della notte. Sotto di loro il cofano era tiepido, il motore che ancora tremava piano.
Per la prima volta quella sera, il piacere iniziò a costruirsi davvero. Non più quella tortura infinita, quel salire e scendere senza mai arrivare. Questo era diverso. Questo aveva una direzione.
Alina gemeva con la faccia premuta contro il metallo, i capelli neri sparsi come un ventaglio, le mani che cercavano qualcosa a cui aggrapparsi. “Sì, cazzo, sì…”
Dino si guardò. Il suo cazzo che spariva dentro di lei, le sue mani sui fianchi di una sconosciuta, la sua vita che per una notte aveva preso una piega che non avrebbe mai immaginato. Era sbagliato. Era sporco. Era esattamente quello di cui aveva bisogno.
L’orgasmo arrivò come un treno. Lo sentì partire da qualche parte alla base della spina dorsale, risalire come un’onda calda, esplodergli nelle palle e poi fuori, dentro di lei, con uno spasmo che gli fece vedere bianco per un istante.
Alina venne con lui, o subito dopo, un grido soffocato contro il cofano, il corpo che si contraeva attorno a lui spremendolo fino all’ultima goccia.
Restarono così, piegati sulla macchina, ansimanti, due estranei che per qualche minuto avevano condiviso qualcosa che non aveva nome.Finalmente aveva sentito la tensione diminuire, il cazzo che piano diventava barzotto. “Dovevi avere decisamente voglia di questo… ma non te lo concederò a questo prezzo tutte le volte, sappilo, di solito si paga un extra.” Disse Alina mentre si ricomponeva e risaliva in macchina.
Dino la riaccompagnò al suo posto, la vide salire in macchina mentre si allontanava, puntando più sereno verso casa. Ma pochi minuti prima di arrivare a casa, il suo “migliore amico” decise che non era ancora soddisfatto. L’erezione esplose nuovamente e questa volta tutta la parte era decisamente dolorosa. L’asta, il glande, i testicoli. Salì in casa, si spogliò e si sedette sul bidè per farsi un lavaggio con acqua fredda. Per assurdo, con la vasocostrizione, ottenne l’effetto contrario. Cercò di farsi una sega, ma toccarlo era come se fosse tutto livido, dolorosissimo. Chiamò Piero, che rispose con voce assonnata e al racconto di Dino scoppiò a ridere, confessandogli che forse gli aveva dato un dosaggio un po’ troppo forte e iniziando a chiamarlo “Mitico…”, ma senza dargli soluzioni per quello che stava succedendo.
Alla fine, si era arreso, si era rivestito ed era andato al pronto soccorso. Era entrato camminando piegato un po’ in avanti. Era la posizione che alleviava leggermente la tensione inguinale. Con estremo imbarazzo aveva spiegato all’infermiera, molto carina e giovane, del triage il suo problema, sottolineando da quanto tempo fosse in quello stato e cercando di fare capire il livello di dolore. Quando l’infermiera gli chiese se avesse provato ad alleviare la “tensione” in maniera autonoma, Dino si era fermato a pensare, a fare un calcolo mentale, per dire quanti rapporti sessuali avesse avuto dopo avere preso la pastiglia. “Si sieda lì”, disse indicando un posto in prima fila, “tra qualche minuto la faccio entrare, mi dia il tempo di trovare il medico adatto.”
Dino si sedette con un minimo di speranza che quella tortura sarebbe finita tra poco, promettendosi di non prendere mai più una pastiglia di quel genere.
Poi era nella sala d’attesa. Non ricordava di essersi seduto, ma era lì.
L’odore lo colpì per primo. Disinfettante, sudore vecchio, e qualcosa di dolciastro sotto, come frutta marcia. L’odore della malattia. L’odore delle tre di notte in un posto dove nessuno vuole stare.
Di fronte a lui, un ubriaco con la testa fasciata di carta igienica parlava da solo. Puzzava di vino e di piscio. Rideva ogni tanto di battute che nessuno sentiva. Accanto, una madre cullava un bambino che piangeva con quel lamento sottile e continuo che trapana i timpani. Un vecchio in vestaglia fissava il vuoto, le pantofole ai piedi, l’alito acido di chi non mangia da giorni.
