Capitolo 10 – Il Marchio Invisibile

10 nights oasis by Loui Jover

Dario aveva continuato ad accarezzare, scaldare, coccolare il corpo tremante di Anita. Aveva ascoltato ogni vibrazione e sussurro di quel corpo fino a sentirlo scivolare nel sonno, e poi era rimasto ancora lì, a guardarla, ad ascoltarla, a pensare. Poi aveva sentito la stanchezza prendere possesso di lui e, dopo essersi assicurato di avere puntato una sveglia prima delle sei, si era lasciato rapire da Morfeo abbracciato a lei.

Gli sembrava di avere appena chiuso gli occhi quando la sveglia lo riportò violentemente alla realtà. Solo in quel momento si rese conto di avere passato la notte abbracciato ad Anita, avvinghiato a lei. Poteva sentire l’impronta di quel corpo tra le sue braccia, contro il suo petto.

Sorrise, uscì lentamente dal letto, attento a non svegliarla, e raggiunse la cucina per preparare un caffè, qualcosa il più simile possibile a un caffè all’italiana.

Poi tornò in camera, si sedette sul bordo del letto e svegliò Anita.

Anita aveva sentito la sveglia suonare e si era preparata a quel distacco. Aveva passato gran parte della notte ad ascoltare quel corpo che copiava il suo: le braccia che la tenevano stretta, il respiro di lui, quel russare lieve che sembrava una nenia. Il suo odore.

Gli aveva concesso di liberarsi da lei, nonostante fosse quasi doloroso, fingendo di continuare a dormire. Poi aveva sentito il profumo del caffè anticipare il suo arrivo.

“Buongiorno, è ora di andare a lavorare.” La voce di Dario era la stessa della sera prima. Calma e avvolgente. Lei aprì gli occhi, lo guardò, sorrise, poi si appoggiò sul braccio sinistro per prendere la tazzina che lui le porgeva.

“Bevi con calma, ti aspetto giù, ti porto al B&B con la macchina” le disse, lasciandola sola in camera.

Quel gesto aveva un sapore di ordinario. Il risveglio, il caffè, la coccola mattutina. Per un istante la fantasia di Anita tentò di correre avanti, di immaginare dove potesse arrivare una cosa simile. Le bastò un respiro per trattenerla.

Bevve il caffè, uscì dal letto, vide i vestiti piegati sul comò e si rivestì mentre i flash della notte le riaffioravano alla mente in ordine sparso. Si sorprese a sorridere allo specchio.

Dario la aspettava di sotto. Il saluto, il bacio, aveva qualcosa di particolare: erano quasi imbarazzati, impacciati, come se quella soglia mattutina li rimettesse in un territorio diverso da tutto quello che erano stati in quei giorni. Poi salirono in macchina. Pochi minuti e arrivarono davanti al B&B. Dario scese, le aprì la portiera, e quando lei uscì la prese tra le braccia baciandola.

“Ci vediamo questa sera, solito posto, solita ora.” Le disse con il tono sicuro che le era familiare. Poi risalì in auto e si allontanò.

Il B&B si svegliava sempre allo stesso modo. Prima le tubature, un gorgoglio basso e lontano che percorreva le pareti come una conversazione privata della casa con sé stessa. Poi la luce, quella luce di maggio che entrava dalle veneziane e dipingeva strisce oblique sul pavimento della cucina.

Anita aprì il grosso frigorifero e stette un momento a guardare dentro senza cercare niente di preciso. L’aria fredda le accarezzò la faccia, le spalle, le braccia ancora calde del sonno di un altro. Poi iniziò.

I succhi prima. Arancia, pompelmo, ACE. Li portò fuori dal frigo, riempì le brocche e le allineò sul bancone con la precisione meccanica di chi ha fatto la stessa cosa centinaia di volte. Aprì l’armadio, tirò fuori i cestini del pane. Poi andò sul retro aprì la porta e raccolse la cesta con le brioches appena sfornate di Carlos che erano state consegnate da poco.

Lavorava, e nel lavorare non pensava, o almeno ci sperava.

Tirò fuori le torte. Una di Santiago, densa di mandorle e zucchero a velo, e la tarta de queso che Blanca aveva preparato il giorno prima. Le sistemò sulle alzatine, le coprì con il coperchio.

*Ci vediamo questa sera, solito posto, solita ora.*

Quelle parole le giravano in testa da quando era scesa dalla macchina. Le aveva dette con quella voce sicura, quella voce che non lasciava spazio a dubbi o domande, e lei era rimasta a guardare l’auto allontanarsi con la sensazione di essere ancora dentro qualcosa che non aveva un nome preciso.

