Quando la routine si spezza, nasce l'avventura. Un messaggio nato per caso. Una baita lontana dal mondo. Un pranzo di lavoro che cambia direzione. “Destinazioni impreviste” ti accompagna in un viaggio di emozioni autentiche, dove il corpo parla la lingua della libertà e l’imprevisto diventa occasione di scoperta. Lasciati sedurre da racconti intensi e profondamente umani. Per chi ama le storie vere, il coraggio di vivere e la passione che accende ogni confine.
Dario si svegliò agitato, con una erezione quasi fastidiosa, l’odore del loro sesso ancora addosso,
Negli ultimi anni aveva sviluppato una passione per l’orgasm control ma, principalmente, negava per poco tempo e poi rubava, spremeva una smodata quantità di orgasmi alle proprie partner. E questa parte, spesso, lo soddisfaceva al punto che gli capitava di dimenticarsi di avere lui un orgasmo.
Questa volta con Anita il gioco aveva preso una strada completamente diversa. Erano giorni che teneva quella donna sul filo dell’orgasmo, mentre lui si concedeva piacere in modi diversi. Eppure, per quanto erano state sborrate soddisfacenti, gli mancava qualcosa. Gli mancavano gli orgasmi di lei. Vederla cedere, sentirla stringersi, guardarla perdersi.
Si ritrovò a contare. Martedì lo scontro, la feria, il suo piscio caldo sull’erba mentre lui la guardava accucciarsi come una cagna obbediente. Mercoledì le sue quattro dita dentro di lei mentre lo fissava senza paura, Felpudo nel culo, la corda che le segava la clitoride a ogni passo. Giovedì il vicolo, il gancio, il suo culo che lo risucchiava contro un muro di Siviglia mentre lei supplicava “sfondami” con una voce che non era più la sua. Tre cazzo di giorni che gli si erano attorcigliati dentro come le sue corde attorno a lei. E lui non si era ancora tolto la voglia.
Il telefonino lampeggiò timidamente, ricordandogli l’appuntamento di lavoro che aveva quella mattina. Era scivolato silenziosamente fuori dal letto, fermandosi a guardare ancora una volta Anita abbracciata a Felpudo, osservando quel corpo che gli scatenava continue idee e fantasie. Si era infilato in bagno a radersi e farsi una doccia veloce mentre Anita, almeno apparentemente, continuava a dormire il sonno dei giusti. O dei peccatori esausti, che poi era lo stesso.
Si prese qualche minuto per lasciarle, sul letto, una lettera scritta a mano, con la spiegazione del motivo per cui non era a casa e le istruzioni per la sua giornata. Poi era uscito silenziosamente, aveva preso la macchina ed era partito per il suo appuntamento di lavoro.
Anita lo aveva sentito alzarsi. Aveva deciso di fingere, di restare immobile mentre lui si muoveva per la stanza. Lo aveva spiato tra le ciglia socchiuse: la schiena nuda, i gesti precisi, il completo blu che diceva “lavoro” più di qualsiasi parola. Aveva ascoltato la porta chiudersi, contato i secondi fino a essere certa di essere sola. Solo allora si era permessa di respirare.
Aveva risvegliato lentamente il suo corpo contro Felpudo, poi si era liberata dal guinzaglio e aveva iniziato a muoversi, nuda, per casa.
Una idea le si era formata in testa: conoscerlo, conoscerlo meglio, scoprire qualcosa di lui.
La prima cosa che aveva trovato era la sua camicia, abbandonata e stropicciata, lanciata in un angolo la sera prima. L’aveva raccolta, annusata. Sapeva di lui e del loro sesso della notte precedente, quel sesso rubato nei vicoli di Siviglia.
Se l’era strofinata sul corpo per contaminarsi con il suo profumo, poi l’aveva indossata come un abbraccio. Come quello che lui le aveva dato la mattina precedente. Come quello della notte appena passata.
Fu travolta, investita da tutti i ricordi che le passavano per la mente, fluivano nel suo stomaco, le accarezzavano la pelle. Aveva aperto l’armadio: le camicie in ordine cromatico, poi i pantaloni, i panciotti, le giacche. Calze e boxer nel cassetto, ripiegati in modo particolare. Le sussurravano qualcosa di lui, la sua mania di controllo. Era andata in bagno, aveva curiosato nel suo beauty, annusato il suo profumo, se lo era spruzzato sulla pelle.
Tornando in camera aveva visto il foglio ripiegato sul letto.
Lo aveva preso con dita tremanti, lo aveva aperto e per prima cosa aveva osservato la grafia, la scelta del colore dell’inchiostro. Poi aveva iniziato a leggere.