Dino incrociò le gambe. Poi le accavallò. Poi le rimise parallele. Nessuna posizione funzionava.
La signora accanto a lui, una sessantenne con i bigodini ancora in testa, gli lanciò un’occhiata. Profumava di borotalco e di sonno interrotto. I suoi occhi scesero esattamente dove non dovevano scendere.
Dino afferrò una rivista dal tavolino. Gente, marzo 2019. La appoggiò sulle gambe.
La donna sorrise. Un sorriso che diceva: so cosa nascondi.
Il tempo passava. O forse no. L’orologio sulla parete sembrava fermo. O andava al contrario. Dino non riusciva a capire.
Passò un uomo zoppicando, il piede gonfio come un pallone, lasciando dietro di sé una scia di sudore rancido. Una ragazza con il mascara colato reggeva un sacchetto di plastica. Due infermieri trascinavano una barella. L’ubriaco aveva smesso di ridere e adesso dormiva, la bocca aperta.
Cercò di pensare a qualcosa che ammazzasse l’erezione. Sua madre. Le tasse. Quel documentario sui vermi parassiti. Niente. Il cazzo se ne fregava della sua volontà.
La signora con i bigodini si sporse verso di lui. Il suo fiato sapeva di mentine e di caffè vecchio. “Calcoli?” chiese con tono complice.
“Come?”
“I calcoli renali. Fanno stare così.” Indicò con gli occhi la rivista. “Mio marito camminava piegato in due.”
“Ah. Sì. Calcoli.”
La donna annuì. “Beva tanta acqua.”
Poi l’infermiera bionda era sulla porta. “Dino?”
Si alzò troppo in fretta. La rivista cadde. Per un istante fu esposto. La signora con i bigodini sgranò gli occhi. L’ubriaco si svegliò di colpo. Anche il bambino sembrò smettere di piangere.
Dino attraversò la sala a passo veloce, la schiena curva, l’odore di disinfettante che diventava più forte a ogni passo verso la porta.
Laura, l’infermiera del triage, cercò al cellulare Miriam la dottoressa sua amica. “Miriam, riesci a venire il prima possibile al pronto soccorso? Abbiamo uno di quei casi che ti piace tanto.” Un attimo di silenzio. La dottoressa si guardò in giro controllando che nessuno la sentisse. “Viagra?” chiese semplicemente e quando Laura, ridendo, le diede conferma rispose semplicemente: “Scendo subito, dammi il tempo di cambiarmi.” Un uomo con una vigorosa erezione era il modo migliore per rompere la routine di brutte malattie che di solito le toccavano. Erano un po’ di settimane che non capitava un caso e negli ultimi tempi, tra lavoro e studiare per una nuova specializzazione, aveva avuto poco tempo per relazioni sociali.
La porta automatica si aprì, l’infermiera gli fece il cenno di entrare. Camminandole dietro lungo il corridoio, Dino colse il suo profumo: qualcosa di fresco e leggero, agrumato, che si mescolava all’odore asettico dell’ospedale. Lo portò in uno stanzino riservato, gli disse di spogliarsi, indossare il camice e farsi trovare pronto sul lettino. Dino obbedì, si sdraiò sul lettino con il corto camice che non riusciva a nascondere la prepotente erezione, chiuse gli occhi cercando di rilassarsi. Il rumore deciso della porta che si apriva lo fece sobbalzare. Davanti a lui apparve la dottoressa, una massa di capelli rosso fuoco, boccolosi, grossi seni che il camice conteneva a fatica, larghi fianchi e scarpe con i tacchi che facevano risuonare il pavimento ad ogni passo. Portava un profumo che non c’entrava nulla con l’ospedale, qualcosa di speziato e caldo che copriva l’odore di disinfettante e prometteva guai. Di fianco a lei la giovane infermiera. “Allora signor…?”
“Dino, mi chiami pure Dino” rispose.
“Allora Dino mi… ci racconti cosa è successo.” Sul viso non era riuscita ad evitare che le si formasse un sorriso beffardo.
“Mi sono fatto tentare dai racconti di un amico, ho preso una pastiglia di viagra, a quanto pare alto dosaggio e… sono così da sei ore.”
