Capitolo 07 – I Vicoli del Desiderio

07 Arcadia by Loui Jover

Camminava dietro di lei, con gli occhi che non si staccavano da quel corpo voluttuoso, mentre le mani cercavano di trattenere il suo desiderio che gli voleva esplodere nei pantaloni, che non vedeva l’ora di farle assaggiare in ogni modo che le sue fantasie avevano elaborato mentre ballava.

Appena fuori dall’area della fiera, Dario iniziò a perlustrare con lo sguardo l’ambiente circostante per trovare un posto che poteva essere idoneo. Improvvisamente afferrò Anita trascinandola in un vicolo, dietro un cassonetto, forzandola, facilmente, ad inginocchiarsi mentre con l’altra mano abbassava i pantaloni.

Anita rimase sorpresa solo per pochi secondi, il tempo di capire cosa stesse succedendo, di pensare di avere capito cosa avesse in mente.

Prima ancora che le sue ginocchia toccassero terra, aprì la bocca per accogliere, per dichiarare quanto desiderasse che lui le scopasse la bocca.

In realtà, non solo la bocca.

Sentì le mani di Dario che le afferravano la testa, la sua nerchia che si infilava tra le labbra, nella sua bocca. Timidamente, le sue mani accarezzavano le sue gambe, cosce, salivano verso le sue natiche con il solo desiderio di afferrargliele per guidarlo ad affondare di più nella sua bocca, nella sua gola. Forzarla come mai nessuno prima aveva fatto, nessuno aveva mai potuto pensare di farlo.

Anita si ritrovò con la schiena premuta contro il muro, la testa bloccata dalla sua mano tra i capelli. Ma soprattutto con tutta la sua minchia in bocca fino alla gola. Aveva l’impressione che fosse più grande, più grosso, più voglioso. Più…

Chiuse gli occhi, socchiuse le labbra, mentre le mani si aggrappavano alle sue cosce, sognando di infilarle tra le proprie, e desiderò unicamente di sentirlo eruttare, godere nella sua bocca. Sentiva il suo sapore, il gusto che usciva dal cazzo poco prima di sborrare. Sentì il mondo restringersi a quel punto esatto dove il suo corpo gridava di essere sfiorato e, quando già stava per pregustare il fiotto caldo in bocca, lo sentì uscire e dire: “Andiamo!”

Il tono era quello di un ordine, non era discutibile.

Con tutto il corpo che tremava di desiderio, si alzò. Le gambe erano insicure come quelle di un cerbiatto appena partorito.

Le mani di Dario le sfiorarono il collo. Quel punto che per tutta la sera era rimasto nudo, esposto, sbagliato. Anita trattenne il fiato.

Sentì il cuoio prima di vederlo. Fresco contro la pelle accaldata, familiare come un abbraccio atteso troppo a lungo. Il peso che le circondava la gola, quella pressione leggera che le ricordava a ogni respiro a chi appartenesse.

“Il collare non vedeva l’ora di tornare al suo posto,” disse lui, la voce bassa, mentre le dita lavoravano sulla fibbia.

Anita chiuse gli occhi. Durante tutto il ballo aveva sentito quel vuoto sul collo come una ferita aperta. Aveva ballato con Hector, aveva sorriso al pubblico, aveva finto di essere normale. Ma una parte di lei continuava a cercare quel peso, quella stretta, quel marchio che diceva al mondo: sono sua.

La fibbia scattò. Il suono del metallo che si chiudeva le vibrò nella spina dorsale, scese fino al ventre, fino a quel punto tra le cosce che non smetteva mai di pulsare per lui.

Aprì gli occhi. Lui la guardava con quello sguardo che le faceva sentire di essere vista tutta, anche le parti che lei stessa non conosceva.

Poi un click la spinse a un livello diverso: il guinzaglio. Ma questa volta non erano nella villetta, erano per le strade di Siviglia. Dario le sorrise pochi istanti prima di iniziare a camminare, tirandola con sé.

Anita lo seguiva in trance. Non c’era altro modo di definirla. La sua mente si spostò di livello, scivolò in un universo parallelo dove esistevano solo due cose: il guinzaglio che la tirava e l’uomo che lo teneva.

Siviglia le scorreva attorno come un fiume. Voci, risate, musica lontana dalla feria. Qualcuno le passò vicino, così vicino che avrebbe potuto sfiorarla. Anita non alzò lo sguardo. Non le importava. Non le importava di niente tranne di quel tintinnio metallico a ogni passo, del collare che le stringeva la gola, del guinzaglio che la guidava come un animale sottomesso.

Ora era lei che seguiva lui. Docile e vogliosa. Lui non si preoccupava più di nascondere l’erezione che gli deformava i pantaloni, anzi, camminava con l’orgoglio di chi esibisce un trofeo.

Lo seguì senza sapere dove stessero andando. Le strade si assomigliavano tutte, i vicoli si moltiplicavano, la città era diventata un labirinto senza uscita e senza senso. Non le importava. L’unica direzione che contava era quella del guinzaglio.