*Piccola,* *Ho un appuntamento di lavoro, torno nel pomeriggio, salvo imprevisti.* *Nel frattempo, alcune regole per te:* *1 – Il collare. Ti ho fatto fare un collare nuovo, tutto per te. Lo trovi in una scatola nel cassetto del comodino. Confido che ti piaccia. Indossalo. Sono certo che riuscirai a giustificarlo anche con le tue amiche. Mi fido di te.*
*2 – Bevi. Almeno un litro d’acqua prima di uscire. Due se riesci. Puoi pisciare una volta prima di uscire da casa e una prima di andare alla tienda. Scegli con cura il momento.* *3 – Trova almeno tre momenti per strofinarti su qualcosa. Uno spigolo, una sedia, il cuscino, quello che vuoi. Quando lo hai fatto, mandami un messaggio raccontandomi come hai giocato e come ti senti.* *4 –La prima volta ti strusci, arriva per tre volte vicino all’orgasmo. Ad ogni volta che farai questo esercizio, aumenti di uno.* *5 – Non credo di doverti ripetere che non è ancora il momento per te di godere. Non ancora. Non oggi. Tieniti sul bordo per me.* *6 – Vai dalle tue amiche. Rassicurale che sei ancora viva. Riposati. Mangia qualcosa. Goditele.* *Passo a prenderti alla tienda.* *Ho dei programmi per te questa sera.* *D.* *P.S. Felpudo mi ha detto che russi. Gli ho risposto che non gli credo.*
*P.P.S. Dopo che hai indossato il collare gira la lettera. C’è ancora una cosa che vorrei facessi per me.*
Con la lettera ancora in mano si avvicinò al comodino, sorridendo alla battuta finale. Aprì il cassetto e trovò una scatola. Cartone rivestito. Elegante. Quasi fosse di Cartier. La aprì trattenendo il respiro.
Viola.
Il collare era una tonalità di viola particolare, il colore dei mirtilli o di alcune prugne che lei adorava, Lui aveva capito. Lui aveva visto.
Lo sollevò con dita tremanti. Era diverso da quello nero. Più morbido, più sottile, più lei. Chiuse gli occhi e se lo allacciò lentamente, immaginando che le proprie mani fossero quelle di lui. Il cuoio le abbracciò la gola come un bacio.
Solo allora si ricordò del post scriptum. Girò la lettera.
Il vestito blu l’ho mandato in tintoria. Il tuo vestito azzurro, quello del primo giorno, lo trovi nell’armadio, lavato e stirato. Per oggi va bene quello.
Nel soggiorno, vicino al divano, c’è un pacco. Aprilo.
Anita attraversò la casa ancora con indosso solo la camicia di lui e il collare nuovo. Il pacco era lì, sul tavolino. Carta da regalo elegante, un fiocco viola. Ovviamente.
Lo aprì.
Sopra a tutto, un biglietto. Scritto a mano, la stessa grafia della lettera. Lo prese come si prende una lettera d’amore, e in fondo lo era.
Mi piacerebbe che indossassi questo, questa sera.
Non era un ordine. Era un desiderio. Una preghiera travestita da gentilezza. Ma Anita conosceva già la risposta.
Sollevò il vestito. Leggero, elegante, di un viola profondo che sfumava verso il nero nei bordi. Lo tenne davanti a sé, lo scollo generoso, la gonna che sarebbe scesa morbida sui fianchi. Perfetto. Come se lui conoscesse il suo corpo meglio di lei.
Lo appoggiò con cura sul divano.
E solo allora vide le scarpe.
Si fermò a respirare.
Tacchi. Viola. Quel viola impossibile che sembrava uscito dai suoi sogni più segreti. Pelle morbida, tacco alto ma non impossibile, la forma perfetta. Le prese come si prende un oggetto sacro.
Si sedette sul divano e le infilò. Lentamente. Prima una, poi l’altra. Il cuoio le abbracciò i piedi come se fosse stato fatto per lei. Si alzò.
Camminò per il soggiorno. La camicia di lui che le sfiorava le cosce, il collare viola al collo, le scarpe viola ai piedi. Nient’altro.
Si fermò davanti allo specchio dell’ingresso.
Hostia, pensò. Parezco la Cenicienta.
Ma la sua Cenicienta non aspettava una scarpetta di cristallo. La sua Cenicienta aveva tacchi a spillo color viola e un collare di cuoio che le stringeva la gola. E un principe che invece di portarla al ballo, l’avrebbe portata all’inferno. O in paradiso. O in quel posto nel mezzo dove lei aveva scoperto di voler vivere.