“Dino, se vuole che la aiutiamo, ci deve raccontare tutto.” Uno sguardo complice tra le due donne. “Cosa ha fatto in queste sei ore circa?”
Dino aveva raccontato gli amplessi con Raffaella e poi l’incontro con Alina in auto. Aveva concluso con il tentativo di autocura con l’acqua gelata e la masturbazione.
L’infermiera si spostò di lato, prese delle cose da un armadietto e le posizionò sul carrello vicino, mentre la dottoressa si avvicinava ai piedi del lettino. “Dino, scivoli un po’ più verso di me in modo che possa prendermi cura del… suo amico.” Imbarazzato, l’uomo obbedì. Una volta in posizione l’infermiera sollevò maggiormente il camice, esponendolo completamente al loro sguardo. La dottoressa prese il flacone di gel, ne versò una dose abbondante sulla sua erezione, iniziando a massaggiarlo. “Le fa male se faccio così?” la voce della dottoressa era melliflua, suadente, provocatoria, mentre la mano si muoveva con una abilità che nemmeno Alina aveva mostrato.
Il dolore era sopportabile, rispose Dino. “Lei conosce la stimolazione prostatica? Gliel’hanno mai praticata?” Dino sentì un leggero panico agitarlo. Aveva sentito e letto qualcosa e sapeva esattamente quale fosse la via per arrivare alla prostata. Il suo urologo ci passava almeno una volta all’anno. “Conosco ma… mai provata.”
“Oggi è un uomo fortunato, proverà anche questa nuova esperienza.” Laura aiutò Miriam ad indossare un guanto monouso. Aveva aggiunto lubrificante alle dita. Senza smettere di accarezzargli il cazzo la dottoressa era scivolata con un dito nel suo ano facilmente. All’imbarazzo per la situazione, si era aggiunto il disagio, l’umiliazione per quello che stava succedendo. Fu solo un istante perché quando il dito di Miriam trovò il punto giusto, il suo pene sussultò di piacere. “Poi se vuole lo insegniamo anche alla sua fidanzata…”. Miriam sapeva essere particolarmente sadica e sarcastica in quelle situazioni. Adorava mettere gli uomini in soggezione, avere il loro piacere in mano e decidere quando farli godere, decidere quando liberarli da quel dolore. Laura invece si eccitava a vedere Miriam fare tutto questo, spesso e volentieri si trasformava nella sua dominante, ribaltando i ruoli che di solito avevano nella vita lavorativa.
La dottoressa aveva fatto un cenno con la testa all’infermiera che era scivolata alle sue spalle e aveva iniziato a slacciarle il camice. Dino sentì il sangue colorargli il viso e riempire ulteriormente la sua erezione, vedendo che sotto il camice, la dottoressa, indossava solo una harness che poco nascondeva del suo corpo e delle sue intenzioni. Aveva continuato il massaggio prostatico ma ora il suo cazzo era massaggiato dai suoi grossi seni. Laura li avvolgeva attorno all’erezione di Dino che non sapeva più come reagire a quella situazione.
Gli occhi scuri di Miriam e quelli azzurri di Laura, sembravano radiografarlo. Gli ordini secchi di Laura alla dottoressa lo riportarono all’episodio di Dr House. Vide l’infermiera afferrare per i capelli la dottoressa e, mentre le sibilava “Fammi vedere quanto ti piace succhiare cazzi.” Le forzava giù la testa, decidendo il ritmo, quanto profondamente dovesse ingoiare la sua carne, quando tornare su. Il suo cervello cercò di capire se fosse in una puntata di candid camera o se, dopo fake taxi, Pornhub avesse messo in piedi anche “fake hospital”.
Era stato spogliato completamente, e l’infermiera aveva ordinato a Miriam di mettersi a cavalcioni. Aveva guidato lei il cazzo di Dino nella figa colante della dottoressa, le aveva dato il ritmo mentre la toccava e baciava davanti a lui. Era una scena folle, sembrava di essere spettatore e protagonista di un film porno. La terza volta che quella notte veniva cavalcato.