Aprì il frigo dei latticini. Yogurt, formaggi, burro. Li sistemò su un vassoio. Andò in dispensa, prese i cereali, i muesli, i pacchetti di biscotti. Tornò, li aprì, li distribuì nelle ciotole. Ogni gesto era familiare. Ogni gesto era l’opposto di quello che aveva dentro.

Perché Anita sapeva fare i conti, e i conti erano semplici.

La Feria finiva domenica. Domenica sera i fuochi sul Guadalquivir, poi il silenzio che cala sempre troppo in fretta dopo i giorni di festa, quella specie di sbornia al contrario in cui la città rientra nei ranghi e i lampioni colorati diventano solo lampioni. Lunedì Dario prendeva un aereo e tornava a Milano, alla sua vita, a duemila chilometri dalla sua.

Lo sapeva da martedì sera. Lo sapeva da quando aveva visto come si muoveva, da quando aveva capito che tipo di uomo era. Gli uomini come Dario avevano un posto nel mondo, un posto preciso, e quel posto non era qui. Non era con lei.

Aprì il rubinetto, sciacquò le mani, le asciugò sull’asciugamano appeso al gancio vicino al lavello.

Il problema non era che sarebbe partito. Il problema era che Anita, in quattro giorni, aveva smesso di comportarsi come una donna che lo sapeva.

Aveva dormito tra le sue braccia. Aveva fatto una cosa stupida come dormire in quel modo per una notte intera, sentendo il suo peso nel letto, il suo respiro che si regolarizzava nel sonno, quel russare lieve che le aveva fatto venire voglia di sorridere nel buio come un’idiota. E la mattina, quando lui era andato in cucina a fare il caffè, lei aveva continuato a stare ferma con gli occhi chiusi a godersi l’impronta che lui aveva lasciato sul suo corpo, il calore residuo, l’odore.

Stupida. Stupida in modo completo e consapevole.

Tagliò il melone. I pezzi cadevano nel piatto con un suono sordo e umido. Lo sistemò in frigo, coperto.

Non si trattava di non volersi infatuare. Era troppo tardi per quel tipo di difesa. Si trattava di sapere quello che era: quattro giorni dentro una bolla di tempo rubato alla realtà, un regalo che la feria aveva fatto a entrambi, e i regali finiscono. Anita li aveva sempre saputi ricevere e poi lasciare andare, i regali. Aveva imparato prestissimo che stringerli troppo forte era il modo migliore per romperli.

Solito posto, solita ora.

Stasera. C’era ancora stasera. E domani. E forse dopodomani.

Si raddrizzò, si appoggiò al bancone con le braccia incrociate e rimase a guardare la cucina, le ciotole allineate, il buffet pronto, tutto al suo posto, tutto esattamente come doveva essere.

Fuori, nel corridoio, sentì i primi rumori. Una porta. Passi. Qualcuno che si svegliava.

Anita si staccò dal bancone, tirò fuori le tazzine, le allineò. Rimise la faccia che conosceva. Quella che sorrideva, quella che chiedeva come avevi dormito, quella che sapeva fare il suo lavoro.

Ma sotto quello strato, tranquilla e ferma come qualcosa che non ha fretta di esplodere, c’era l’altra. Quella che aveva passato la notte ad ascoltare il respiro di un uomo nel buio, e che non se ne era ancora andata.

Dario guidò verso ovest.

Lasciò Siviglia alle spalle con la stessa sensazione di chi esce da un cinema dopo un film lungo: gli occhi ancora pieni di immagini, il corpo in un posto ma la testa ancora dentro qualcosa che non era finito. La A-49 era quasi deserta a quell’ora. I cartelli segnavano la direzione di Huelva, la Costa de la Luz, il Parco di Doñana. Guidò senza pensare alla meta, o meglio, senza ammettersi che ce l’aveva.

Arrivò a Matalascañas poco dopo le sette.

Il paese era ancora addormentato. I chiringuitos chiusi, le sedie impilate fuori dai bar, qualche gatto che attraversava la strada senza fretta. Parcheggiò vicino all’accesso alla spiaggia, spense il motore, rimase un momento con le mani ancora sul volante.

Scese.

La spiaggia a maggio, di mattina presto, era un’altra cosa rispetto all’estate. Nessun ombrellone, nessun rumore umano, solo il vento che arrivava dall’Atlantico con quel sapore di sale e iodio che non ha equivalenti nel Mediterraneo. Un vento diretto, onesto, che non si scusava di essere freddo.

Camminò verso il mare. La sabbia era ancora umida dalla notte, compatta sotto i piedi, e lasciava l’impronta di ogni passo con una precisione quasi eccessiva. In fondo alla spiaggia, verso nord-ovest, si vedeva il Tapón: la Torre de la Higuera, quello che restava di una torre di vedetta del Cinquecento, inghiottita a metà dal mare dopo il terremoto di Lisbona e rimasta lì per tre secoli, monolite scuro che spuntava dall’acqua come una domanda senza risposta.