Poi, senza preavviso, uno spintone. Un altro vicolo, semibuio. Le mani di Dario la girarono faccia al muro. Sentì la gonna del vestito alzarsi, l’aria fresca sul culo scoperto. Il gancio che si sfilava, quel metallo freddo che le stappava il buco lasciandola vuota, spalancata.

Prima che potesse capire cosa lui avesse in mente, qualcosa di caldo la riempì. Non il gancio. Lui. Il suo cazzo che scivolava dentro quel buco che il metallo aveva preparato per ore, che affondava nella carne morbida e arresa.

Non era mai stata una che dava importanza alla sodomia. Gli uomini glielo avevano chiesto, certo. Alcuni avevano insistito. Lei aveva concesso, ogni tanto, più per accontentarli che per sé stessa. Un buco come un altro, pensava. Qualcosa da offrire quando il resto non bastava più.

Ma questo. Questo era diverso.

Forse era il gancio che l’aveva preparata per ore, tenendola aperta, ricordandole a ogni passo che quel buco non era più solo suo. Forse era il vicolo, l’idea che qualcuno potesse passare e vederla così, la faccia premuta contro il muro, la gonna alzata, lui che le affondava nel culo. Forse era semplicemente lui, il modo in cui la prendeva senza chiedere, senza scusarsi, come se quel buco gli appartenesse quanto il resto del suo corpo.

Lui entrò. Lento. Poi uscì, del tutto, lasciandola vuota, spalancata, a supplicare con il corpo quello che la bocca non osava chiedere.

Riaffondò. Più a fondo questa volta. Anita gemette contro il muro, le unghie che graffiavano la pietra.

Di nuovo fuori. Di nuovo dentro. Ogni volta il suo culo lo accoglieva più facilmente, si apriva di più, lo accettava con una fame che lei non sapeva di avere. Era come se quella parte di lei, ignorata per anni, ora si fosse svegliata e volesse recuperare tutto il tempo perduto.

“Senti come ti apri per me?” La voce di Dario era un ringhio contro il suo orecchio, il fiato corto, il controllo che si sfilacciava. “Come mi risucchi?”

Spinse più forte. Più a fondo. Le palle che sbattevano contro la sua fica fradicia con uno schiocco osceno.

E Anita rispose. Con parole che non erano sue, che venivano da un posto che non conosceva, da quella creatura primitiva che lui aveva liberato dalle catene.

“Sì… scopami … sfondami… sfondami il culo…”

Le unghie si aggrapparono al muro, cercando un appiglio.

La voce era irriconoscibile. Rauca, spezzata, animalesca. Una voce da puttana, da cagna in calore, da qualcosa che non aveva nome.

Le parole uscivano da sole, senza filtri, senza vergogna. La Anita che conosceva, quella che si era sempre trattenuta, che aveva sempre controllato, era scomparsa. Al suo posto c’era solo carne che voleva essere riempita, che supplicava di essere usata.

“Di più… ti prego… più forte… voglio sentirti tutto…”

Poi le parole le soffocarono in gola.

Dario ringhiò. Un suono che veniva dal fondo della gola, primordiale, affamato. Accelerò. La prese come si scopano gli animali, senza pietà, senza controllo. Le mani che le afferravano i fianchi con forza brutale, il cazzo che affondava con colpi secchi, violenti, profondi.

Anita sentì l’orgasmo avvicinarsi. Impossibile, eppure vero. Stava per venire con un cazzo nel culo, in un vicolo di Siviglia, dicendo cose che avrebbero fatto arrossire una puttana.

“Sto per…” riuscì a dire.

Ma lui si fermò un istante prima, si sfilò. Il gancio riprese il suo posto. Freddo dove prima c’era stato caldo. Metallo dove prima c’era stata carne. Si ricompose per quanto possibile e, prendendo il guinzaglio, come se nulla fosse, disse: “Andiamo.”

Ripresero a camminare. Anita lo seguiva barcollando, le gambe che non le appartenevano più, il culo che pulsava del suo passaggio, la mente che galleggiava in un mare senza fondo.

Un altro vicolo. Questa volta in ginocchio. La sua bocca. Il suo cazzo, e lei lo prese, lo succhiò con quella fame che non conosceva vergogna. Di nuovo lui si fermò prima di venire. Di nuovo la tirò su. Di nuovo trascinata per Siviglia con il guinzaglio.

Perse il conto. Quante volte l’aveva presa? Quanti vicoli? Quanti minuti, ore? Il tempo si era sciolto come cera al sole. Esisteva solo l’alternanza: bocca, culo, guinzaglio. Bocca, culo, guinzaglio. Ogni volta sperava che lui le sborrasse dentro, in gola, ovunque. Ogni volta lui si fermava un attimo prima, lasciandola con quella delusione bruciante e quella eccitazione che non faceva che crescere, accumularsi, trasformarsi in qualcosa di piacevolmente insopportabile.

Era una tortura. Era una preghiera. Era esattamente dove voleva essere.

