Capitolo 06 – Il Segreto Addosso

06 New Season by Loui Jover

La luce filtrava attraverso le tapparelle, disegnando strisce dorate sul pavimento della camera. Erano quasi le dodici. Dario era sveglio da una ventina di minuti, ma non si era mosso dal letto.

Osservava Anita dormire.

Era ancora abbracciata a Felpudo, la guancia premuta contro il pelo sintetico, una gamba avvolta attorno alla zampa dell’orso. Il pollice non era più in bocca, ma le labbra restavano socchiuse, rilassate, provocatorie.

Bellissima, pensò. Non nel senso patinato delle riviste. Bellissima nel modo in cui lo sono le cose vere. I capelli un groviglio di ricci sul cuscino improvvisato. Il trucco ormai solo un ricordo sbavato sulle guance. Il corpo abbandonato con quella fiducia che si concede solo a chi ci ha visti al nostro peggio e non è scappato.

Dario si appoggiò sul gomito, continuando a studiarla. C’era qualcosa di ipnotico nel guardarla dormire. Nel vedere quella donna che poche ore prima aveva attraversato i sette nodi della sua corda, che aveva pisciato in una ciotola ai suoi piedi, che si era addormentata con il suo sperma sulla pelle, ora così pacifica, così innocente.

Il contrasto lo colpiva ogni volta. Era questo che lo aveva sempre affascinato del BDSM, fin dai tempi di Marco e Antonella. Non la crudeltà. Non il potere fine a sé stesso. Ma questo: la fiducia. La capacità di due persone di mostrarsi, viversi completamente, senza maschere, e poi tornare a respirare insieme come se niente fosse. Come se tutto fosse.

Anita si mosse nel sonno. Un piccolo suono le sfuggì dalla gola, qualcosa a metà tra un sospiro e un mormorio. I fianchi iniziarono a ondeggiare, quasi impercettibilmente. Avanti e indietro. Quel movimento che lui ormai riconosceva come il suo respiro segreto.

Anche nel sonno, pensò sorridendo. Anche nel sonno cerca quello.

La guardò strofinarsi contro la zampa di Felpudo con movimenti lenti, inconsapevoli. Il corpo che ricordava prima della mente. I muscoli che cercavano quel piacere che lei si era costruita in anni di solitudine, di cuscini viola e spigoli di tavoli.

Poi qualcosa cambiò. Il ritmo si interruppe. Le sopracciglia di Anita si corrugarono leggermente, il primo segnale che la coscienza stava risalendo dalle profondità del sonno.

La mano scivolò sulla superficie sotto di lei. Tastò. Si fermò.

Non era il suo cuscino.

Gli occhi si aprirono di scatto.

Per un istante Dario vide il panico attraversarle il viso. Quella frazione di secondo in cui il cervello cerca disperatamente di ricostruire dove sei, come ci sei arrivata, cosa è successo. Poi lo sguardo di lei incontrò il suo.

Lui sorrise. Quel sorriso, l’angolo destro della bocca che si alzava.

“Buongiorno, piccola.” disse con quella voce calda impastata di sonno.D

Anita sbatté le palpebre. Una volta. Due. Come se stesse cercando di verificare che lui fosse reale, che tutto fosse reale. Poi un rossore le invase le guance e Dario capì che stava ricordando. La corda. I nodi. La spazzola. Le mollette. Tutto.

“Buongiorno.” La voce era roca, ancora impastata di sonno.

“Stavi sognando qualcosa di interessante?”

Il rossore si intensificò. Anita abbassò lo sguardo, diventando consapevole solo in quel momento della posizione in cui si trovava, a cavalcioni della zampa di Felpudo, le cosce aperte, la carne che confessava ciò che la mente voleva tacere

“Io… non stavo…”

“Sì che stavi.” Dario batté due dita sul materasso accanto a sé. “Vieni qui.”

Per quanto fosse un ordine, era diverso da quelli precedenti. Era forse più un invito, ma se lei non avesse accettato … Anita si mosse comunque. Si sollevò da Felpudo con una certa rigidità, i muscoli che protestavano dopo quanto aveva passato e la notte sul pavimento. Quando raggiunse il bordo del letto esitò un istante, come se non fosse sicura di avere il permesso.

Lui allungò una mano, le prese il polso, la tirò verso di sé.

Il primo contatto fu elettrico. Il calore del suo corpo contro il fresco delle lenzuola. La pelle di lei che trovava la pelle di lui. Anita si rannicchiò contro il suo fianco, la testa che trovava naturalmente la sua spalla, una gamba di Dario che scivolava tra le sue.

E poi, senza che nessuno dei due dicesse nulla, il bacino di lei iniziò a muoversi. Lento. Appena percettibile. La coscia di lui era lì, solida, calda, e il corpo di Anita la cercava con la stessa naturalezza con cui un girasole cerca il sole.

Dario le accarezzò i capelli. “Così. Brava.”

Il permesso silenzioso. Anita intensificò il movimento, gli occhi che si chiudevano, il respiro che cambiava ritmo. La bocca di lui trovò la sua, un bacio lento, mattutino, senza la frenesia della notte. Le labbra che si mangiavano, le lingue che si cercavano con pigrizia mentre lei continuava quella danza antica sulla sua coscia.

Baci, carezze, strusciamenti. Le mani di lui che cercavano il corpo di lei, le mani di lei che cercavano il corpo di lui. Una colazione di sensi, di piaceri, di desideri.

Quando si staccarono, Anita aveva gli occhi lucidi. Non di lacrime, di qualcos’altro. Qualcosa che somigliava alla gratitudine.

“Come ti senti?” chiese lui, la mano che continuava a giocare e litigare con i suoi riccioli.

“Indolenzita.” Una pausa. “Viva.”

Lui annuì. Capiva esattamente cosa intendesse.

“La doccia,” disse dopo un momento. “Vai a farti una doccia. Quando hai finito mi trovi in cucina.”

Anita sollevò la testa, lo sguardo che cercava il suo.

Quegli occhi erano pieni di domande che non osava formulare.

Dario scosse la testa sorridendo maliziosamente.

“Piscia, sotto la doccia, ma non ti azzardare a toccarti.” Lo sguardo cambiò in un istante come quando una nuvola passa davanti al sole. “Se lo farai, io lo saprò e tu… “

La frase rimase in sospeso.

Lui sapeva che non aveva bisogno di completarla.