Si tolse le scarpe, annodò assieme i lacci e se le mise al collo. Fece qualche passo verso la torre.

Dario la guardò per un po’. Poi abbassò lo sguardo sull’acqua fredda che accarezzava i cisuoi piedi.

Quattro giorni.

Aveva passato quattro giorni con una donna che non aveva ancora sentito venire. Questo era il fatto nudo, il dato tecnico, il numero. E il fatto nudo era che non ci aveva quasi pensato. Non nel modo in cui di solito ci pensava, con quella tensione narrativa del domani, quella costruzione paziente del momento in cui il controllo si sfilaccia e il piacere che ha accumulato si rovescia tutto insieme. Ci aveva pensato, sì, ma come si pensa a un capitolo che verrà, non come si pensa a una cosa che manca.

Quello era strano.

Con Anita non mancava niente. Ogni serata era completa in sé, ogni sequenza aveva il suo peso specifico, la sua densità. Come se lei avesse il dono di rendere il presente l’unico posto dove valesse la pena stare.

Camminò lungo la riva. L’acqua gli arrivava quasi alle caviglie a ogni onda, si ritirava, tornava. Aveva lasciato la giacca in macchina. Il vento atlantico gli tirava la camicia, gli scompigliava i capelli brizzolati. Se li rimise a posto con una mano, gesto inutile.

Il problema era semplice, e i problemi semplici erano i più difficili da guardare in faccia.

Lunedì prendeva un aereo. Nel pomeriggio era a Milano, e Siviglia sarebbe già diventata una di quelle cose che si ricordano con una specie di dolore sordo, non abbastanza forte da essere definito dolore, abbastanza persistente da non andare via. Conosceva quel tipo di ricordi. Ne aveva qualcuno, piantati in punti precisi della memoria come spine che non fanno abbastanza male da togliere.

Ma questo era diverso.

Con le altre aveva sempre saputo esattamente cosa stava facendo. Costruiva, demoliva, ripartiva. Il perimetro era chiaro. Con Anita il perimetro si era dissolto da solo, senza che lui se ne accorgesse, e adesso stava camminando su una spiaggia deserta alle sette di mattina cercando di capire dove cominciava il gioco e dove finiva qualcos’altro.

Si fermò. Guardò il Tapón, quella torre semisommersa, quella rovina che aveva smesso di essere rovina ed era diventata un punto di riferimento, qualcosa che i pescatori e i turisti usavano per orientarsi. Il terremoto l’aveva capovolta nell’oceano e il tempo l’aveva trasformata in qualcosa di diverso da quello che era. Forse non peggio. Solo diverso.

Non era il tipo di uomo che si raccontava storie romantiche. Non a cinquantatré anni, non dopo quello che sapeva di sé stesso. Sapeva cosa era capace di dare e cosa no. Sapeva la distanza. Sapeva che Milano e Siviglia erano duemila chilometri di aerei, calendari che non si incastrano mai nel modo giusto. Sapeva tutte queste cose.

Sapeva anche come l’aveva guardata stanotte, quando dormiva.

Perse il senso del tempo, camminando avanti e indietro, passando infinite volte davanti alla torre. Intanto la spiaggia si svegliava: una coppia con un labrador, un vecchio con il metal detector che rastrellava la riva bassa, due ragazze in tuta da corsa che passarono senza guardarlo. Dario camminava con la mente in un mondo tutto suo, le mani in tasca, i pensieri che giravano sullo stesso punto come l’acqua sopra uno scarico.

Solito posto, solita ora.

L’aveva detto con quella voce sicura. La voce che usava quando sapeva quello che voleva. E in quel momento lo sapeva davvero, o almeno credeva di saperlo.

Adesso non era più così sicuro di cosa stesse dicendo.

Verso le undici si fermò davanti al primo chiringuito che aveva aperto, una baracca di legno con quattro tavoli fuori e un cartello scritto a mano. Ordinò gambas e una birra. Poi un’altra birra. Poi, quasi per riempire il tempo più che per fame, chiese una mezza razione di carne al sale e un bicchiere di manzanilla. Il cameriere, un ragazzo sulla ventina con la faccia bruciata dal sole, non commentò. Portò tutto senza fare domande, come si fa con le persone che hanno l’aria di avere bisogno di stare in pace con i propri errori.

Dario mangiò lentamente, guardando il mare. La manzanilla era secca e fredda e sapeva di Andalusia, di quella cosa che succede quando un posto ti entra dentro senza chiedere permesso. Ordinò un altro bicchiere. Il ragazzo glielo portò con una seconda palada di gambas che non aveva chiesto. Dario non protestò.