Anche Laura aveva iniziato a spogliarsi. Un corpo diverso da quello di Miriam, ma non per questo meno desiderabile. Aveva fatto girare Miriam, che ora dava le spalle a Dino, le aveva posizionato la verga nel culo e le ordinato di scendere lentamente, voleva vedere quel cazzo penetrarla millimetro dopo millimetro, mentre lei la leccava. In realtà non leccava solo lei, leccava anche le palle di Dino, stuzzicava l’asta. Da non avere mai provato un rapporto anale, ora si ritrovava ad averlo provato due volte nella stessa notte.
Era come se fosse ubriaco, non riusciva ad avere la consapevolezza del tempo, faticava a tenere nota delle cose che succedevano. Laura si era divertita a decidere quanto tempo dovesse cavalcarlo con il culo e quanto con la figa, mentre tra un cambio e l’altro si divertiva anche lei ad assaporare la sua mascolinità. Concesse a Miriam di avere un paio di orgasmi, provocati da entrambi. “Ora tocca a me”, ordinò la trasformata infermiera, “prima che tu me lo faccia venire.”
Le due donne si erano date il cambio. Prima Laura lo aveva cavalcato in maniera classica, mentre Miriam le preparava l’ano con lingua e dita. Poi si era girata, lasciandosi deflorare e afferrando Miriam nuovamente per i capelli, obbligandola ad un cunnilinguo mentre lui la inculava.
La mente analitica di Dino aggiornò il conteggio. Tre cavalcate, tre rapporti anali. Aveva perso il conto dei pompini e delle scopate classiche.
Laura venne in maniera prorompente, squirtando in faccia alla dottoressa. “Lecca tutto, puliscimi” disse con voce ansimante ma non meno carica di autorevolezza.
Soddisfatta, scese dal lettino, sorrise a Miriam che si stava ancora leccando le labbra cercando il sapore della sua padrona. “Ora dobbiamo risolvere il problema del paziente, che ne dici?”
Si posizionarono ai due lati del lettino, iniziando a giocare entrambe con la bocca, limonando attraverso la sua minchia, facendo scoprire a Dino un nuovo fantastico mondo di sensazioni e stimolazioni.
Mentre una lo succhiava, l’altra gli leccava e succhiava le palle. Contemporaneamente il dito di una andava alla ricerca della prostata, mentre l’altra stuzzicava i suoi capezzoli. Era stato baciato ovunque. Deflorato alternativamente dalle dita dell’una e dell’altra. Limonato, spompinato.
La tempesta di stimolazioni stava portando finalmente il risultato desiderato e voluto, facendolo esplodere in un orgasmo così intenso da farlo urlare come un animale ferito, tanto piacevole e doloroso era stato l’orgasmo.
“Tutto bene?”
La voce di Raffaella gli arrivò come da un altoparlante difettoso, distorta, lontana. Dino aprì gli occhi di scatto, come se qualcuno gli avesse versato un secchio d’acqua gelida in faccia.
Il soffitto era sbagliato. Troppo bianco. Troppo normale.
Non era in ospedale. Non c’erano luci al neon, né infermiere o dottoresse che giocavano con il suo priapismo.
Sbatté le palpebre. Una volta. Due.
Il divano. La coperta di pile. Raffaella accanto a lui, che lo fissava con quell’espressione a metà tra la preoccupazione e il “ma che cazzo hai combinato stavolta?”.
E poi lo sentì.
Tra le gambe, un calore umido, appiccicoso, imbarazzante. Come se qualcuno gli avesse svuotato un barattolo di yogurt caldo nei boxer.
Il suo cervello impiegò tre secondi a elaborare l’informazione.
Merda.
Non era sudore. Non era un’allucinazione. Era lui. Il suo sperma. Che gli colava lungo le cosce come un adolescente dopo il primo sogno bagnato. Solo che lui non aveva quattordici anni. Ne aveva quaranta. E la sua fidanzata era a dieci centimetri da lui, con l’aria di chi sta per chiedere: “Dino, perché hai la faccia di uno che ha appena ucciso un gatto?”.
Il cuore gli partì a razzo, come se volesse scappare dal petto e nascondersi sotto il divano.
Non muoverti. Non respirare. Non pensare al fatto che sotto questa coperta c’è la prova che hai appena fatto un sogno erotico come un ragazzino in gita scolastica.