Anita si era presa il suo tempo sotto la doccia. L’acqua calda aveva sciolto parte della rigidità nei muscoli, lavato via il sudore e i residui della notte ma nello stesso tempo aveva risvegliato profumi e ricordi. Aveva obbedito: aveva svuotato la vescica, osservando il getto, annusando l’odore, si era insaponata ovunque, aveva resistito alla tentazione di far scivolare le dita dove il corpo le implorava di toccarsi. Era stato difficile. Quasi impossibile. Ma l’idea che lui potesse in qualche modo saperlo, quella minaccia sospesa, l’aveva fermata ogni volta che la mano cercava di scendere troppo.

Si era avvolta nell’unico asciugamano disponibile, uno di quelli grandi che lui aveva comprato. Il tessuto morbido le fasciava il corpo a fatica dalla curva dei seni fino a metà coscia, tenuto insieme da un nodo precario sopra il petto. Il collare spuntava sopra il bordo dell’asciugamano, cuoio nero contro la pelle ancora umida. Non aveva pensato di toglierlo. Non le era nemmeno passato per la testa.

Il profumo del caffè la guidò per la casa.

A piedi nudi, camminando come se avesse i tacchi, seguì l’odore del caffè che si mescolava a qualcos’altro. Qualcosa di dolce, di caldo, di familiare e straniero allo stesso tempo.

La cucina si aprì davanti a lei come una scena domestica che non si aspettava.

Dario era ai fornelli, di spalle. Indossava solo un paio di boxer elasticizzati, a piedi nudi, la schiena scoperta che mostrava un invidiabile sedere a mandolino mentre si muoveva tra pentole e padelle. Sul bancone c’era già un caos ordinato: una caffettiera italiana che borbottava, un piatto con fette di pane tostato, un vasetto di marmellata di arance amare, prosciutto serrano tagliato sottile, pomodori freschi, olio d’oliva. E qualcosa che sfrigolava in padella, uova forse, con un profumo che le fece brontolare lo stomaco.

Lui si girò.

Lo sguardo la colpì prima di qualsiasi parola. Quegli occhi che la percorsero dalla testa ai piedi, soffermandosi sul collare, sull’asciugamano, sul nodo precario, sulle gambe nude. Un sorriso gli increspò l’angolo della bocca quando vide il cuoio nero ancora al suo posto.

“Brava. Non te lo sei tolto.”

Non era una domanda. Era un’approvazione. Anita sentì il calore salirle alle guance.

“Vieni qui.”

Si mosse. L’asciugamano oscillava a ogni passo, il nodo che minacciava di cedere. Quando fu abbastanza vicina, lui allungò una mano.

Un gesto semplice. Deciso. Un dito che afferrava il bordo del tessuto e tirava.

L’asciugamano cadde ai suoi piedi con un fruscio morbido.

Anita rimase immobile, nuda tranne che per il collare, nel mezzo della cucina illuminata dal sole del mezzogiorno andaluso. Nessun lumino a mascherare, nessuna penombra in cui nascondersi. Solo lei, esposta alla luce del giorno e a quello sguardo che la divorava.

E per la prima volta in vita sua si sentì bella, bella come mai prima.

“Così è meglio.” La voce di lui era calma, quasi conversazionale. “Non mi piacciono le barriere mentre mangio.”

Tornò ai fornelli. Finì di cucinare le uova, le fece scivolare su un piatto, aggiunse fette di pomodoro condite con olio e sale. Versò il caffè in due tazze. Poi portò tutto alla penisola, sistemando i piatti sul ripiano.

Si sedette sull’unico sgabello. Alto, di legno scuro. E la guardò.

Anita restò in piedi, incerta. Non c’erano altre sedie. Non c’era posto per lei.

Lui batté la mano sulla coscia. Quel gesto che ormai conosceva. Quel richiamo che il suo corpo aveva imparato a riconoscere come un riflesso pavloviano.

“Qui.”

Non doveva sedersi. Non aveva quel diritto. Il suo posto era un altro.

Si avvicinò. Lui le afferrò un gluteo con una mano, guidandola. Anita si sistemò a cavalcioni sulla sua coscia, coscia pelosa contro carne nuda, la fica che trovava immediatamente quella pressione che cercava da quando si era svegliata. Un sospiro le sfuggì dalle labbra.

“Così.” La mano di lui scivolò sulla schiena, la tenne ferma. “Questo è il tuo posto.”

La sua coscia. Il suo corpo. Il suo possesso.

Anita sentì gli occhi pizzicare. Non di tristezza. Di qualcosa che non aveva nome.

“Hai fame?”

“Sì.” La voce le uscì rotta.

Dario prese una fetta di pane tostato, la spalmò di marmellata di arance, ne staccò un pezzo con le dita e poi guardò Anita.

“Apri.”

Lei aprì la bocca, lasciando che lui le posasse il boccone sulle labbra. Il sapore dolce-amaro della marmellata esplose sulla lingua mentre masticava, mentre le dita di lui le sfioravano le labbra nel ritirarsi.

“Sai cosa mi piace di te?”

Anita scosse la testa, iniziando a muoversi contro la sua coscia, continuando a masticare.

“Che non fingi.” Le offrì un pomodoro condito. “Non hai finto un secondo da quando ci siamo incontrati. Ti sei seduta sulla mia gamba davanti a mezza Siviglia e hai iniziato a strusciarti come se fosse la cosa più naturale del mondo.”

“Ero…” Anita cercò di dire qualcosa mentre lui le riempiva la bocca con il cibo.

“Lo sai benissimo.” Un sorso di caffè, la tazza portata alle sue labbra. “Ti sei riconosciuta. Hai visto qualcuno che parlava la tua lingua e hai smesso di tradurre.”

Il caffè era forte, caldo. Anita bevve, sentendo il calore scenderle in gola mentre il calore di un altro tipo saliva dal basso, da quel punto dove la coscia di lui incontrava la sua carne.

“Quanti anni hai passato a nasconderti?” Un altro boccone. Uova morbide, saporite. “A strusciarti di nascosto sugli spigoli, sui cuscini, fingendo che fosse normale?”

“Troppi.” La voce era un ansito. Il movimento si era fatto più intenso, più urgente.

“E quanti uomini hai dovuto sopportare che non capivano?”

“Tanti.” Bofonchiò cercando di masticare del prosciutto serrano che lui le aveva imboccato.

“Tanti.” Lui le afferrò di nuovo il sedere, rallentando il suo ritmo. Controllandolo. “Io capisco. Lo sai, vero?”