Dopo pranzo tornò sulla spiaggia con l’ultimo bicchiere in mano, trovò un tratto di sabbia asciutta lontano dalla riva, ammonticchiò della sabbia, per farne un cuscino. Si sdraiò. Il sole di maggio non aveva ancora la ferocia dell’estate, ma aveva abbastanza calore da scaldare il viso, da far pesare le palpebre.

Si disse che avrebbe chiuso gli occhi cinque minuti.

Quando li riaprì il sole era spostato e la spiaggia aveva un altro aspetto, più affollata, più rumorosa. Un bambino gli stava girando intorno con la curiosità metodica dei bambini davanti alle cose incomprensibili.

Dario guardò l’orologio. Imprecò, in italiano, cosa che faceva raramente.

Si alzò di scatto, scosse la sabbia dai vestiti come poté. Ne rimase parecchia, nei capelli, sul collo, dentro il colletto della camicia. Camminò veloce verso il parcheggio, quasi di corsa senza volerlo ammettere a sé stesso. Mise in moto, uscì dal parcheggio, prese la A-49 verso Siviglia con il piede più pesante del solito.

L’aria atlantica entrava ancora dai finestrini abbassati, salata e sferzante, senza scuse.

Si guardò nello specchio e rise, notando che sabbia, vento e salsedine avevano lavorato come hair stylist di fama per creare un nuovo look. Anche se ai suoi occhi gli sembrava di assomigliare ad un super saiyan.

C’era stato un momento nel pomeriggio in cui lui sembrava sparito. Anita aveva iniziato ad agitarsi, preoccuparsi, immaginare di avere fatto qualcosa di sbagliato, di non essere all’altezza. Aveva esaurito i suoi compiti al B&B, senza fretta, allungando ogni tempo, era salita in camera, continuando a controllare quel maledetto cellulare ogni troppo spesso.

Si era trascinata per le scale che la portavano alla sua camera, cercando di perdere tempo, o forse di guadagnarlo, mentre i pensieri iniziavano a litigare tra di loro, immaginando scenari positivi e negativi. Poi il telefono aveva vibrato ed emesso quel suono unico che identificava i suoi messaggi.

Il cuore cambiò il ritmo, il respiro si annullò. Con mano tremante aprì la porta, cercando con urgenza l’intimità della sua camera. Toccò lo schermo immaginando di sfiorare la sua pelle. Poi lesse “Dove sei? Cosa fai?” Si appoggiò con la schiena al duro legno della porta mentre digitava “Sono appena entrata in camera mia – il pollice si fermò ad un nulla dal toccare invio, poi le dita aggiunsero una sola parola – Padrone. Solo allora Anita inviò il messaggio restando ansimante contro la porta ad aspettare la risposta.

Mentre aspettava la risposta, chiuse gli occhi, appoggiò la schiena contro la porta chiusa e ascoltò il suo corpo. Raccontava più cose di quelle che lei era disposta ad ammettere. Inconsciamente realizzò quanto fosse in attesa di conoscere cosa lui desiderasse, come ogni cellula della sua mente e del suo corpo fosse in attesa solo di soddisfare ogni suo desiderio o fantasia.

“Spogliati!”

Una sola parola che le arrivava come una frustata sulla pelle.

“Nuda come un verme!”

Le parole che seguirono semplicemente chiarivano cosa lui desiderasse.

“Poi mandami una foto!”

Non era la prima volta che mandava foto di sé nuda o di sue parti intime a qualcuno, ma quello che sentiva adesso era diverso. La donna forte che tutti conoscevano cedette, come cede un nodo ben fatto quando il tirante trova il punto giusto.

Uno dopo l’altro i vestiti caddero a terra senza che si muovesse dal punto in cui aveva letto il primo messaggio.

Poi si mosse verso il letto, aprì il cassetto del comodino. Prese il collare viola, lo cinse al collo e lo allacciò abbastanza stretto da poter immaginare la sua mano che le afferrava la gola. Non era un gesto automatico, non ancora. Ogni volta aveva ancora quel peso preciso, quella frazione di secondo in cui sentiva di scegliere, di consegnarsi. Poi tirò fuori le mollette. Le applicò lentamente, una per capezzolo, lasciando che il morso si assestasse prima di togliere le dita. Poi il plug, quello medio, quello che conosceva meglio. Si inginocchiò sul bordo del letto, il respiro che cambiava ritmo, mentre quell’oggetto colmava una parte mancante di lei.

Quando fu pronta andò davanti allo specchio.

Prima foto: in piedi, di fronte, mani dietro la schiena, petto in fuori, offrendo i seni al suo padrone. Sguardo in camera, non abbassato. Il collare viola al collo, le mollette ai capezzoli, il corpo offerto e fermo. Non era una foto sexy nel senso in cui lo intendono gli altri. Era una foto vera.