Lo seguiva come se fosse ubriaca, di lui, di emozioni, di bisogno. Il corpo non le apparteneva più. Era diventato un oggetto nelle sue mani, da usare, da negare, da portare in giro per le strade di una città che non riconosceva più.

Dario le aveva fatto perdere il controllo di ogni senso, compresi quelli del tempo e dell’orientamento. Quando le aprì il cancelletto della villetta, lei faticò a capire che erano arrivati da lui e, quando se ne rese conto, si chiese cosa l’aspettava ora.

Il sorriso sul suo viso raccontava quanto la curiosità fosse positiva.

La porta, ancora una volta, si chiuse alle spalle di Anita come la porta di un tempio. Il mondo restava là fuori, lì dentro c’era solo spazio per la sua tortura e il suo piacere.

Gli occhi della donna cercarono quelli dell’uomo, carichi di curiosità, di aspettative, di desideri.

Dario la portò al centro della sala, poi le si avvicinò, senza slacciare il guinzaglio.

Il viso vicino al suo, le labbra che quasi si sfioravano, i respiri che si mischiavano, gli occhi ancorati. Un fremito quando le sue mani la toccarono, il vestito che si alzò, si sfilò dal suo corpo come la pelle di un serpente che muta.

Poi Dario iniziò a girarle attorno. Lento. Silenzioso. Come un artigiano che ammira la sua opera prima di smontarla.

Si fermò dietro di lei. Le dita trovarono la corda che tratteneva il gancio, la sganciarono con un gesto preciso. Poi afferrò l’anello.

Anita trattenne il fiato.

Tirò piano. Il metallo scivolò fuori lentamente, centimetro dopo centimetro, lasciandola aperta, vuota dove lui l’aveva riempita così tante volte durante il viaggio. Quel buco che aveva imparato ad accoglierlo, a desiderarlo, ora protestava per l’assenza.

Un gemito le sfuggì dalle labbra. Non di dolore. Di perdita.

Poi le dita di lui tornarono alle corde. Trovarono il primo nodo, lo sciolsero con una delicatezza che contrastava con tutto quello che le aveva fatto nei vicoli. La corda si allentò, scivolò via dalla pelle, e Anita sentì un vuoto dove prima c’era stata pressione.

Era strano. Per ore quelle corde l’avevano stretta, contenuta, definita. Erano diventate parte di lei, una seconda pelle che le ricordava a ogni respiro a chi appartenesse. E ora, nodo dopo nodo, quella pelle le veniva tolta.

Le dita di lui lavoravano con la stessa cura con cui avevano legato. Trovavano i nodi, li scioglievano, liberavano la carne. Ogni centimetro di corda che scivolava via lasciava un solco sulla pelle, l’impronta della trama impressa come un ricordo che non voleva andarsene.

Abbassò lo sguardo.

Il suo corpo era una mappa. La trama della canapa si era impressa sulla pelle come un calco, un negativo fotografico. Poteva vedere ogni singola fibra, ogni intreccio, ogni spirale della corda riprodotta sulla sua carne. Sotto i seni, sopra i seni, intorno ai seni. Sul ventre, dove i nodi avevano premuto per ore.

Passò le dita su un solco particolarmente profondo, quello che correva lungo il fianco destro. La pelle aveva memorizzato la trama, conservava l’impronta di quella treccia ruvida come l’argilla conserva il pollice del vasaio. Premette. La sensazione era strana: non dolore, ma memoria. Il corpo che ricordava prima della mente.

Avrebbe dovuto sentirsi usata. Segnata. Marchiata come un animale.

Invece si sentiva sua. Finalmente, completamente sua.

Quei segni erano la prova. Non un sogno febbrile, non una fantasia solitaria sul cuscino viola. Qualcuno l’aveva vista. Qualcuno l’aveva legata. Qualcuno aveva scritto sul suo corpo con la corda quello che le parole non sapevano dire.

Avrebbe voluto che restassero. Avrebbe voluto svegliarsi domani e trovarli ancora lì, sbiaditi ma presenti. Avrebbe voluto guardarsi allo specchio tra una settimana e vedere ancora l’ombra di quella trama sulla pelle. Prove. Ricordi. Promesse.

Quelle che le fasciavano i seni. Quelle che le attraversavano il ventre. Quelle che le avevano torturato la clitoride per tutta la sera. Una dopo l’altra, scivolarono via dal suo corpo come serpenti che abbandonano il nido.

Quando l’ultima corda cadde a terra, Anita si sentì nuda come mai prima. Non era la nudità del corpo. Era qualcosa di più profondo. Era la nudità di chi è stato tenuto insieme da qualcosa e improvvisamente quel qualcosa non c’è più.

Dario le concesse il tempo di riunire le sue parti, poi diede un leggero strattone al guinzaglio per riportarla dove doveva essere.

Anita lo cercò di nuovo con gli occhi, occhi che raccontavano tante cose, che chiedevano. Quelli di Dario invece l’accoglievano, la risucchiavano.