Anita annuì. Non riusciva più a parlare. Il piacere stava salendo, quel piacere che conosceva così bene ma che ora era diverso, amplificato dalla sua presenza, dal suo controllo, dal fatto che era lui a decidere tutto, quanto veloce, quanto forte, quando fermarsi, cosa mangiare, quando.

“Mangia.” Le offrì un altro pezzo di pane. “E non venire. Non ancora.”

La mano sul fianco la guidava. Lento. Troppo lento. Abbastanza da tenerla sul filo ma non abbastanza da farla cadere. Anita masticava senza sentire il sapore, ogni senso concentrato su quel punto di contatto, su quella tortura dolcissima.

Avrebbe voluto raccontargli tante cose ma era come se tutti i suoi pensieri e le sue parole si ingolfassero in una strettoia che era la sua bocca, senza riuscire a diventare frasi di senso compiuto.

Le offrì l’ultimo boccone. Lei lo prese, le labbra che si chiudevano attorno alle sue dita, la lingua che le accarezzava mentre masticava.

“Finisci di mangiare.” La mano sul fianco si fermò, costringendola all’immobilità. “Poi …”

Quel fottuto momento di attesa, di silenzio di cui lui era maestro. Ad Anita addirittura mancò il fiato pensando a tutti i poi che erano nella sua mente.

“Poi vieni nella sala da pranzo e ti preparo per portarti a casa. Le tue amiche staranno impazzendo.”

Da un lato Anita sentì il corpo fibrillare al pensiero di cosa lui avesse in mente e dall’altro era simpaticamente terrorizzata dall’incontro con le sue sorelle.

La seconda cosa fu irresistibile facendola scoppiare a ridere.

“Jimena e Blanca mi terrorizzano più di te,” disse ridendo in maniera incontrollata.

“Le affrontiamo insieme. Se vuoi.”

La risata si spense. Anita portò la mano al collare, lo accarezzò con le dita, poi abbassò lo sguardo e appoggiò la fronte contro la sua spalla, lasciandosi andare.

Le mani di lui le presero la testa, delicate ma ferme. La sollevarono quel tanto che bastava perché le sue labbra potessero sfiorarle la fronte. Un bacio lento, caldo, che non aveva niente a che fare con il sesso. Era qualcos’altro. Qualcosa che Anita non osava nominare.

Poi le dita di lui scivolarono dietro la nuca, trovarono la fibbia del collare. Il cuoio si allentò, si aprì, scivolò via dal suo collo.

L’aria sulla pelle nuda, dove prima c’era il suo marchio, le sembrò fredda. Sbagliata.

“Ora dobbiamo prepararci per andare incontro alla giornata.” La voce di lui era morbida, ma c’era una nota di qualcosa. Rimpianto? “Il collare resta qui. Ti aspetta.”

Anita sentì un nodo in gola. Non era pronta a tornare nel mondo. Non era pronta a essere di nuovo solo Anita, la ballerina, la proprietaria del B&B, la donna normale che tutti credevano di conoscere.

Ma annuì. Perché lui aveva deciso, e lei aveva scelto di fidarsi.

Lui si alzò, le sfiorò la schiena con il palmo della mano, la spinse delicatamente verso il corridoio. Anita camminava nuda per quella casa che non era sua, eppure si sentiva più a casa di quanto si fosse mai sentita. Non aveva bisogno di tenerla per mano. Lei lo avrebbe seguito ovunque.

Tornarono nel seminterrato dove l’odore del suo piscio era ancora presente, forte, per assurdo, per lei, eccitante.

Le dita di Dario le indicarono un punto preciso dove fermarsi mentre lui raggiungeva il tavolo dove aveva lasciato le corde e qualcos’altro che la sera precedente lei non era stata in grado di vedere, cogliere, percepire.

Si avvicinò a lei con una matassa di corda di iuta in mano. Mentre i suoi occhi cercavano quelli di Anita le mani iniziarono a scorrere lungo la corda con gesto fluido, quasi meditativo, i polpastrelli che ne leggevano la consistenza, la tensione, il peso, cercando il punto d’equilibrio, quel momento in cui i due capi, finalmente, coincidevano identici, simmetrici, fino a formare un’ansa morbida: il doppino, l’occhiello da cui tutto ha inizio.

Era un rituale silenzioso, un preludio. Un modo per entrare nel tempo sospeso della legatura, per dichiarare un’intenzione prima ancora del primo nodo.

Dal doppino creò il primo nodo, lasciando un piccolo cappio che posizionò sulla sua nuca, mentre portava davanti a lei le due lunghe estremità della corda.

Dario alzò lo sguardo cercando gli occhi di lei, percependo, capendo, quanto poco avesse avuto a che fare con le corde in vita sua. “Sarà come indossare un intimo … scomodo … “ le disse ironicamente mentre con gesti semplici iniziava a formare una serie di nodi, equidistanti, con la corda. Uno sopra i seni, uno subito sotto, due sull’addome e poi un altro … Dario controllava accuratamente dove quell’ultimo nodo sarebbe dovuto finire, proprio sopra la sua clitoride!

Una volta trovata la giusta posizione la corda scivolò lungo la sua schiena fino ad agganciarsi al cappio formato all’inizio, per poi iniziare ad incrociarsi, ricamare, con la corda ed i nodi che passavano davanti al suo corpo.

Era un abbraccio, una serie di carezze, fatte dalle corde, dalle sue mani, dal suo sguardo che era follemente diverso, concentrato, che causava nuove sensazioni, provocava nuove emozioni in Anita.

Dario fece un passo indietro, osservando il risultato. I rombi di corda che le disegnavano il torso, simmetrici, perfetti.

“Hishi Karada,” mormorò, più a sé stesso che a lei.

Fece appena in tempo a cogliere il lampo nel suo sguardo. Era stato qualcosa di magico: capire quando nella sua mente qualcosa si accendeva. Per assurdo avere colto quella particolarità di Dario la fece eccitare in modo spropositato.

In contrasto, quando lo vide arrivare con quell’oggetto in mano l’eccitazione si congelò. Sembrava un amo per balene, ma alla fine invece del classico terminale degli ami da pesca c’era una sfera. Dalla parte opposta un anello.

Nell’altra mano di Dario comparve un flacone, da cui fece uscire del gel, sicuramente lubrificante, con cui cosparse la piccola sfera dell’amo.

Pochi istanti dopo Anita sentì la fredda sfera forzare il suo ano. Il respiro congelato, mentre lui non accettava diniego.