Seconda foto: in ginocchio sul pavimento davanti allo specchio, schiena dritta, mani sulle cosce aperte, testa appena china. La posizione nadu, quella che il suo corpo ormai conosceva senza doverci pensare. Scattò tenendo il telefono basso, all’altezza del suo sguardo abbassato.

Terza foto: di schiena, piegata in avanti, le mani che allargavano le natiche, mostrando il plug, l’offerta completa, niente nascosto. Il collare visibile nel riflesso obliquo dello specchio. Lui era già dentro di lei in tutti i modi che contavano, nella mente, sotto la pelle, prima ancora di toccarla.

Attese le spunte blu. Non sapeva dove fosse né cosa stesse facendo, ma in quel momento non aveva importanza. Lui era lì, nel peso del collare al collo, nel morso delle mollette, nella presenza silenziosa del plug. Era lì nel modo in cui le aveva insegnato a inginocchiarsi, a stare ferma, a offrire invece di chiedere.

Le spunte blu comparvero tutte insieme.

Poi, dopo qualche secondo, un solo messaggio.

*Brava*.

Anita fremeva mentre vedeva su Telegram che lui stava scrivendo. Attendeva con ansia le prossime istruzioni.

“Resta in posizione nadu e accarezza il tuo clitoride. Ti ordino di avvicinarti per tre volte più che puoi all’orgasmo senza venire. Voglio che filmi tutto. Voglio vederti e sentire i tuoi gemiti.”

Leggere quelle parole l’aveva messa in quello stato particolare che ormai conosceva bene: eccitazione e obbedienza che si mescolavano fino a diventare la stessa cosa.

Aveva preso il telefono, lo aveva appoggiato davanti a lei controllando l’inquadratura. Aveva fatto partire la videochiamata e quando lui aveva risposto, senza dire niente, solo guardando, Anita aveva iniziato.

Lentamente, cercando di ricordare come lo faceva lui, replicando in parte quei movimenti e aggiungendo quello che sentiva di volere in quel momento. Arrivò vicino al limite più velocemente di quanto immaginasse e dovette fermarsi, respirare, aspettare che l’onda passasse. Le dita allargavano le labbra offrendo una visione che in pochi avevano avuto, poi riprendevano, portandola vicino per la seconda volta.

Si fermò ancora. Cercò di riprendere il controllo. Poi zumò sull’inquadratura, sulle sue dita che lavoravano precise, che cercavano di avvicinarsi oltre ma tornavano sempre a fare solo quello che lui aveva ordinato. Spalancò le labbra, esponendo il clitoride, e iniziò a stimolarlo con movimenti rapidi e precisi fino ad arrivarci così vicino che si accartocciò su se stessa per contrastare l’urgenza di cedere.

Dario non disse niente durante tutto il tempo. Guardava. Quello bastava.

Le concesse il tempo di tornare nel mondo reale, poi la sua voce arrivò direttamente dalla videochiamata, profonda e deliberata.

“Vai in doccia. Trova una posizione per pisciarti addosso, in faccia. Voglio che lo fai mentre ci facciamo una videochiamata, voglio godermi lo spettacolo dal vivo.”

L’ordine era nuovo. Anita rimase ferma qualche secondo, il telefono in mano, lasciando che l’idea si depositasse. Poi le dita risposero prima della testa, mentre imbarazzo ed eccitazione si mescolavano.

“Va bene.”

Si alzò con le gambe che tremavano e raggiunse il bagno. Osservò la doccia per qualche secondo mentre una parte della sua mente cercava la soluzione pratica.

Nella sua mente non esisteva la possibilità di rifiutarsi, contestare, lamentarsi. L’unico pensiero era come poter soddisfare le sue richieste e i suoi desideri. Era entrata in bagno e aveva guardato con attenzione la grande doccia. Avrebbe dovuto sdraiarsi sul piatto della doccia, alzando le gambe e portando le ginocchia aperte verso la testa. Se fosse riuscita ad appoggiare il sedere contro una delle pareti sarebbe stata più comoda. Per il telefono aveva pensato di usare uno sgabello che aveva trovato lì in bagno.

Una volta trovato il modo di tenere in posizione il telefono ed essere sicura che inquadrasse esattamente quello che voleva, sentì quell’emozione particolare farle vibrare la parte bassa del ventre. Il bisogno di urinare iniziava a cambiare, spingere, pulsare. Lo schermo era ancora acceso, la videochiamata aperta, parti del suo corpo nudo venivano inquadrate casualmente, potenzialmente mostrandola a chiunque fosse passato vicino all’auto. Dario era fermo da qualche parte, forse in un’area di servizio. Anche da lontano i suoi occhi sembravano riuscire a scivolare sotto la sua pelle, facendola sentire ancora più nuda.