“Ci sei?” La domanda la riportò quanto bastava nella realtà. La risposta fu un piccolo cenno con il capo, di più non le era possibile.

Rifecero il percorso della sera prima, fino alla camera da letto.

Un gesto secco sul guinzaglio fu l’equivalente di ordinarle di fermarsi, seguito da una sola parola: “Nadu!”

Una sola parola. Anita la conosceva. L’aveva letta, studiata, sognata in quelle notti solitarie davanti al laptop, quando esplorava mondi che non osava abitare. Ma una cosa era leggere, un’altra era farlo. Lì. In quel momento. Per lui.

Si inginocchiò. Il pavimento freddo contro le ginocchia, un brivido che le risalì le cosce. Poi si sedette sui talloni, sentendo il peso del corpo che si assestava.

La schiena. Doveva essere dritta. Raddrizzò le spalle, sollevò il mento. Sentì i seni spingersi in avanti, offerti, esposti.

Le ginocchia. Aperte. Divaricate. Non come una signora che si siede composta, ma come una schiava che si offre. Allargò le cosce finché non sentì l’aria fresca lambirle la fica, finché non fu completamente esposta al suo sguardo.

Le mani. Dove andavano le mani? Si sforzò di ricordare. Sulle cosce. Palmi verso l’alto. Come un’offerta. Come a dire: prendimi, usami, sono tua.

Lo sguardo. Basso. Non per vergogna, ma per rispetto. Per sottomissione. Per quella resa che non era debolezza ma scelta.

Restò immobile. Il respiro che cercava di mantenersi regolare nonostante il cuore le martellasse nel petto. Il corpo esposto in ogni suo punto, aperto, vulnerabile, pronto.

Era la posizione dell’attesa. La posizione di chi si offre senza sapere cosa verrà dopo. La posizione di chi ha smesso di decidere e ha iniziato ad appartenere.

Lo sentì girarle attorno, studiarla. Ogni secondo che passava in silenzio era una tortura e un dono. Non la toccava. Non parlava. La lasciava lì, in quella posa che diceva tutto senza bisogno di parole.

Dario si mise davanti a lei. Non aveva bisogno di guardarlo, lo sentiva. Sentiva la sua presenza, sentiva il suo sguardo. Poi sentì il fruscio dei vestiti che volavano via dal suo corpo, vide i pantaloni di lino cadere a terra e non poté fare a meno di immaginare, desiderare quel rotolo di carne dura che spuntava dal suo corpo.

Poi la sua mano, dolce sotto il mento, a sollevarle lo sguardo, un secondo prima che afferrasse di nuovo, delicatamente questa volta, il guinzaglio. “Vieni con me!” Il tono della sua voce era nuovo, diretto, ma mieloso. Profondo e ipnotizzante.

La guidò verso il letto. Non con il guinzaglio questa volta, ma con la mano. Le dita intrecciate alle sue, un gesto così semplice, così umano dopo tutto quello che le aveva fatto, che Anita sentì gli occhi pizzicare.

Si sdraiò e la tirò con sé. Corpo nudo contro corpo nudo. La pelle di lui era calda, quasi febbrile, i muscoli tesi sotto la superficie come corde di chitarra pronte a vibrare. Anita sentì il suo cazzo premere contro la coscia, duro, impaziente, eppure lui non si muoveva. Aspettava.

Le sue mani le percorrevano la schiena, lente, roventi, tracciando i solchi che le corde avevano lasciato. Ogni volta che le dita incontravano un segno, premevano leggermente, come a dire: questo l’ho fatto io. E questo. E questo.

Anita cedette. Cercò la sua bocca con la propria, affamata, disperata. Non era il bacio educato di un primo appuntamento. Era il bacio di chi ha attraversato un deserto e finalmente trova l’acqua. Lingue che si cercavano, denti che mordevano labbra, respiri che si rubavano a vicenda.

Lui la baciava come la scopava: prendendo, invadendo, possedendo. E lei si lasciava invadere, si apriva, lo accoglieva in quella bocca che poco prima aveva accolto il suo cazzo nei vicoli di Siviglia.

Quando si staccarono, ansimanti, Anita si ritrovò sopra di lui. Non sapeva come fosse successo, se l’avesse spinta lui o se si fosse mossa lei. Non importava. Era esattamente dove voleva essere.

A cavalcioni del suo corpo. A cavalcioni del suo cazzo.

Duro. Il suo cazzo era duro sotto di lei, una colonna di carne che premeva contro la sua fica bagnata.

“Strusciati.”

Una sola parola. Un ordine. Anita sentì un brivido attraversarle la spina dorsale. Era quello che voleva. Era quello che aveva sognato in tutte quelle notti solitarie sul cuscino viola, immaginando un uomo che le ordinasse esattamente questo.

Iniziò a muoversi. Piano. Avanti e indietro. La sua fica che scivolava lungo l’asta, le grandi labbra che si aprivano, si spalancavano ad abbracciare quella durezza senza ingoiarla.