Tornò al pacco. Sul fondo, sotto la carta velina, c’era ancora qualcosa. Una borsa. Morbida, capiente, dello stesso viola scuro del vestito. Abbastanza grande per il vestito, le scarpe, tutto quello che le serviva per trasformarsi.
Lui aveva pensato anche a quello. Lui pensava sempre a tutto. Ogni dettaglio, ogni passaggio, ogni possibile bisogno. Era così che funzionava la sua mente, quella mania di controllo che lei aveva intuito dalle camicie nell’armadio, dai boxer piegati nel cassetto. Ma su di lei quel controllo non pesava. La avvolgeva. La proteggeva. Le dava il permesso di lasciarsi andare.
Rise da sola, in quella casa vuota che sapeva di lui.
Tornò in camera con la borsa e il vestito viola. Nell’angolo, accanto alla finestra, c’era una poltroncina. Appoggiò tutto lì con cura. Prese il vestito azzurro dall’armadio e lo posò sopra.
Era andata in bagno e aveva riempito due volte il bicchiere d’acqua. La vescica le aveva dato il buongiorno con una contrazione che urlava bisogno. Respirò, più volte. Poteva pisciare solo una volta prima di uscire. Aveva guardato il cesso con odio. Poi era tornata in camera.
Si era guardata in giro con il desiderio di lasciare lì un ricordo, il suo odore, il suo marchio. Lo sguardo si era fermato sull’oggetto più semplice, quello dove lui non avrebbe potuto evitare di annusarla: il cuscino.
Si era posizionata in mezzo al letto, in ginocchio, e sotto di lei aveva messo il cuscino. Lo guardava come avrebbe voluto guardare lui, chiedergli, ordinargli di leccarla. Un sogno che sapeva difficilmente realizzabile. Ma sua madre le aveva insegnato a desiderare, sognare, sempre.
Con questo pensiero aveva iniziato a muoversi lentamente, premendosi sul cuscino, facendo del suo meglio per lasciare la sua impronta, il suo odore, il suo marchio. Aveva obbedito, avvicinandosi tre volte a quel maledetto orgasmo che iniziava a desiderare in maniera ossessiva, come mai prima.
Aveva preso il telefono, aveva fotografato il letto arruffato, con il cuscino ancora al centro del letto.* “Buongiorno … – *poi si era fermata. Lui l’aveva chiamata piccola, lei come avrebbe potuto chiamarlo? – *Daddy, grazie per le regole, mi terranno compagnia durante la tua assenza.* *Ho indossato il collare, bevuto due bicchieri d’acqua e mi sono strusciata la prima volta. Ho scelto un posto comodo. Spero che non ti dispiaccia.* *Ti auguro una buona giornata, mi faccio una doccia e poi vado a casa mia, al mio B&B.*
Aveva premuto invio inviando foto e testo.
Realizzato il compito, era andata in bagno. Aveva aperto la doccia, impostato la temperatura sul caldo, poi aveva lasciato cadere la camicia a terra. Si era guardata con la coda dell’occhio nel grande specchio e si era trovata sensuale, sexy, tremendamente scopabile. Non era un pensiero che le si era formato spesso in testa.
Piacere e piacersi sono due pensieri diversi. Sapeva di piacere, era sempre stata notata e corteggiata. Ma quel suo non riuscire mai a soddisfare e soddisfarsi fino in fondo le lasciava un retrogusto strano che nel tempo l’aveva portata a non piacersi. Con la fica e la testa che urlavano il loro desiderio, il bisogno di godere, con la memoria degli sguardi di Dario, delle sue carezze, del suo cazzo, qualcosa nel modo di vedersi allo specchio era cambiato.
Si era infilata in doccia. L’acqua calda le aveva sciolto i muscoli, lavato via il sudore, ma non l’odore di lui che ormai le era entrato dentro. Aveva perso tempo sotto il getto, giocando con il sapone, accarezzandosi lentamente, mentre fantasticava su quali programmi Dario poteva avere per lei questa sera.
Si era vestita lentamente. Non aveva nemmeno cercato l’intimo. Si era fermata per qualche secondo in mezzo alla stanza, immaginando come lui avrebbe voluto che pisciasse. Un sorriso malizioso le si era disegnato sul viso.
Era andata in cucina. Ci aveva messo qualche minuto a trovare la ciotola che lui le aveva fatto usare giorni prima. L’aveva presa, portata in camera, aveva alzato il vestito e si era accucciata immaginandolo davanti a lei.
“Piscio per te, Padrone” sussurrò nella stanza vuota.