“Sei pronta?”

Non le aveva concesso la possibilità per uscire da quella situazione di pressione.

“Sì, vorrei solo essere sicura che l’inquadratura la soddisfi, Padrone.”

Quella parola, detta ad alta voce invece che scritta, aveva un peso diverso. Uscita dalla gola aveva attraversato l’aria, era arrivata fino a lui attraverso il microfono, e non poteva essere ripresa. Era reale in un modo che i messaggi non erano.

“Se dovesse esserci qualcosa che non va, ti fermerò per tempo. Ora mettiti in posizione.”

Era la prima volta che faceva una cosa del genere, irrorarsi con la propria pioggia dorata, con l’aggiunta che era online con lui. Con trepidazione era entrata nella doccia, si era messa in posizione più o meno come aveva studiato. Per come si vedeva, dal suo punto di vista, era esposta e aperta come mai prima.

“Sono pronta, se per lei va bene.”

Dalla sua posizione non poteva vederlo ma lo immaginava, quei suoi occhi penetranti che la osservavano dall’altro capo dello schermo, che la attraversavano come se la distanza non esistesse.

“Inizia.”

Il tono della voce di Dario aveva un potere totale sul suo corpo. Senza nemmeno doverlo pensare, la propria vescica aveva obbedito al suo comando e uno zampillo caldo era sgorgato tra le sue cosce. Aveva colpito per prima cosa la pancia, i seni, poi lei aveva cambiato leggermente posizione e finalmente il getto le era arrivato sul viso, come da lui richiesto.

“Brava. Ora apri la bocca.”

Un’esitazione. Non lunga, ma reale. Qualcosa dentro di lei che valutava, che misurava fino a dove arrivava l’obbedienza. Poi i muscoli avevano risposto, la bocca si era spalancata, e lei aveva capito che il confine era già oltre, che lo aveva attraversato senza accorgersene, e che non le dispiaceva.

Ci volle qualche minuto prima che il getto si esaurisse del tutto. Le gocce colavano lungo il viso, il collo, il petto. Sentiva il proprio odore, caldo e intimo, e immaginava quello di lui. Lentamente si girò cercandolo con lo sguardo dentro lo schermo del telefono.

Il sorriso appena disegnato sulle sue labbra era parte della sua ricompensa.

“Brava, ottimo lavoro, era proprio quello che volevo.” Una piccola pausa, poi il sorriso cambiò leggermente, diventando quello che lei aveva imparato essere il prologo di qualcos’altro. “Ora preparati per andare alla fiera. Ma niente doccia.”

Le concesse il tempo di recepire completamente l’ordine, poi aggiunse: “Ti vengo a prendere alla solita ora.” Il sorriso beffardo rimase dipinto sul suo viso. “Buon lavoro. Ci vediamo dopo.”

E chiuse la videochiamata.

Rimase fermo così per qualche minuto, lo schermo spento in mano. Il cuore martellava ancora, non solo nel petto, anche nei pantaloni, dove l’erezione era quasi dolorosa. Abbassò la zip e infilò dentro la mano, accarezzandosi mentre rivedeva la scena con gli occhi chiusi e immaginava di aggiungere il proprio zampillo a quello di Anita. Immaginava di colpirla tra le cosce, sul viso, centrando la bocca aperta. Grugnì e cercò di riprendere il controllo facendo lunghi respiri. Sfilò la mano, richiuse i pantaloni e si osservò attorno. Sembrava nessuno avesse avuto interesse nei suoi confronti. Accese il motore e riprese la marcia verso Siviglia, ma pochi metri dopo inchiodò di nuovo la macchina. Prese il telefono e digitò velocemente: “Prima di uscire, fai una bella pallina con della stagnola e posizionala dentro gli slip, sopra la clitoride.”

Il sorriso malizioso era tornato a farsi vedere con decisione, spostò la leva del cambio su D e partì quasi sgommando.

Anita stava ancora cercando di riprendere il controllo del suo corpo e delle sue emozioni. L’ordine di non potersi fare la doccia la metteva particolarmente in imbarazzo. Se fosse dovuta semplicemente andare a letto, non sarebbe stato un particolare problema. La difficoltà sarebbe stata quella di dover ballare con delle persone e il sudore, probabilmente, avrebbe riacceso l’odore di piscio sulla sua pelle.