Lo struscio.

“Sei fradicia.” La voce di lui era roca, quasi stupita. “Senti come scivoli?”

Anita sentiva. Sentiva la sua eccitazione colare lungo il cazzo di lui, bagnargli le palle, il ventre. Ore di desiderio negato, di orgasmi rubati all’ultimo secondo, tutto quel bisogno accumulato che ora usciva dal suo corpo come un fiume in piena.

Si mosse più forte. Più veloce. La clitoride che sfregava contro la pelle tesa del suo cazzo, i nervi che prendevano fuoco.

“Fermati.”

Si fermò. Il corpo che tremava per lo sforzo di restare immobile, la fica che pulsava, che protestava.

“Piano,” disse lui. “Voglio sentirti. Ogni centimetro.”

Ricominciò. Lenta questa volta. Deliberata. Ogni movimento un tormento, ogni centimetro una tortura. Poteva sentire le vene del suo cazzo contro le sue labbra gonfie, poteva sentire il calore che irradiava da quella carne dura.

Lui le afferrò i fianchi. Non per guidarla, per sentirla. Le dita che affondavano nella carne mentre lei si strusciava su di lui come una gatta in calore.

“Così bagnata,” ripeté lui. “Mi stai inzuppando.”

Anita gemette. Era vero. Poteva sentire i suoni umidi che faceva la sua fica a ogni movimento, lo schiocco osceno della carne bagnata contro la carne. Non le era mai successo. Non così. Non da ridurre un uomo a un lago.

Si spinse avanti, più avanti del solito. La punta del suo cazzo scivolò tra le sue pieghe, sfiorò l’entrata. Per un istante, un solo istante folle, pensò di lasciarlo scivolare dentro. Sarebbe stato così facile. Un movimento del bacino e l’avrebbe avuto nella fica, finalmente, dopo tutto quel tempo.

“No.” Lui la fermò. Le mani che la bloccavano, il cazzo che pulsava contro di lei ma non entrava. “Non lì. Non ancora.”

Anita gemette di frustrazione. Ma obbedì. Tornò indietro, riprese lo struscio, la clitoride che cercava disperatamente quel contatto che le serviva per esplodere.

“Rallenta.”

Rallentò. Il piacere che saliva e si fermava, saliva e si fermava, come un’onda che non riesce mai a infrangersi.

Poi cambiò angolo. Si concentrò sulla punta. Solo la punta. La sua fica che avvolgeva il glande senza prenderlo dentro, che lo accarezzava, lo massaggiava con le labbra gonfie.

Sentì Dario irrigidirsi sotto di lei. Il respiro che si spezzava. Le mani che le stringevano i fianchi con più forza, quasi con disperazione.

“Cazzo,” ringhiò lui.

Anita sorrise. Un sorriso da strega, da puttana, da donna che sa esattamente cosa sta facendo. Continuò. Avanti e indietro sulla punta, lenta, inesorabile. Sentiva il suo cazzo pulsare, gonfiarsi ancora di più, sentiva il suo corpo tendersi come un arco pronto a scoccare.

“Fermati.” La voce era un ruggito. Le mani conficcate nei suoi fianchi che cercavano di immobilizzarla.

Si fermò. Il cuore che le martellava nel petto, il corpo che bruciava. Sotto di lei, Dario respirava a fatica. Gli occhi chiusi alla ricerca del controllo. Il cazzo che pulsava nell’aria sotto di lei come un animale ferito.

L’aveva portato al limite. Lei. Con il suo corpo. Con il suo struscio.

*E in quel momento, mentre il suo corpo si muoveva su di lui con una fame che non aveva più bisogno di nascondere, Anita si vide.*

*Si vide com’era stata per anni. Sola. Nel suo letto, nella sua stanza sopra il B&B, con quel cuscino viola stretto tra le cosce come un amante muto. Quante notti aveva passato così? Cento? Mille? Strusciandosi contro quella stoffa che non rispondeva, che non comandava, che non la guardava con occhi che vedevano tutto.*

*Aveva provato con gli uomini. Certo che aveva provato. Corpi caldi, mani vere, cazzi veri. Ma nessuno capiva. Nessuno vedeva oltre la superficie della ballerina con i ricci selvaggi e il sorriso facile. Le scopavano la fica pensando di darle quello che voleva, e lei fingeva, gemeva al momento giusto, veniva quando era il caso, e poi tornava a casa con quel vuoto nel petto che nessun orgasmo riusciva a riempire.*

*Aveva smesso di provare a spiegare. Come si spiega a qualcuno che non parla la tua lingua che hai bisogno di strusciare, di negare, di essere comandata prima di poter cedere? Che il piacere non sta nell’arrivo ma nel viaggio? Che a volte l’orgasmo negato vale più di quello concesso?*

*Aveva imparato a bastare a se stessa. Il cuscino. Il bracciolo del divano. Lo spigolo del tavolo. Oggetti muti che non giudicavano, che non chiedevano spiegazioni, che non la guardavano come se fosse rotta.*