Solo allora aveva aperto le dighe, lasciando andare il potente rivolo che riempiva la ciotola velocemente. Una sola volta prima di uscire. Aveva scelto bene il momento. Cercò di immaginare il suo sguardo quando avrebbe trovato la ciotola piena del suo piscio, lì in camera, ad aspettarlo.
Si asciugò con le dita, poi le leccò con quel particolare brivido di piacere.
Sistemò il vestito, prese la borsa e, senza fretta, uscì di casa pregustando il tempo con le amiche.
Il viaggio fino al B&B fu costellato di ricordi, immagini, emozioni che tornavano senza chiedere permesso. Ogni vicolo sembrava riconoscerla, restituirle frammenti di ciò che era stato.
Si fermò a metà strada e tirò fuori il telefono. Le dita scivolavano sullo schermo mentre un sorriso le si allargava sul viso, quel sorriso di chi ha un segreto troppo bello per tenerlo dentro e troppo scandaloso per raccontarlo.
*”Dieci minuti e sono lì. Ho voglia del café con leche di Blanca, e con quello sarò pronta a rispondere alle vostre domande. Ma sceglierò io a quali rispondere. Voi preparatevi perché le risposte potrebbero farvi cadere le mutande.”*
Riprese a camminare, il telefono ancora in mano, il sorriso ancora lì. Una donna anziana seduta sulla soglia di casa la seguì con lo sguardo, incuriosita. Due ragazzi che fumavano all’angolo si voltarono al suo passaggio.
Non era il collare, quello lo copriva il vestito. Era qualcos’altro. Il modo in cui camminava, forse, i fianchi che ondulavano con una morbidezza nuova, senza fretta, come se il tempo fosse diventato un alleato invece che un padrone. Il sorriso che non riusciva a spegnere, quello di una bambina che ha rubato la marmellata e non vede l’ora che qualcuno se ne accorga. E gli occhi. Gli occhi che cercavano la gente, che si posavano sui passanti con una fame gentile, come se volesse condividere qualcosa che non poteva dire. Una vecchia con la borsa della spesa. Un uomo in giacca che parlava al telefono. Una madre con due bambini aggrappati alla gonna. Anita li guardava tutti, li raccoglieva con lo sguardo, e in ognuno di loro cercava un testimone muto della sua felicità.
O come se lei appartenesse a qualcuno, e questo la rendesse più libera invece che meno.
I telefoni vibrarono insieme. Due ronzii sul tavolo di legno, come insetti sincronizzati.
Jimena smise di camminare avanti e indietro. Blanca posò la tazza che stava stringendo da mezz’ora.
Lessero in silenzio, le teste chine sugli schermi, il respiro sospeso.
Poi Jimena sbuffò. Una risata strozzata, a metà tra il sollievo e l’incredulità. “Farci cadere le mutande. Tre giorni senza sapere come sta e lei ci avvisa che ci farà cadere le mutande.”
Blanca si era già alzata. Aprì il frigo, tirò fuori il latte e il barattolo del latte condensato. “È felice. Lo senti, no? Da come scrive.”
“Sento che è pazza.”
“Anche quello.” Blanca prese la moka grande, la riempì d’acqua, aggiunse il caffè con gesti che conosceva da sempre. La fiamma si accese con un sibilo azzurro.
Jimena guardò l’amica muoversi per la cucina. “Cosa le avrà fatto, quello?”
Blanca non rispose subito. Versò il latte nel pentolino, lo mise sul fuoco accanto alla moka. Poi tirò fuori tre tazze dalla credenza. La sua, bianca con i bordi scheggiati. Quella di Jimena, rossa come il suo temperamento. E quella di Anita. Viola. Tutte le sfumature del viola, dal lavanda al prugna, che si rincorrevano sulla ceramica come un tramonto capovolto. La sua preferita da sempre.
Sul fondo di ognuna versò una dose generosa di latte condensato. Denso, lento, dolce.
“Qualcosa di giusto, a quanto pare.”
Jimena voleva ribattere. Dire che non c’era niente di giusto in un uomo che ti tiene tre giorni senza farti chiamare le amiche. Ma le parole le morirono in gola. Perché quel messaggio non era il messaggio di una donna in pericolo. Era il messaggio di una donna che aveva trovato qualcosa.
Si appoggiò al frigorifero. Incrociò le braccia. Le sciolse. Non sapeva cosa fare delle proprie mani.