Mentre era lì a cercare di trovare una soluzione, sentì il telefono cinguettare. Non aveva dubbi da chi provenisse il messaggio. Letto il nuovo ordine le scappò una imprecazione. Si sentiva veramente al limite, ma sapeva anche che oramai era sabato e che domani … Sospirò, pensando a domani, alla promessa che lui le aveva fatto e questo le diede la forza di proseguire. Si inondò di deodorante e profumo, infilò dell’intimo violetto e spalancò l’armadio alla ricerca di qualcosa da mettere. Non si trattava più solo di mettere un vestito per andare da qualche parte. Si trattava di mettere un vestito che fosse stimolante per lui, che rispettasse la regola base di essere sempre accessibile. La scelta cadde su una ampia gonna a ruota, tipica Sivigliana, pervinca, uno dei suoi colori preferiti, che abbinò velocemente con una camicetta semplice e lineare nera. Si truccò velocemente, infilò le sue amate scarpe viola e scese in cucina.

Jimena e Blanca stavano spadellando e sorrisero vedendola entrare radiosa. Iniziarono il solito scambio di battute e frecciatine, mentre Anita, facendo finta fosse cosa normale, prese il rotolo di stagnola, ne strappò un bel pezzo e lo trasformò in una pallina senza smettere di parlare con le amiche. Le salutò calorosamente e una volta in corridoio, giusto prima di aprire la porta, sollevò la grande gonna e posizionò la pallina dove le era stato ordinato.

Fin dai primi passi si rese conto di quanto sarebbe stato fetente quello scherzetto. Imprecò nuovamente, augurando a Dario la comparsa di brufoli in punti fastidiosi, mentre accelerava il passo in direzione della feria per non arrivare in ritardo.

Anita arrivò alla tienda con qualche minuto di anticipo. Salutò i musicisti, scambiò due parole con Carmen che stava già scaldando le mani sul palco, poi si infilò nello spogliatoio sul retro.

Era un posto stretto, una stanza che aveva visto passare generazioni di bailaoras: appendiabiti carichi di vestiti, profumo di sudore e deodoranti economici nell’aria, uno specchio lungo tutta la parete con le luci che lo bordavano. Alcune ragazze erano già lì, in vari stadi di cambio.

Anita aprì il suo armadietto, tirò fuori il vestito da ballo. Viola e pieno di particolari scelti litigando con la sarta.

Si girò verso la parete per cambiarsi, gesto automatico per chi divide spogliatoi da trent’anni. Abbassò la gonna pervinca, rimase un secondo in slip e camicetta. La pallina era ancora al suo posto, fedele e fastidiosa. Slacciò la camicetta, la ripiegò. Indossò il vestito, aggiustò le spalline, controllò le balze.

Si girò verso lo specchio.

Si vide. Si vide davvero, per la prima volta da ore: i capelli sistemati, il vestito che conosceva ogni curva del suo corpo, le guance ancora leggermente accese. Nessuno avrebbe potuto dire cosa aveva fatto nel pomeriggio. Nessuno avrebbe potuto immaginarlo.

Questo la fece sorridere, quasi suo malgrado.

Infilò le scarpe da ballo, salutò Carmen che le sorrise, un sorriso curioso che cercava di capire cosa Anita celasse, e uscì nella tienda.

La musica era già partita. Le luci colorate, il rumore delle voci, il profumo del rebujito e delle tapas, quella febbre particolare dell’ultima sera di feria che rendeva tutto più luminoso e più malinconico allo stesso tempo. Anita prese un bicchiere, salutò qualcuno, sorrise a qualcun altro.

Lui non c’era ancora.

Ballò una sevillana con Rodrigo, il fratello di Carmen, che non capiva mai quando era il momento di tenere le mani per sé. Si mosse con quella precisione automatica che aveva nel corpo da quarant’anni, i piedi che conoscevano i passi meglio della testa. Ma ad ogni movimento la pallina ricordava. Ad ogni passo, ad ogni girata, ad ogni battuta di tacco sul pavimento. Lui era lì, nel fastidio preciso e costante, nel ricordo di quello che aveva fatto nel pomeriggio, nell’odore che sentiva solo lei e che la rendeva consapevole del proprio corpo in modo quasi insopportabile.

Finì la sevillana, ringraziò Rodrigo con un sorriso che non invitava a niente, riprese il bicchiere.

Poi lo sentì.

Prima ancora di cercarlo con gli occhi, qualcosa cambiò nell’aria della tienda, una pressione sottile, come quando una nuvola passa davanti al sole e la luce cambia senza che nessuno l’abbia decisa. Continuò a ballare, i piedi che conoscevano i passi meglio della testa, ma una parte di lei aveva già smesso di essere lì.

Lo trovò con lo sguardo senza cercarlo.

Era in piedi vicino all’ingresso, la giacca su un braccio, i capelli ancora leggermente disordinati. Non la cercava. La guardava già, come se sapesse esattamente dove trovarla, come se non avesse mai avuto dubbi. Con quella calma che non era mai vera calma ma qualcosa che ci assomigliava abbastanza da ingannare chiunque non lo conoscesse.