*Poi aveva scoperto le comunità online. Facebook, Telegram e altri luoghi dove, celati dietro nickname e avatar, sparsi per il mondo, c’erano persone che in qualche modo compensavano le sue necessità. Con loro poteva parlare. Con loro poteva confessare quello che nessun uomo nel suo letto aveva mai capito.*

*C’era stato Marco, da Torino, che le scriveva ordini alle tre di notte. Elena, da Buenos Aires, che le aveva insegnato che il desiderio non ha genere. Thomas, da Londra, con cui aveva passato ore a descriversi a vicenda quello che si sarebbero fatti se solo ci fosse stato un corpo dall’altra parte dello schermo. *

*Erano stati i suoi complici. Le sue stampelle.*

*Ma restavano parole che si dissolvevano quando chiudeva il cellulare. Fantasie condivise che non lasciavano segni sulla pelle, che non le stringevano i fianchi, che non le ordinavano di fermarsi con una voce che poteva sentire vibrare nell’aria.*

*E adesso.*

*Adesso c’era lui.*

*Il suo cazzo era caldo sotto di lei, vivo, pulsante. Non era stoffa. Non era legno. Era carne che rispondeva ai suoi movimenti, che si gonfiava quando lei accelerava, che pulsava quando lei rallentava. Poteva sentire ogni vena contro le sue labbra bagnate, ogni battito che echeggiava nel suo.*

*Le mani di lui sui suoi fianchi non erano passive. La tenevano. La guidavano. La controllavano anche quando la lasciavano fare. Quelle dita che affondavano nella sua carne sapevano esattamente quanta pressione usare, quando stringere, quando allentare.*

*E i suoi occhi. Quegli occhi che la vedevano tutta. Che non giudicavano. Che capivano.*

*”Strusciati,” le aveva detto. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se avesse sempre saputo che lei aveva bisogno esattamente di questo.*

*La sua pelle contro la sua pelle. Il suo controllo che la liberava. Il suo cazzo che le dava quello che nessun cuscino aveva mai potuto darle: la sensazione di essere vista, capita, posseduta.*

*Il cuscino viola era a chilometri di distanza. E per la prima volta in vita sua, Anita non ne sentiva la mancanza.*

Al B&B, Jimena guardò l’orologio per la quattordicesima volta.

“Sono le tre di notte.”

Blanca alzò gli occhi dal libro che fingeva di leggere. “Lo so.”

“Non risponde al telefono.”

“Lo so.”

“Non ha nemmeno letto i messaggi.”

“Jimena.” Blanca chiuse il libro con un colpo secco. “Lo so!”

Il tono era più alto del necessario. Le due si guardarono, sorprese entrambe da quello scatto.

“Scusa,” disse Blanca, massaggiandosi le tempie. “È che… senti, quando tu stai con qualcuno, quando sei a letto con un uomo, ce l’hai il telefono in mano?”

Jimena aprì la bocca per rispondere, poi la richiuse.

“Esatto.” Blanca si alzò, andò a riempire il bollitore. “Quando io sto scopando, il telefono può anche prendere fuoco sul comodino. Non lo guardo. Non ci penso. Non esiste. E tu sei uguale, non fare quella faccia.”

“Non è la stessa cosa.”

“Perché no? Perché è Anita?” Blanca si voltò, le braccia incrociate. “Quando ero con Pedro, sono sparita per un fine settimana intero. Ti ricordi? Mi avete chiamata cento volte, eravate pronte a denunciare la mia scomparsa alla policia, e invece ero solo in un hotel a Malaga a scopare come una dannata.”

“E ci hai fatto prendere un colpo.”

“Esatto. E quando sono riapparsa, cos’avete detto? ‘Potevi avvisare’. Ma il punto è che non ci ho pensato. Non mi è passato per la testa. Perché quando sei così presa da qualcuno, il resto del mondo smette di esistere.”

Il silenzio della cucina era diverso dal solito. Mancava qualcosa. Mancava il rumore di Anita che rientrava tardi e cercava di non fare rumore, il cigolio delle scale, il rubinetto del bagno.

Jimena si alzò, andò alla finestra. La strada era vuota. Siviglia dormiva il sonno pesante di chi ha ballato troppo.

“Non l’ho mai vista così,” disse senza girarsi, la voce un sussurro colmo di preoccupazione.

“Così come?”

“Non lo so. Persa.” Si voltò verso l’amica. “Come se si stesse illudendo di avere trovato qualcosa che cercava da sempre.”

Blanca annuì lentamente. Anche lei l’aveva notato. Il modo in cui Anita guardava quell’uomo. Il modo in cui si muoveva quando parlava di lui. Come se un pezzo mancante fosse finalmente andato al suo posto.

“E questo ti preoccupa?” chiese Blanca, più dolce ora.

Jimena ci pensò. Pensò a tutte le volte che avevano raccolto Anita dopo relazioni sbagliate, uomini sbagliati, scelte sbagliate. Pensò alle notti in cui l’avevano sentita piangere attraverso le pareti, anche se il giorno dopo lei negava tutto.