Dolore e piacere, umiliazione ed eccitazione, abbandono e peccato, tutto questo si mescolava in un vortice di pensieri nella mente di Anita mentre lui, senza fretta, faceva in modo che il gancio prendesse possesso del suo culo. Poi l’avanzo di corda che aveva fasciato il suo corpo in quella legatura tradizionale, passò un’altra volta nel cappio per poi annodarsi all’anello del gancio.

In questo modo il corpo di Anita era fasciato dalle corde e dai nodi di Dario, il nodo, l’*happy knot*, torturava la sua infiammata e infuocata clitoride e, come se tutto questo non bastasse, le aveva infilato un uncino nel culo, agganciato alle corde che, a seconda dei suoi movimenti, assieme al nodo contro la sua clitoride, la torturava di piacere.

Vide il suo sguardo soddisfatto, consapevole della condizione in cui l’aveva messa. Una parte di Anita, la mente di Anita avrebbe voluto insultarlo con le peggio parole che conosceva nel più becero dialetto andaluso, mentre il suo corpo avrebbe supplicato di provare ancora di più, di peggio.

“Ecco, ora sei pronta per andare a casa e… per andare al ballo di questa sera…”

Anita lo guardò, confusa. Improvvisamente si ricordò che il suo vestito azzurro era ancora da qualche parte, probabilmente abbandonato nel giardino la sera prima. Ma Dario si era già mosso verso l’angolo della stanza, raccogliendo qualcosa che lei non aveva notato.

Tornò con un abito tra le mani. Blu scuro, quasi nero. Lo scosse leggermente e il tessuto ondeggiò, leggero come un sospiro.

“Lino,” disse lui, anticipando la domanda. “Non morirai di caldo.”

Collo alto che si chiudeva con tre piccoli bottoni sulla nuca. Maniche corte. La gonna morbida che sarebbe scesa fino alle ginocchia. Semplice, quasi austero. Perfetto.

Anita capì. Il vestito azzurro, con la sua scollatura generosa, avrebbe mostrato tutto. Le corde sul collo, i rombi di corda sul petto, i nodi. Lui ci aveva pensato. Lui pensava sempre a tutto.

Si avvicinò a lei con il vestito aperto tra le mani. “Alza le braccia.”

Anita obbedì. Sentì il lino fresco scivolare lungo il corpo, sfiorare le corde, aderire ai nodi nascondendoli. Le dita di lui le sfiorarono la nuca mentre allacciava i bottoni, uno a uno, con la stessa cura con cui poco prima le aveva legato i nodi.

Era vestita. Era coperta. Eppure, non si era mai sentita così nuda.

Quando iniziò a camminare, fu una rivelazione.

La corda si mosse con lei. Non era più un oggetto separato dal suo corpo: era diventata parte di lei, una seconda pelle che reagiva a ogni movimento, accarezzandola, stringendola, abbracciandola. Il nodo sulla clitoride, quello che lui aveva chiamato *happy knot*, sfregava ritmicamente contro la carne già sensibile. Anita trattenne il fiato.

Proseguendo nella sua passeggiata fu peggio. O meglio. Dipendeva dai punti di vista.

Il gancio nel suo culo si spostò, tirando leggermente le corde che lo collegavano all’imbracatura. E quel tirare si propagò ovunque: sui seni stretti dalla corda, sul ventre, sul nodo tra le gambe. Tutto era collegato. Ogni passo era un’orchestra di sensazioni che suonava una sinfonia oscena.

Siviglia bruciava di sole e di festa. La gente camminava, rideva, si preparava per un’altra notte di feria. E lei era lì, in mezzo a loro, con le gambe che tremavano e la fica che pulsava, il culo che desiderava cose a ogni passo.

*Bastardo, pensò. E sorrise.*

Non poteva camminare veloce. Non solo per i tacchi, ma perché ogni passo accelerato intensificava tutto. Il nodo che sfregava. L’hook che si muoveva. Le corde che stringevano. Era come essere scopata lentamente da un fantasma, in pieno giorno, in mezzo alla strada.

A metà strada dovette fermarsi. Si appoggiò a un muro, fingendo di controllare il telefono mentre in realtà cercava di riprendere fiato. Una coppia le passò accanto senza degnarla di uno sguardo. Non sapevano. Nessuno sapeva. Lei era lì, a pochi centimetri da loro, con un gancio nel culo e un nodo sulla clitoride, e loro parlavano di dove andare a cena.

Il contrasto la eccitò ancora di più.

Riprese a camminare. Ogni passo un piccolo tradimento del suo corpo. Ogni movimento un promemoria di chi le aveva fatto questo, di chi l’aveva marchiata in un modo che nessuno poteva vedere ma che lei sentiva con ogni fibra.

Quando il B&B apparve in fondo alla strada, Anita si fermò un istante. Respirò. Si preparò.

Le sue sorelle l’aspettavano. E lei doveva fingere di essere normale.

Jimena era sulla soglia prima ancora che Anita raggiungesse il cancello.

“Sei viva.” Non era una domanda. Era un’accusa.

“Buongiorno anche a te.”

“Sono le due del pomeriggio.”

“Buon pomeriggio, allora.”

Blanca apparve dietro Jimena, gli occhi che la scrutavano dalla testa ai piedi. Cercava segni visibili, qualcosa che giustificasse una ramanzina se non addirittura una chiamata alla polizia. Non trovò niente. Non poteva trovare niente. I segni di Dario erano tutti nascosti sotto quel vestito.

“E quello da dove salta fuori?” Jimena indicò l’abito blu scuro.

“Me l’ha regalato.”

Le due amiche si scambiarono uno sguardo carico di sottintesi.

“Entra,” disse Jimena, spostandosi. “Devi raccontarci tutto.”

Anita entrò. Ogni passo nel corridoio che portava alla cucina era diverso ora. La corda si muoveva, l’hook tirava, e lei doveva mantenere un’espressione normale mentre il suo corpo urlava.

La cucina le accolse con il suo odore di casa, di caffè, di mille discussioni e confessioni. Il tavolo di legno scuro dove avevano pianto, riso, litigato e fatto pace centinaia di volte.

Blanca le mise davanti una tazza di caffè. Jimena si sedette di fronte a lei, braccia incrociate.

Anita guardò la sedia. Legno duro. Nessun cuscino. Merda.

Si sedette. Lentamente. Con cautela. L’hook si spinse più a fondo di quanto avesse immaginato, il nodo premette più forte. La sedia dura non perdonava. Dovette mordersi il labbro per non gemere.

Jimena la osservava con gli occhi stretti. “Ti sei fatta male?”

“No. Perché?”