La moka iniziò a borbottare. Blanca la tolse dal fuoco un attimo prima che il caffè salisse troppo, distribuì il liquido scuro nelle tre tazze. Poi aggiunse il latte caldo, mescolando piano, una alla volta. Il barattolo della cannella venne dopo, una spolverata abbondante su ognuna. Il profumo si allargò nella cucina, caldo, familiare.
“Cerca di non saltarle addosso appena entra.”
“Non prometto niente.”
Ma lo disse piano. Blanca prese la tazza rossa e quella bianca, le portò al tavolo. Tornò a prendere quella viola.
Il rumore della porta d’ingresso le bloccò entrambe.
Jimena si irrigidì. Le mani tornarono a chiudersi a pugno lungo i fianchi, il respiro sospeso, gli occhi puntati verso il corridoio.
Passi. Lenti. Sicuri.
Blanca sollevò la tazza viola.
Anita apparve sulla soglia della cucina nello stesso istante in cui la ceramica toccò il tavolo, al suo posto, come se fosse sempre stato lì ad aspettarla.
Per un momento nessuna parlò.
Quel sorriso che le trasfigurava il viso. Gli occhi che brillavano di qualcosa che le amiche non riconoscevano, qualcosa che la rendeva quasi un’altra.
Guardò prima Jimena, il corpo teso, pronto a scattare, ad azzannare. Poi Blanca, che stava passando una tazza a Jimena, quasi per darle qualcos’altro a cui pensare.
Non disse niente. Aprì le braccia e le guardò, aspettando. Il sorriso diceva tutto.
Si avvicinò a Jimena e le stampò un bacio sulla guancia prima che potesse reagire. “Ciao fiera.” Poi uno a Blanca, più morbido, sulla tempia. “Ciao tesoro.”
Sfiorò la tazza viola con le dita, il calore della ceramica sotto i polpastrelli. “Ho camminato per tutta Siviglia sognando questo caffè.” Alzò lo sguardo sulle amiche. “E voi due. Soprattutto voi due.”
Poi le amiche la guardarono. Accarezzarono con lo sguardo il collare. Lei. I suoi occhi.
Jimena fece un passo avanti. Si fermò. C’era qualcosa nel viso di Anita che non aveva mai visto. Qualcosa che le fece dimenticare tutte le domande che aveva preparato, tutti i rimproveri che si era ripetuta in quelle due notti insonni.
Blanca spostò la sedia e si sedette al grande tavolo di legno che era stato della sua famiglia. Generazioni di donne si erano sedute a quel tavolo a parlare. “Vieni,” disse semplicemente. “Siediti con noi.”
Anita girò attorno al tavolo come aveva fatto migliaia di volte. I piedi conoscevano la strada, sapevano dove scricchiolava il pavimento, dove evitare l’angolo della credenza. Si lasciò cadere sulla sedia di fronte a Blanca, come se quei dieci minuti di cammino e quei tre giorni di tutto le fossero piombati addosso in un istante. La schiena alla finestra, la luce del pomeriggio che le accarezzava le spalle. Il suo posto. Da sempre.
Jimena accettò di sedersi, come sempre al suo posto, a capotavola. Da lì poteva guardare entrambe. Da lì aveva sempre controllato, protetto, comandato.
Tre donne. Tre sedie. Lo stesso tavolo di sempre.
Ma qualcosa era cambiato.
Silenzio. Ma non pesante. Un silenzio che aspettava, paziente.
Fu Blanca a romperlo, con quella voce che aveva quando voleva capire, non giudicare.
“Sei diversa, niña.”
“Diversa come?”
Blanca inclinò la testa. “Non lo so ancora. Ma qualcosa è cambiato. Qui.” Si toccò il centro del petto.
Jimena non aveva ancora aperto bocca. Fissava il collare come se potesse incenerirlo con lo sguardo. Le dita tamburellavano sul tavolo, l’unico sfogo che si concedeva.
“È viola,” disse infine. La voce era piatta, controllata.
“Sì.”
“Il tuo colore.”
“Sì.”
“L’ha scelto lui.”
Non era una domanda. Anita annuì comunque.
Jimena inspirò. Espirò. Le dita smisero di tamburellare.
“Okay.” Una pausa lunga. “Okay.”
Blanca le lanciò uno sguardo sorpreso. Si aspettava l’esplosione, le domande a raffica, il terzo grado. Invece Jimena stava lì, le mani finalmente ferme, gli occhi che cercavano quelli di Anita.
“Dimmi solo una cosa,” disse Jimena, e la voce era diversa adesso, più morbida, quasi fragile. “Sei felice?”
Anita sentì qualcosa stringerle la gola.
“Sì.”
“Felice vera o felice cazzo-finalmente-scopo?”