Salutò il ballerino con un sorriso e due parole, il gesto automatico di chi ha fatto la stessa cosa centinaia di volte. Poi si mosse verso di lui.

Dario, nel frattempo, aveva trovato un tavolino in prima fila e due birre fredde. Era seduto, la schiena dritta, il bicchiere in mano, come uno che non ha fretta perché sa già come va a finire.

Anita si avvicinò, prese la birra senza dire niente.

Si guardarono, attraverso i bicchieri, attraverso i pensieri che entrambi avevano.

Poi la mano di Dario fece un semplice gesto sulla propria coscia, come la prima sera e Anita sentì le farfalle, anzi uno stormo di aquile, agitarsi nello stomaco, mentre ubbidiva.

Il vestito viola si aprì mentre lei eseguiva l’ordine. Subito dopo, la pallina di stagnola fece sentire violentemente la sua presenza mentre iniziava a strusciarsi, dondolarsi contro la sua coscia, i suoi pantaloni. In quel momento tutta la gente alla tienda era come se non esistesse. Le uniche cose che contavano erano i suoi occhi, come la guardava, la sua coscia, la pallina, la sua figa che era in uno stato osceno da giorni e … la sua vescica che per colpa di quella birra ricominciava a pulsare e farsi sentire.

Lui posò il bicchiere sul tavolino. La mano scese sul fianco di lei, ferma. Poi la tirò verso di sé, lentamente, finché non fu vicina quanto lui voleva.

Abbassò la testa verso il suo collo, mentre una mano si infilava tra i capelli, la obbligava ad offrire la sua pelle. Annusò. Lento, deliberato, come un cane da caccia che segue una traccia precisa. Poi si spostò verso l’incavo tra il collo e la spalla, poi ancora più giù, verso lo scollo della camicetta.

Anita capì immediatamente cosa stesse cercando. Il sangue le salì al viso in un’ondata sola.

Era umiliante. Era eccitante. Era entrambe le cose nello stesso respiro, e non riusciva a separare l’una dall’altra. Si sentiva esposta in un modo completamente diverso dalla nudità, esposta nel profondo, in qualcosa che non si sceglie e non si controlla. Il suo odore. Quello che aveva fatto nel pomeriggio. Quello che lui le aveva ordinato di fare e che lei portava ancora addosso.

Lui si raddrizzò. La guardò. Quel mezzo sorriso.

Anita non disse niente. Non abbassò gli occhi.

“Vai a cambiarti,” disse lui sottovoce. “Ti aspetto qui.”

“Dove mi porti?” La domanda le uscì quasi involontariamente.

“Vai a cambiarti.” Ripeté, con voce più calma, tono più profondo. L’effetto fu peggiore di un ordine urlato.

Anita andò, sentendo il suo sguardo addosso, che osservava ogni cosa, come camminava, come si muoveva il suo corpo, come appoggiava i piedi. Ogni cosa.

Nello spogliatoio si mosse in fretta. Tolse il vestito da ballo. Rimase un secondo ferma con la gonna pervinca in mano e prese una decisione. L’intimo lo infilò nella borsa. Niente. Solo la gonna, la camicetta, le scarpe e il fiore di Jacaranda tra i capelli. Voleva essere pronta a qualsiasi cosa lui decidesse, senza indugi, senza ostacoli. Era una scelta silenziosa, tutta sua, che nessuno le aveva ordinato. Questo, stranamente, la eccitò più di tutto il resto.

Quando uscì lui era nello stesso posto e nella stessa posizione di quando lo aveva lasciato. Gli occhi si strinsero mentre la guardava arrivare dall’altra parte della tienda, attraverso la folla e le luci colorate. Per un istante ebbe l’impressione che stesse arrivando Esmeralda de “Il gobbo di Notre Dame”, ma il suo modo di camminare e muoversi era molto più sensuale di quello che gli autori del cartone avrebbero potuto permettersi.

Si alzò quando lei era a due passi da lui. Si avvicinò, le parlò sottovoce, vicino all’orecchio, nella ressa della tienda dove nessuno poteva sentire.

“Vedo che hai capito cosa significa essere sempre pronta. Sempre disponibile.” Una pausa, la voce ancora più bassa. “Sono soddisfatto di te.”

Anita sentì quelle parole atterrare esattamente dove lui voleva. Il sorriso che le salì sulle labbra era involontario e compiaciuto, quello di chi ha fatto la cosa giusta e lo sa. E tra le cosce qualcosa rispose da solo, caldo e immediato, come se il corpo avesse già capito che la serata era appena iniziata.

Poi si raddrizzò, le offrì il braccio.

“Andiamo.”

Questa volta Anita non chiese dove. Si aggrappò al suo braccio e lo seguì.