“Cammini strano. Ti siedi come se avessi…” si fermò, cercando le parole.

“Sono solo indolenzita,” tagliò corto Anita. Non era nemmeno una bugia.

“Allora?” Jimena tamburellava le dita sul tavolo.

“Allora cosa?”

“Non fare la stronza. Dove sei stata? Cosa avete fatto? Perché non hai risposto ai messaggi?”

Anita tirò fuori il telefono. Dodici chiamate perse. Ventitré messaggi. Non li aveva sentiti. Era stata troppo occupata a essere legata, torturata, portata al limite e poi lasciata lì, tremante e affamata.

“Mi sono divertita,” disse semplicemente, portando la tazza alle labbra.

Blanca si sedette accanto a lei, più morbida. “Ani, siamo preoccupate. Non ti conosciamo così. Sparire per una notte intera con uno sconosciuto…”

“Non è uno sconosciuto. Non più.”

“Lo conosci da tre giorni!”

“A volte tre giorni bastano per riconoscere qualcuno.”

Silenzio. Le due amiche si scambiarono uno sguardo. Anita sapeva cosa stavano pensando. Che era impazzita. Che si stava buttando in qualcosa di pericoloso. Che avrebbe sofferto.

Forse avevano ragione. Ma in quel momento, con la corda che le stringeva i seni e l’hook che le ricordava a chi apparteneva, non le importava.

“Sto bene,” disse, e per la prima volta da anni era vero. “Sto bene davvero. Mi fido di lui.”

Jimena aprì la bocca per protestare, ma Blanca la fermò con una mano sul braccio.

“Va bene,” disse Blanca. “Ma se hai bisogno di noi…”

“Lo so. Sempre.”

Si alzò. L’hook si mosse. Dovette aggrapparsi al bordo del tavolo per non vacillare.

“Tutto bene?” Jimena aveva notato.

“Sì. Solo… stanca. Vado a farmi una doccia.”

La porta si chiuse dietro Anita e la casa tornò silenziosa.

Dario restò immobile per un momento, ascoltando i suoi passi che si allontanavano sul vialetto. Solo quando non li sentì più si mosse.

Nel seminterrato l’odore di lei era ancora ovunque. Sudore, eccitazione, piscio. Il profumo di una donna che si era arresa completamente. Raccolse le corde avanzate, le arrotolò con gesti automatici, le ripose. Aprì una finestra per arieggiare, ma una parte di lui avrebbe voluto sigillare quella stanza e conservare quell’odore per sempre.

Si sorprese a sorridere. Non era un buon segno.

Salì in giardino. Il sole del primo pomeriggio picchiava forte sull’erba, e lì, abbandonato vicino alla panchina come una pelle di serpente, c’era il vestito azzurro di Anita. Lo raccolse, scuotendo via qualche filo d’erba. Il tessuto aveva ancora il suo profumo, quel mix di agrumi e donna che gli era entrato nel cervello la prima sera.

Si guardò intorno. Le finestre dei vicini, alcune aperte per il caldo. Qualcuno l’aveva visto, quel vestito? Qualcuno aveva notato un abito da donna abbandonato nel giardino di uno sconosciuto?

Sorrise maliziosamente. E se anche fosse?

Lo portò dentro, lo piegò con cura, lo appoggiò sul tavolo. Gliel’avrebbe restituito. Prima o poi.

La doccia lo chiamava. Si spogliò lasciando i vestiti sul pavimento del bagno, un lusso che si concedeva raramente. L’acqua calda lo avvolse, sciogliendo tensioni che non sapeva di avere.

Sotto il getto, la vescica reclamò attenzione. Lasciò andare, osservando il proprio piscio mescolarsi all’acqua, e la mente scivolò inevitabilmente verso di lei. Anita accucciata sull’erba del parco, le cosce spalancate, il suo getto che la marchiava. Anita in ginocchio nel giardino mentre svuotava la vescica come una brava cagnetta.

Il cazzo si indurì. Prevedibile.

Chiuse gli occhi e la vide. Legata con le corde che lui le aveva dipinto addosso, l’hook che la torturava, il nodo che le premeva sulla clitoride. In questo momento stava camminando per Siviglia così. Ogni passo un promemoria che le sussurrava: sei mia.

La mano scivolò verso il basso, quasi da sola. Afferrò l’asta con una stretta familiare e iniziò a muoversi. Lento. Controllato. Come faceva tutto.

Anita in ginocchio davanti a lui, la bocca aperta, gli occhi che lo imploravano.

Il piacere salì. Si fermò.

Respirò. Lasciò che l’onda si ritirasse.

Anita legata alla colonna del seminterrato, la schiena inarcata, che supplicava di venire.

Riprese a muoversi. Stringendo più forte questa volta. Il cazzo pulsava, gonfio, affamato.

Anita a quattro zampe sul letto, il culo offerto, che lo chiamava “Padrone”.

Si fermò di nuovo. Proprio sul bordo. I muscoli delle cosce che tremavano per lo sforzo di trattenersi.

No.

Il serbatoio doveva restare pieno. Stasera l’avrebbe rivista. Stasera sarebbe venuto su di lei, dentro di lei, ovunque avesse deciso. E voleva che fosse abbondante. Voleva marcarla come si marca un animale.

Appoggiò la fronte contro le piastrelle fredde, lasciando che l’acqua gli scorresse sulla schiena. Il respiro corto, affannato. Il cazzo protestava, duro e ignorato.

Disciplina, si ricordò. La stessa disciplina che Marco gli aveva insegnato trent’anni fa. Il Dom che non sa controllare sé stesso non può controllare nessuno.

Ma con Anita era diverso.

Con le altre era sempre stato facile mantenere il distacco. Katja a Berlino, Céline a Parigi, María a Barcellona. Donne che parlavano la sua lingua, che condividevano le sue pratiche. Ore di corde, di cera, di pelle contro pelle. Sessioni intense, sesso appagante, corpi che si cercavano e si trovavano. Ma quando finiva, finiva. Ognuno a casa propria, ognuno alla propria vita. Nessun pensiero che tornava a cercarle. Nessun odore da conservare. Piacere puro, senza strascichi.

Anita invece…

Anita lo guardava come se lui fosse l’unica cosa reale in un mondo di ombre. Anita si arrendeva con una ferocia che lo spiazzava. Anita non stava giocando. Anita stava vivendo.

E lui, cazzo, lui stava iniziando a fare lo stesso.