“Non lo so,” ammise. “Ma questa volta è diverso.”

“Diverso come?”

Jimena tornò a guardare la strada vuota. “Diverso come quando smetti di combattere contro te stessa.”

“Vado a dormire,” disse Jimena. Ma sulla soglia si fermò. “Se domani non è tornata, giuro che lo ammazzo.”

Blanca sorrise. “Andiamo a letto, ci penseremo domani, se sarà il caso.”

Ma nessuna delle due dormì davvero quella notte.

Dario, ritrovato il controllo, riaprì gli occhi e la guardò con quegli occhi scuri che la vedevano tutta, che la possedevano anche senza toccarla.

Per un lungo momento restarono così. Immobili. Due corpi sull’orlo del precipizio, che si negavano il salto.

Poi lui fece qualcosa che Anita non si aspettava.

Le accarezzò i capelli, le dita che si infilavano tra i ricci capricciosi, i polpastrelli che massaggiavano la cute.

Non con la fame di prima. Non con il controllo del padrone. Era un gesto diverso, più morbido, quasi tenero. Le dita che le scivolavano tra i ricci sudati, che le scostavano una ciocca dalla fronte, che le sfioravano la tempia.

Anita chiuse gli occhi. Quel gesto la scosse più di tutto quello che era venuto prima. Poteva sopportare di essere comandata, usata, portata al limite. Ma la tenerezza? La tenerezza era pericolosa. La tenerezza apriva porte che era più sicuro tenere chiuse.

“A cosa pensi?” La voce di lui era bassa, quasi un sussurro.

“A niente.”

Gli anni e le molte relazioni avevano insegnato a Dario quanto potesse essere pericolo e quanti significati poteva nascondere il “niente” pronunciato da una donna.

“Bugiarda.”

Lei aprì gli occhi. Lui la guardava con un’espressione che non aveva ancora visto. Era qualcos’altro. Qualcosa che somigliava alla curiosità, all’attenzione al bisogno di sapere.

Anita sorrise.

“Hai ragione, pensavo,” disse lei lentamente.

“A cosa?”

“Pensavo a quanto ho voglia di venire.”

Le parole le uscirono prima che potesse fermarle. Crude. Vere. Senza il filtro che di solito metteva tra sé e il mondo.

“Da ore, giorni mi tieni sul bordo. Questa sera mi hai scopato il culo nei vicoli di Siviglia, mi hai riempito la bocca con il tuo cazzo, mi hai fatta strusciare su di te fino a perdere la testa.” Si fermò, il respiro corto. “E non mi hai mai scopata davvero. Non nella fica. Non come una donna normale.”

Lui non disse nulla. La guardava con quegli occhi che vedevano tutto e con quel sorriso irresistibile.

“Ho la fica che brucia,” continuò lei, e sentì il rossore salirle al viso, non di vergogna ma di bisogno. “Brucia come mai prima. Da quando mi hai portata nel parco. Da quando mi hai regalato Felpudo. Da quando mi hai legata questa mattina. Da quando il nodo della corda mi torturava la clitoride a ogni passo. E tu continui a negarmi quello che desidero.”

La mano di lui si fermò tra i suoi capelli, strinse, facendola sentire nuovamente in suo possesso. “E cosa desideri, Anita?”

“Voglio che mi scopi.” La voce le si spezzò. “Voglio sentirti dentro. Nella fica. Fino in fondo. Voglio venire con il tuo cazzo che mi riempie come non mi ha riempita nessuno. Voglio che mi guardi mentre godo, voglio che mi senta stringere intorno a te, voglio…”

Si fermò. Stava supplicando. Lei, che non aveva mai supplicato nessuno.

La mano strinse i capelli ancora più forte, obbligandola a incurvarsi all’indietro.

“Lo so cosa vuoi,” disse piano. “Lo so da quando ti sei seduta sulla mia coscia alla feria. Lo sapevo prima ancora che tu lo sapessi.”

“E allora…” le posò un dito dell’altra mano sulle labbra, zittendola con un solo semplice gesto.

“Perché il tuo corpo è mio, il tuo piacere è mio. E io decido quando, come e dove farti godere.”

Le parole la colpirono nel ventre come un pugno. Avrebbe voluto arrabbiarsi. Avrebbe voluto ribellarsi. Invece sentì un’altra ondata di calore tra le cosce, un’altra fitta di quel bisogno che lui continuava ad alimentare senza mai soddisfare.

“Ti odio,” sussurrò.

Lui sorrise. Quel sorriso che era una promessa e una minaccia insieme.

La mano si mosse lentamente, afferrò nuovamente il guinzaglio e immediatamente Anita cambiò stato, tornando un pezzo di carne ai suoi ordini. Come un esperto ammaestratore, con pochi gesti la fece scendere dal letto, guidandola verso il povero Felpudo che era rimasto solo e abbandonato in un angolo della camera.