Blanca soffocò una risata. Anita sorrise.
“Tutte e due.”
“Allora bene.” Jimena si alzò, andò ai fornelli. “Allora bene,” ripeté, più a sé stessa che alle altre. “Ti faccio qualcosa da mangiare. Hai una faccia che sembra non mangi da tre giorni.”
“Non sono tre giorni.”
“Sono tre giorni esatti, Pitufina. Li ho contati.”
Blanca si sporse verso Anita, la voce bassa. “Non ha dormito. Nessuna delle due ha dormito.”
“Vi avevo mandato un messaggio.”
“Un messaggio.” Jimena aprì il frigo, tirò fuori un barattolo di ceci già cotti, un mazzo di spinaci. “Un cazzo di messaggio in tre giorni.”
“Due messaggi.”
“Oh, scusa. Due messaggi. Praticamente un romanzo epistolare.”
Anita rise. Era bello essere a casa. Era bello essere presa in giro da chi ti ama abbastanza da farlo.
Jimena versò olio d’oliva nella padella, aggiunse aglio tritato. Il profumo iniziò a riempire la cucina. Cumino, paprika. I gesti antichi di un piatto che aveva attraversato secoli, dalle cucine moresche fino a quel tavolo di legno.
Blanca le prese la mano. “Il collare. Come pensi di…”
“Di spiegarlo?”
“Di portarlo in giro. La gente parlerà.”
Anita ci pensò. In realtà non ci aveva pensato affatto. Camminando per Siviglia non le era importato. Le importava adesso?
“Dirò che è un regalo. Un gioiello.”
“Un gioiello.” Jimena stava tagliando il pane con gesti secchi, preparandolo per tostarlo. “Con la fibbia.”
“Ci sono collane con la fibbia.”
“Non così.”
“E allora dirò la verità. Che è un collare. Che me l’ha regalato un uomo. Che mi piace portarlo.”
Silenzio. Solo il rumore del coltello sul tagliere, degli spinaci che sfrigolavano nell’olio con i ceci.
Poi Jimena si girò. Aveva gli occhi lucidi, ma poteva essere l’aglio.
“Ti ha fatto male?”
“No.”
“Ti ha fatto cose che non volevi?”
“No. Solo cose che non sapevo di volere.”
Jimena tornò ai fornelli. Mescolò gli spinaci con i ceci, aggiunse altra paprika. Il pane finì sulla piastra a tostare.
“E cosa vi fate?” chiese Blanca, con quella curiosità innocente che nascondeva una mente molto meno innocente.
“Blanca!” Jimena quasi si strozzò.
“Cosa? Sono curiosa. Non è illegale essere curiosa.” Poi guardò Anita con un mezzo sorriso. “E poi ci avevi promesso che ci avresti fatto cadere le mutande.”
Anita rise. “Vuoi un resoconto dettagliato nei particolari e superficiale nei sentimenti, o il contrario?”
“Tutti e due.”
Anita ci pensò. Guardò le sue amiche, queste due donne che l’avevano vista in ogni stato possibile. Che l’avevano raccolta da terra più volte di quante potesse contare. Che l’amavano senza condizioni, anche quando non capivano.
“Va bene,” disse. “Ma non mi interrompete.”
Si sporse sul tavolo. Abbassò la voce.
Iniziò dalla prima sera. La feria. Lo scontro. Il parco.
Jimena aveva smesso di mescolare. Blanca si era avvicinata, la sedia che strisciava sul pavimento senza che se ne accorgesse.
Raccontò del piscio sull’erba, di come lui l’avesse guardata accucciarsi come una cagna. Le mandibole delle amiche scesero di un centimetro.
Raccontò del giorno dopo. Il tavolo. Le quattro dita. Felpudo. La corda con i sette nodi che le segava la clitoride a ogni passo mentre camminava per Siviglia. Le mandibole scesero ancora.
Raccontò del vicolo. Del gancio. Del suo cazzo nel culo mentre lei supplicava contro un muro.
Silenzio assoluto.
Poi Blanca, con un filo di voce: “E tu non hai ancora goduto?”
“No.”
“In tre giorni?”
“In tre giorni.”
“Hostia puta.”
Fu in quel momento che l’odore le raggiunse. Tutte e tre insieme.
“Il cibo!” Jimena scattò verso i fornelli. Gli spinaci erano diventati marroni sui bordi, i ceci si erano attaccati alla padella. Il pane sulla piastra era nero da un lato.
“Merda, merda, merda.” Jimena spense il fuoco, afferrò la padella, la guardò con disperazione.