Era pericoloso. Lo sapeva. Aveva cinquantatré anni e abbastanza cicatrici da riconoscere i segnali. L’ultima volta che si era lasciato andare così… No. Non voleva pensarci. Non ora.

Chiuse l’acqua. Si asciugò con movimenti bruschi, quasi arrabbiato con sé stesso.

È solo attrazione, si disse guardandosi allo specchio. È solo il brivido della novità. Una donna nuova, un corpo nuovo, una mente nuova da esplorare. Tra qualche giorno sarai su un aereo per Milano e lei sarà un bel ricordo.

Ma i suoi occhi, quegli occhi che avevano visto troppe donne cedere sotto il suo controllo, quegli occhi non mentivano.

Questa era diversa.

E lui non sapeva ancora se esserne terrorizzato o grato.

Si vestì con cura. Camicia di lino bianca, pantaloni leggeri. Stasera alla feria l’avrebbe guardata ballare, sapendo cosa nascondeva sotto il vestito. L’avrebbe guardata muoversi, sorridere, fingere di essere normale mentre le sue corde la torturavano e il suo hook la possedeva.

E quando la serata fosse finita, quando fossero stati di nuovo soli…

Il cazzo si risvegliò di nuovo, tornando nuovamente duro.

Pazienza, si disse. La pazienza è la virtù dei dominanti.

Ma per la prima volta in anni, la pazienza gli sembrava una tortura peggiore di qualsiasi gioco avesse mai inventato.

Anita entrò in camera e si appoggiò alla porta, altro che nodo felice, quello era una tortura di piacere. Come avrebbe fatto a ballare? Come poteva rimanere concentrata?

Si sfilò il vestito e si guardò nel grande specchio vedendosi bellissima come mai prima.

Accarezzò le corde, ricordando i gesti di Dario mentre la fasciava, accarezzava e chiuse gli occhi, assaporando quel momento in cui il desiderio diventava quasi dolore.

Guardò l’orologio sulla parete, non erano nemmeno le tre di pomeriggio. Andò in bagno a fare pipì, cercando di non bagnare la corda, operazione non proprio semplice e poi si sdraiò sul letto con l’intenzione di schiacciare un pisolino. Un’oretta di sonno le avrebbe fatto bene.

Fu un sonno agitato, pieno di sogni erotici, stimolati dalla corda, dai ricordi dei giorni appena passati, dal pensiero di Dario.

Si svegliò di soprassalto, abbracciata con forza al cuscino, sull’orlo di un orgasmo. Il corpo tremava come se fosse febbricitante e si accorse, forse per la prima volta, di desiderare intensamente di avere un orgasmo, quando di solito quello che ricercava era quel brivido dato dal fermarsi un attimo prima.

Chiuse gli occhi per cercare il controllo, e invece si ritrovò a sentire quanto Dario, quanto quell’uomo che l’aveva letta e ascoltata come mai nessuno prima, le fosse entrato sotto la pelle, nelle vene. Bastava un refolo di vento sulla sua pelle per farle rischiare di perdere il controllo.

*Bastardo*, sussurrò ancora una volta, sorridendo.

Con il cuore che le martellava nel petto scese dal letto e cercò di calmarsi lavandosi il viso con acqua fresca. Avrebbe voluto immergere il corpo in acqua ghiacciata per calmare i bollori, ma avendo le corde addosso sapeva che non era possibile.

Circa dieci minuti dopo, avendo ripreso il controllo del proprio corpo e delle proprie emozioni, quanto bastava, iniziò a truccarsi per andare alla fiesta.

Un trucco semplice, che esaltava il colore e la forma dei suoi occhi e delle sue labbra.

Infilò nuovamente il vestito che Dario le aveva preso e poi giù in cucina, un ultimo caffè con le sorelle, chiacchiere e risate.

Quando stava per andare Jimena non riuscì a stare zitta. “E questa sera … ?”

Anita si fermò, sorrise all’amica. “Non mi aspettare alzata” disse con un tono dolce “anzi, non mi aspettare proprio.”

Jimena cercò supporto in Blanca che aggiunse semplicemente: “Mandaci almeno un messaggio” un sospiro materno “se puoi.”

Anita le abbracciò e strinse entrambe “Vi voglio bene” poi partì in direzione della fiesta.

La camminata fu una nuova tortura che usò come allenamento per il turno di danza.

Nei camerini aspettò che si svuotassero per spogliarsi senza mostrare il suo piacevole segreto e, fortunatamente, il vestito da flamenco nascondeva quanto bastava la legatura.

Ma danzare, fare le figure che doveva fare, quello era un altro discorso. Con quel pensiero si presentò sulla pista, cercando di capire chi potesse essere il suo compagno di ballo e, con sua grande sorpresa, vide Dario, seduto in prima fila, con il solito boccale di birra vicino a lui.

Gli diede un’occhiata fulminante.

Era certa che lui sapesse quanto la sua presenza avrebbe aumentato ogni sensazione, ogni stimolazione. Solo il suo sguardo le faceva bruciare la pelle. Le si chiuse la gola in un gemito soffocato, il corpo che già anelava a qualcosa di più.

La voce di Hector le accarezzò la nuca: “Esta noche te toca conmigo, Pitufina.”

La voce era calma, calda, la voce di Hector, l’uomo che non si scomponeva mai, a parte quando doveva organizzare la feria. Per un istante Anita sentì qualcosa di familiare in quel tono, la stessa quieta autorità che l’aveva guidata nelle prime lezioni di flamenco, anni prima. La stessa sicurezza che ora riconosceva in un’altra voce, in un altro uomo.

Due guide. Due modi diversi di tenerla ancorata.

Il respiro le si bloccò. Hector si sarebbe accorto di tutto, delle corde, di come si muoveva diversamente.

“Pitufina, mi arma… ¿qué tienes? Sembri spaventata, niña. Anda ya, non facciamo attendere la gente. Y me han dicho che hay alguien especial que se muore dalla voglia di ammirarti.”

Hector la prese per mano portandola al centro della pista mentre lui dava il consenso a fare partire la musica.

Improvvisamente si sentì come se fosse tra i due uomini. Le mani e il corpo di Hector, che la guidavano nel flamenco e lo sguardo di Dario che la accarezzava e avvolgeva dal posto in cui era seduto. Gli occhi di Anita saltavano da uno all’altro. Le corde, il nodo, il gancio, quasi, passarono in secondo piano.