La fece mettere a cavalcioni del grande orsacchiotto, poi restando dietro di lei avvolse il guinzaglio attorno al collo dell’orso, contemporaneamente incatenandola all’orso e obbligandola a piegarsi in avanti, esponendo il proprio culo.

“Fammi vedere quanto ti piace Felpudo,” le sussurrò, le labbra che sfioravano il suo orecchio.

Anita iniziò a muoversi. Piano. Il pelo sintetico dell’orso era ormai familiare. Lo conosceva già, quel corpo imbottito. Ci aveva dormito abbracciata, ci aveva pianto contro, ci si era strofinata nelle notti precedenti mentre Dario la guardava, la usava, la plasmava. Felpudo era diventato un’estensione di lui. Un regalo. Un complice silenzioso.

Si strusciò più forte. La clitoride gonfia che cercava l’attrito giusto, le grandi labbra che si aprivano contro quel pelo che assorbiva tutto senza giudicare. La sua eccitazione lasciava una scia umida sull’addome dell’orso, lo marcava come lui aveva marcato lei.

Gli occhi di vetro di Felpudo la fissavano. Neri, tondi, immobili. Eppure c’era qualcosa in quello sguardo vuoto che la vedeva. Che la accettava. Testimone muto di tutto quello che stava diventando, di tutto quello che lui stava facendo di lei.

Sentiva gli occhi di Dario sulla schiena. Due sguardi, ora. Quello vivo dell’uomo che la possedeva, quello fisso dell’orso che la accoglieva. Entrambi la guardavano strusciarsi come una cagna in calore, entrambi assistevano alla sua resa.

Era osceno. Era ridicolo. Era esattamente quello di cui aveva bisogno.

Si piegò ancora più in avanti, la guancia premuta contro il collo dell’orso, il culo sollevato. L’odore del peluche si mescolava con quello del suo sesso. Dario glielo aveva regalato per questo. Perché sapeva. Sapeva prima ancora di lei cosa le serviva: qualcosa da abbracciare mentre lui la distruggeva, qualcosa di morbido a cui aggrapparsi mentre cadeva.

Poi sentì Dario posizionarsi dietro di lei. Il calore del suo corpo. Il fruscio dei suoi movimenti. Istintivamente si piegò ancora più in avanti, sollevando i fianchi, aprendosi.

La mano sinistra di Dario afferrò Anita per il collare, mentre la destra guidava la propria nerchia dritto nel culo ancora aperto della sua cagna. Entrò in un colpo solo. Fino in fondo. Anita sentì l’aria uscirle dai polmoni.

“Papi ha bisogno di venire dentro di te…”

Mentre sentiva la sua carne riempirla, sodomizzarla ancora una volta, e si strusciava su Felpudo, una scarica le attraversò il ventre, facendole inarcare la schiena contro la sua volontà, offrendosi maggiormente, spingendosi contro di lui. Abbracciò con forza l’orso, affondando il viso nel suo collo, lasciando uscire dalla sua gola urli e gemiti di piacere incontrollabile, soffocati dal peluche.

Dopo quella notte folle non ci vollero molte spinte a Dario per raggiungere l’apice del godimento, sborrarle nel culo, marcandola come aveva sognato, immaginato, liberando dentro di lei il suo imprinting.

Il corpo di Anita, intrappolato tra Felpudo e Dario, tremava incontrollato. Gli occhi chiusi, stretti, le permettevano di amplificare tutti gli altri sensi. Il cazzo palpitante ancora nel culo, il corpo di lui contro il suo, il respiro caldo contro l’orecchio. Mai era arrivata così vicino all’abisso del piacere, mai aveva dovuto forzarsi a trattenere il godimento in modo così intenso e forte.

Lentamente si sfilò, alzò, prima di pronunciare la sua sentenza: “Anche stanotte, puoi dormire con lui!” quasi fosse una fantastica concessione.

Lo sentì scivolare sul letto, spegnere la luce, russare pochi secondi dopo, mentre lei scivolava in uno stato mai provato prima.

Ma il sonno non arrivava.

Il suo seme le colava caldo tra le natiche, scivolava sulla zampa dell’orso. Marchio su marchio. Il culo pulsava del suo passaggio, la fica non aveva smesso di chiedere, e il cuore batteva troppo forte per qualcosa che non era solo desiderio.

*Quanto tempo abbiamo ancora?*

Il pensiero la colpì senza preavviso. Non sapeva nemmeno quando sarebbe ripartito. Milano. La sua vita. Il suo lavoro.

*E poi?*

Strinse Felpudo più forte, affondando il viso nel pelo sintetico.

Sul letto, Dario non dormiva.

Teneva gli occhi chiusi, il respiro volutamente pesante, ma la mente non taceva. Sentiva il calore di lei a pochi metri, il suo odore nell’aria.

*Attento*, gli sussurrò la voce di Marco. *Questa ti sta entrando sotto la pelle.*

Si girò nel buio, cercando un sonno che tardò ad arrivare.

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