Blanca scoppiò a ridere. Poi Anita. Poi Jimena, nonostante il disastro.
“È colpa tua,” disse Jimena, puntando il cucchiaio di legno verso Anita. “Tu e le tue storie di culi e corde.”
“Hai chiesto tu.”
“Ha chiesto Blanca!”
“Tu non hai detto di no.”
Jimena guardò la padella. Salvò quello che poteva, grattando via il bruciato, aggiungendo un filo d’olio. Il pane tostato andò nella spazzatura, ne tagliò altro.
“Mangia,” ordinò, mettendo davanti ad Anita un piatto di spinaci e ceci mezzi bruciati. “E sappi che questo disastro culinario è interamente colpa della tua fica.”
“Della mia fica che non gode.”
“Appunto. Tre giorni.” Jimena scosse la testa. “Io dopo tre ore divento una bestia.”
“Anche dopo tre minuti,” aggiunse Blanca.
“Zitta tu.”
Anita mangiò. Nonostante il bruciato, il sapore era quello di sempre. Cumino, paprika, olio d’oliva. Il sapore di casa, di sicurezza, di vent’anni di amicizia.
“Stasera torni da lui?” chiese Blanca.
“Sì. Passa a prendermi alla tienda.”
“Ha dei programmi, ha scritto.” Jimena masticava con aria pensierosa. “Che tipo di programmi?”
“Non lo so.”
“Non lo sai o non vuoi dirlo?”
“Non lo so davvero. È così che funziona.”
Jimena posò la forchetta. La guardò a lungo.
“Questa cosa mi fa paura,” disse infine. “Ma hai gli occhi che non avevi da anni. Quindi mangio la mia paura e sto zitta.”
“Tu? Zitta?”
“È uno sforzo enorme, te lo assicuro.”
Risero tutte e tre. Quel suono che riempiva la cucina da vent’anni.
Anita finì il piatto. Si alzò.
“Vado in camera. Ho bisogno di stare un po’ sola.”
Jimena si alzò per prima. La strinse forte, senza dire niente. Poi Blanca, più morbida, le braccia che la avvolgevano come una coperta.
“Vai,” disse Blanca, lasciandola andare. “Riposati.”
“E se hai bisogno di noi, siamo qui,” aggiunse Jimena. “Sempre.”
Anita annuì. Aveva la gola stretta. Salì le scale senza girarsi, ma sapeva che la stavano guardando fino a quando non scomparve nel corridoio.
Le due donne restarono in silenzio. Ascoltarono i passi di Anita, la porta della camera che si chiudeva.
Poi si guardarono.
Jimena scosse la testa lentamente. “Tre giorni,” disse. “Tre giorni senza godere. Con tutto quello che le ha fatto.”
Blanca si morse il labbro. Cercò di trattenersi. Non ci riuscì.
La risata le esplose fuori, contagiosa, inarrestabile. Jimena provò a resistere, ma durò tre secondi. Poi rise anche lei, piegata in due, le lacrime agli occhi.
“Il gancio nel culo,” ansimò Blanca.
“La corda sulla clitoride.”
“E lei che cammina per Siviglia come se niente fosse.”
“Con sette nodi.”
Risero ancora, aggrappandosi al tavolo per non cadere.
Jimena iniziò a raccogliere i piatti, ancora scossa da piccole ondate di riso. Blanca aprì il rubinetto, riempì il lavandino.
“Però,” disse Blanca, passandole un piatto da asciugare. “Hai visto come la guarda? Quando ne parla, intendo.”
“Come se fosse l’unica cosa reale al mondo.”
“Esatto.”
Jimena asciugò il piatto in silenzio. Lo ripose nella credenza.
“Mi fa paura,” ammise.
“Anche a me.”
“Ma?”
Blanca le passò un altro piatto. “Ma forse è quello che le serviva. Qualcuno che la veda tutta. Anche le parti che nasconde a noi.”
Jimena ci pensò. Vent’anni di amicizia. Vent’anni a raccogliere i pezzi di Anita dopo ogni uomo sbagliato.
“Tre giorni,” ripeté, scuotendo la testa. “Io dopo tre ore ammazzo qualcuno.”
“Dopo tre minuti.”
“Zitta e lava.”
Blanca rise. Continuarono a rassettare la cucina, il rumore dei piatti e dell’acqua che riempiva il silenzio, mentre di sopra Anita si chiudeva la porta alle spalle.
Anita salì in camera con l’anima più leggera dopo avere condiviso quello che stava vivendo con le amiche. Erano troppo importanti per lei, non voleva perderle. Le sentì fare caciara e ridere come al solito, un suono che la fece sentire ancora di più a casa.