La chitarra attaccò il primo accordo e Hector la prese per mano, guidandola nel primo paso. Un marcaje laterale per prendere il ritmo. Semplice. Familiare. Ma niente era più semplice, non stasera. Il nodo scivolò sulla clitoride, una carezza ruvida che le strappò un respiro più corto. Serrò la mascella. Sorrise al pubblico.

Hector le girò intorno, il corpo che parlava il linguaggio antico del corteggiamento. Lei rispose con un movimento dei fianchi, un desplante che in altre sere sarebbe stato automatico. Questa sera il gancio si spostò dentro di lei, tirando le corde che lo collegavano all’imbracatura, e dovette mascherare il gemito con uno schiocco di tacchi sul legno.

Cercò gli occhi di Dario. Li trovò. Fermi. Che sapevano.

*Bastardo.*

Hector la prese per la vita, guidandola in una vuelta. Il mondo girò, la gonna esplose in un vortice di tessuto, e le corde si tesero tutte insieme, strizzandole i seni, premendo sul nodo, tirando il gancio. Tutto si tese insieme, strizzandole i seni, premendo sul nodo, tirando il gancio, mentre lei doveva solo sorridere e sembrare leggera.

Atterrò dal giro con le ginocchia che tremavano. Non per la fatica.

Le mani di Hector erano calde sulla sua schiena, professionali, familiari. Mani che l’avevano corretta mille volte, che conoscevano ogni suo difetto tecnico. Ma ora quelle mani la toccavano sopra le corde di Dario, e Anita si sentiva divisa tra due possessioni diverse: una visibile, pubblica, fatta di passi e figure. L’altra invisibile, segreta, fatta di canapa e nodi che solo lei e lui sapevano.

Lo zapateado arrivò come una liberazione. Poteva scaricare qualcosa in quei colpi furiosi, tacchi che martellavano il legno come pugni su un tavolo. Ma ogni impatto vibrava verso l’alto, attraverso le gambe, fino al gancio che oscillava dentro di lei, tirava le corde, le ricordava chi comandava anche mentre lei fingeva di comandare la danza. Picchiava e si puniva. Picchiava e si riempiva.

Gli occhi di Dario non l’avevano lasciata un secondo. Beveva la sua birra con quella calma infuriante, ma lei vedeva come il suo sguardo si restringeva ogni volta che il suo corpo si piegava, si apriva, si offriva alla danza e a lui.

Hector la fece piegare all’indietro, un cambré profondo che in altre sere era solo tecnica. Stasera la schiena si inarcò e il nodo si schiacciò contro di lei con tutto il peso del suo corpo, una pressione brutale e perfetta. Anita vide il soffitto della tienda attraverso un velo di lacrime che non erano di dolore.

Risalì. Trovò gli occhi di Dario. Lui sollevò appena il boccale. Un brindisi. Un riconoscimento. Brava. Continua.

Il braceo successivo fu un atto di sfida. Braccia che si alzavano serpentine mentre il busto ondeggiava, e lei lasciò che i fianchi seguissero, esagerando il movimento, sapendo cosa avrebbe fatto il gancio, volendolo. Punendosi per lui. Godendo per lui. Davanti a tutti senza che nessuno sapesse.

Hector percepì qualcosa. Lo sentì nel modo in cui la sua presa cambiò, le dita che indugiavano un secondo di troppo sulla sua schiena, sulla sua vita. Dove avrebbero dovuto trovare solo pelle e tessuto, trovavano qualcos’altro. Qualcosa di rigido sotto la stoffa. I suoi occhi la cercarono, e Anita vide la domanda formarsi, vide il momento esatto in cui lui capì senza capire. Ma era Hector, il suo maestro, l’uomo che le aveva insegnato che il flamenco è segreto gridato in pubblico. Non disse nulla. Strinse la presa e la guidò in un passo più audace, accettando il mistero, spingendola oltre.

Le figure divennero più complesse, più fisiche. Hector la guidava con un’intensità che non usava da anni, come se avesse captato una frequenza diversa, un’energia che non capiva ma alla quale rispondeva. I loro corpi si intrecciavano e si separavano, si cercavano e si sfuggivano.

E sempre, sempre, lo sguardo di Dario.

Le mani di Hector sulla sua vita. Gli occhi di Dario sulla sua anima. Il nodo sulla sua clitoride. Il gancio dentro di lei. Quattro punti cardinali di una mappa che solo lei poteva leggere.

E il collo. Il collo era nudo. Dove poche ore prima c’era il cuoio di lui, ora c’era solo aria e sudore. Le corde la possedevano ovunque, eppure quella striscia di pelle scoperta le sembrava la parte più esposta. *Il collare resta qui. Ti aspetta.* Le sue parole le bruciavano sulla gola più di qualsiasi legatura.

Una vuelta doppia. Il mondo che girava due volte mentre le corde mordevano e accarezzavano. Toccò terra con un colpo di tacco che risuonò come uno sparo, il petto che si alzava e si abbassava, il sudore che scivolava sotto le corde nascondendole ancora meglio.

Quando finalmente la musica rallentò per l’ultima figura, Anita era in un posto che non aveva nome. Non era più sul palco della tienda. Non era più a Siviglia. Era sospesa in quello spazio dove il piacere diventa preghiera e la tortura diventa grazia.

L’ultimo gesto. Hector la tenne piegata all’indietro, sostenendola, mentre la chitarra piangeva le ultime note.

In quella posizione impossibile, capovolta, Anita smise di pensare. Le corde la abbracciavano da ogni direzione, stringendo dove dovevano stringere, tirando dove dovevano tirare. Il nodo premeva con tutto il peso del suo corpo. Il gancio si era spostato, trovando un angolo nuovo, più profondo. E lei era lì, sospesa tra il palco e il cielo, tra il dolore e il piacere, tra la donna che tutti vedevano e quella che solo lui conosceva.

Hector la risollevò con un movimento fluido. La chitarra tacque. Per un istante, silenzio.

Poi l’applauso esplose.

Anita si inchinò accanto al suo maestro, il petto che si alzava e si abbassava, il sudore che le scivolava sotto le corde. Solo allora cercò Dario.

Lo trovò ancora seduto, il boccale appoggiato sul tavolo, le mani aperte sulle cosce. Non applaudiva. Ma sorrideva. Quel sorriso, l’angolo destro della bocca sollevato, gli occhi che bruciavano di qualcosa che lei riconosceva. Non era rabbia. Era fame trattenuta. Era un uomo che aveva appena guardato la sua donna farsi torturare davanti a tutti senza che nessuno lo sapesse, e che ora contava i minuti prima di poterla riprendere.