“Dino?”
La voce di Raffaella era un misto di “sto per ridere” e “devo chiamare un’ambulanza?”.
“Sì, sì… tutto bene.” La sua risposta uscì come se avesse ingoiato della ghiaia. Sembro uno che ha appena confessato un omicidio. O peggio: uno che ha appena confessato di aver sognato di tradirla con tre donne in un ospedale.
Raffaella inclinò la testa, studiandolo come un entomologo osserva un insetto particolarmente stupido. Sullo schermo, i titoli di coda di Dr. House scorrevano muti, come se anche loro stessero ridendo di lui.
“Ti sei addormentato prima della pubblicità. Russavi.”
Un sogno. Era stato tutto un sogno.
Il sesso con Raffaella. Alina la prostituta. Miriam e Laura in ospedale. Il viagra. Tutto inventato dal suo cervello mentre russava come un trattore accanto alla fidanzata. E nel mondo reale? Nel mondo reale era venuto nei boxer come un quindicenne dopo aver visto la pubblicità di un profumo su GQ.
La vergogna gli esplose in faccia come una granata al napalm.
Raffaella tornò a guardare la TV, apparentemente soddisfatta della sua risposta. O forse stava solo cercando di non scoppiare a ridere. “Secondo me è la pizza coi porcini e la salsiccia. Ti fa sempre uno strano effetto.”
Strano effetto. Come se il problema fosse la digestione e non il fatto che aveva appena avuto un orgasmo involontario dopo aver preso una pasticca per l’erezione e aver sognato di scopare come un animale in calore.
Dino annuì, trattenendo il respiro come se potesse far sparire la realtà con la forza del pensiero. Sotto la coperta, sentiva il disastro che si raffreddava contro la pelle, appiccicoso come colla vinilica. Dio, fa’ che non coli sul divano. Fa’ che non coli sul divano. Fa’ che non coli sul divano.
“Vado un attimo di là,” disse, cercando di suonare disinvolto. Come se alzarsi dal divano con i boxer pieni di sperma fosse una cosa che faceva tutti i giorni.
Si sollevò con la grazia di un elefante su un campo minato, le gambe rigide, il passo studiato per non far trapelare nulla. Se cammino come un robot, forse non se ne accorgerà. Forse penserà che ho solo mal di schiena.
“Portami un bicchiere d’acqua, quando torni.”
Raffaella non si era accorta di nulla. O forse sì, e stava solo aspettando il momento giusto per fargli pagare la figura di merda. Con le donne non si sapeva mai. Magari stava già scrivendo un messaggio a sua madre: “Indovina cosa ha combinato il tuo figliolo oggi?”
Attraversò il corridoio verso il bagno, sentendo lo sperma che gli si raffreddava addosso come una condanna. Quarant’anni. Un lavoro decente. Una fidanzata che lo amava. E lui era appena venuto nel sonno come un cretino, dopo aver preso del viagra e aver sognato di scopare quattro donne, tre delle quali non esistevano e, probabilmente, non lo avrebbero nemmeno guardato.
Chiuse la porta del bagno con un tonfo. Si appoggiò al lavandino e si guardò allo specchio.
La faccia di un uomo che aveva appena perso una battaglia contro il proprio corpo. Occhiaie profonde, guance arrossate, l’espressione di chi ha appena scoperto che la vita è una gigantesca presa per il culo.
Doveva essere la pizza coi porcini.
Per forza.
Non poteva essere nient’altro.
Aprì il rubinetto e si lavò le mani, come se quel gesto potesse cancellare tutto. Come se l’acqua potesse lavare via la vergogna, il ridicolo, la consapevolezza che, a quarant’anni, era ancora lì a combattere contro i suoi ormoni come un adolescente in crisi.
Benvenuto nel club, Dino. Il club dei quarantenni che si eccitano da soli e poi si vergognano come ladri.
Si asciugò le mani, inspirò a fondo e tornò in salotto, pronto a fingere che non fosse successo nulla.
Perché, alla fine, era quello che facevano tutti gli adulti: fingere che tutto fosse normale.
Anche quando non lo era.
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02.2026