Il suo sguardo le scivolò addosso come una carezza. Come una promessa. Come un ordine silenzioso: Ti aspetto.

Hector accompagnò Anita nel retro, sostenendola “Pitufina, che hai? Le dita del maestro pizzicarono le corde “Cosa ti sta facendo quel *guiri*? Devo preoccuparmi?”

Il rossore del ballo mascherava quello dell’imbarazzo che avvampava ulteriormente le guance di Anita. Hector era il suo maestro, il suo mentore ma non avevano mai affrontato certi discorsi, anche se aveva sempre sentito la sua protezione verso i ballerini che provavano a fare gli stupidi o gli arroganti con lei.

“Hector, mi maetro, va tutto bene,” il sorriso che le si dipinse sul viso valeva mille parole “Va tutto bene, divinamente bene!”

Hector la osservò serio per una decina di secondi, quasi stesse scansionando il suo corpo e i suoi pensieri, poi le risponde con un sorriso “Pos mira, Pitufina, mi niña, allora non farlo aspettare troppo, e se avessi bisogno … “

“Lo so Hector, mi basta uno sguardo e tu scateneresti l’inferno per proteggermi.”

Lo abbraccia, lo bacia sulla guancia come una figlia e gli sussurra qualcosa che suggella il loro rapporto “Te quiero, maestro”

Anita fugge verso gli spogliatoi dove deve aspettare che si svuotino un po’ prima di potersi cambiare e correre da lui, dal suo… Non sapeva ancora come chiamarlo. Ma il suo corpo sì.

Lo trovò che l’aspettava al solito tavolo, due boccali di birra già pronti. Quando la vide arrivare non si alzò, non le andò incontro. Si limitò a guardarla con quegli occhi che la spogliavano meglio di qualsiasi mano.

Anita si fermò davanti a lui, le mani sui fianchi, il mento sollevato.

“Ti è piaciuto lo spettacolo?”

“Siediti.”

“Non mi hai risposto.”

Lui indicò la sua coscia con un cenno del capo. Quel gesto che ormai conosceva a memoria.

“Siediti. Poi ne parliamo.”

Anita non si mosse. L’eccitazione del ballo le pulsava ancora nelle vene, le corde che stringevano, il nodo che premeva, il gancio che non le dava tregua. Si sentiva elettrica, pericolosa, con quella voglia di sfidarlo che ogni tanto le saliva come febbre.

“E se non volessi?”

Gli occhi di lui si assottigliarono, uno sguardo che non nascondeva le fiamme dei demoni che vivevano lì dietro.

“Anita.”

Una sola parola. Il suo nome. Eppure, il tono, sussurrato come una frustata, diceva tutto: Non giocare con il fuoco, piccola. Non qui. Non ora.

Lei sorrise. Quel sorriso che sapeva essere irritante e irresistibile allo stesso tempo. Poi, con una lentezza studiata, sollevò appena la gonna e si sedette sulla sua coscia. Il lino leggero dei pantaloni era un piacere contro la pelle, ma non nascondeva niente di lui. Lo vide subito, duro, che deformava la stoffa puntando verso di lei.

“Non porti i boxer,” mormorò, portandosi un dito alle labbra, fingendo imbarazzo, mentre i suoi occhi raccontavano tutt’altra storia.

“Non stasera.”

“Perché?”

Lui non rispose. Si limitò a guardarla con un’espressione che diceva: Lo sai benissimo perché.

Anita rise, iniziando a muoversi. Micro-movimenti. Avanti e indietro. Giocava con la coscia per cercare il suo sesso, stuzzicarlo. Poi, non contenta, lasciò scivolare la mano sul suo inguine. Sentiva il suo cazzo reagire sotto le dita, gonfiarsi, pulsare contro la stoffa sottile che li separava. Lo accarezzò attraverso il lino, tracciando il contorno con una lentezza crudele.

Un muscolo scattò nella mascella di Dario. L’unico segno che stesse perdendo terreno.

“Bevi,” disse lui, porgendole il boccale. La voce era controllata, ma il respiro no.

Anita bevve un lungo sorso senza smettere di ondeggiare, senza smettere di accarezzarlo. La birra era fredda, amara, perfetta. Lui le appoggiò una mano sul fianco, ma non per fermarla. Per sentirla muoversi.

“Sai cosa mi ha fatto impazzire stasera?” disse lui, le labbra vicine al suo orecchio.

“Dimmi.”

“Guardarti ballare sapendo cosa avevi addosso. Guardarti sorridere al pubblico mentre le mie corde ti stringevano. Guardarti soffrire senza che nessuno sapesse.”

Anita sentì un nuovo fiotto di umori bagnarle le cosce, bagnare i suoi pantaloni.

“E tu?” chiese. “Hai sofferto anche tu?”

Lui mise la propria mano sopra quella di lei, guidandola ad avvolgere la sua erezione attraverso il tessuto.

“Cosa pensi?”

Era duro come pietra. Pulsava contro il suo palmo. Anita strinse appena e lo sentì trattenere il respiro, le dita che affondavano nel suo fianco.

“Penso,” disse lei con un sorriso da gatta, “che dovremmo andare via da qui.”

Dario la guardò per un lungo momento. Quegli occhi che bruciavano di tutto quello che le avrebbe fatto appena fossero stati soli. Poi annuì, finì la birra in un sorso e fece un cenno con la testa. Alzati.

Anita obbedì. Per una volta.

“Cammina davanti a me.”

“Perché?”

Lui si alzò, portandosi istintivamente le mani davanti all’inguine. Un gesto che non gli apparteneva, che tradiva quanto lei lo avesse destabilizzato. Si maledisse in silenzio. Cinquantatré anni, decenni di controllo, e quella donna lo riduceva a nascondersi come un ragazzino sorpreso con un’erezione in classe.

“Perché non voglio che mezza Siviglia veda in che stato mi hai ridotto,” ammise, e c’era qualcosa di nuovo nella sua voce. Non frustrazione. Quasi divertimento. Come se quella perdita di controllo, per una volta, non gli dispiacesse del tutto.

Anita rise, e quella risata aveva il sapore della vittoria. Poi iniziò a camminare, sentendo il suo sguardo bruciarle la schiena, sapendo che ogni passo la portava più vicina a quello che entrambi volevano.

La feria restò alle loro spalle. Le luci. Il rumore. La musica. Tutto svanì mentre si addentravano nelle strade buie, fianco a fianco, le mani che si sfioravano senza prendersi.

Restavano solo i loro passi sull’acciottolato e un silenzio che sapeva di promesse.