Si chiuse la porta alle spalle e si spogliò mentre si muoveva per la stanza, come un serpente che cambia pelle. Mentalmente stava ripassando la lista dei compiti. Appese il vestito nuovo e poi indossò le scarpe viola, camminando per la stanza, fino a fermarsi davanti allo specchio, ammirandosi. Lei stessa faticava a riconoscersi. Un ricordo da bambina la folgorò, una scena de “Il mago di Oz”. Con un semplice movimento fece battere tre volte i tacchi esprimendo il desiderio che lui comparisse nella stanza. Poi scoppiò a ridere come una sciocca.
Senza togliersi le scarpe si avvicinò al letto. Il cuscino sembrava osservarla imbronciato, quasi avesse saputo di Felpudo e ne fosse geloso. Si avvicinò al cuscino. “Ciao, Moradito” sussurrò, usando il nome segreto che non aveva mai detto a nessuno. “Mi sei mancato.” Era una bugia, ovviamente. Non le era mancato. Per la prima volta in vent’anni, non le era mancato. Aveva avuto qualcos’altro, qualcun altro. Un uomo vero con mani vere e una voce che le entrava nelle ossa. Ma Moradito non poteva saperlo. Non poteva sapere che il suo regno era finito, che il trono di lino viola su cui aveva regnato per così tanto tempo ora apparteneva a qualcun altro. Si mise a cavalcioni, iniziando a muoversi con lentezza, gustando il ruvido del suo amato cuscino, come si adattava al suo corpo, al suo sesso. Ma era diverso, ora. Prima Moradito era tutto. L’amante silenzioso che non giudicava, che non chiedeva, che non se ne andava la mattina. Ora era solo un esercizio. Un compito da svolgere per qualcun altro. E stranamente, questo lo rendeva più eccitante.
Oramai era ipersensibile, ma la sua testardaggine, il suo orgoglio non le permettevano di arrendersi così facilmente. Ascoltò ogni minima variazione del proprio corpo, ogni brivido, ogni ondata di piacere che cresceva. Lentamente si lasciò trasportare da quella dolce corrente fino al primo limite, fermandosi molto vicino all’esplosione. Si aggrappò al cuscino, gli occhi chiusi, concentrata sul respiro per restare in quello stato di piacere senza andare oltre. Poi l’onda passò, calò, si placò. Si girò a pancia in su, lasciando che il cuscino scivolasse sopra di lei. “Moradito, divertiti, fammi impazzire come sai fare tu” mormorò al cuscino mentre iniziava a muoverlo avanti e indietro, spalancando le gambe, offrendosi a quel nuovo modo di strusciarsi. La fantasia volò, impazzita, riportando ricordi di quando era ragazzina e si masturbava a ripetizione in quel modo, ma anche facendole ricordare quando Dario si era strofinato, tra le sue cosce, contro la sua clitoride. Tutti quei ricordi la fecero decollare molto rapidamente verso un potenziale nuovo orgasmo. Prima era lei a decidere quando fermarsi. Era sempre stata lei. Moradito non aveva voce in capitolo, non aveva mani per trattenerla, non aveva occhi per guardarla mentre si contorceva sul bordo. Era il suo segreto, il suo potere, la sua piccola tirannia solitaria.
Ora si fermava per lui. Per un uomo a chilometri di distanza che forse in quel momento stava pensando ad altro, che forse non sapeva nemmeno che lei era lì, a cavalcioni del suo vecchio amante di stoffa, a negarsi per obbedire a un ordine.
Era assurdo. Era meraviglioso. Era esattamente quello che aveva sempre cercato senza saperlo.
Le gambe si chiusero come il morso di un molosso, impedendo a se stessa di continuare a strofinarsi.
La terza volta usò le dita, giocando lentamente con la clitoride che, sotto il suo sapiente tocco, si gonfiò quasi quanto un pene. Quando si fermò, questa volta il corpo fu attraversato da spasmi. Le ci vollero parecchi minuti per riprendersi. Guardò il grande orologio e si rese conto che rischiava di fare tardi. Gliene mancava solo uno. Baciò Moradito, ringraziandolo, prima di andare sotto la doccia, trovare la temperatura giusta dell’acqua e usare il getto per giocare con il proprio piacere. Variò la tipologia di getti, come se stesse cambiando la vibrazione di uno dei dildo che di solito usava Jimena. Raggiunto il precipizio per la quarta volta, si lavò, si asciugò, si cosparse di crema, si profumò, infilò il vestito azzurro, ripose scarpe e vestito nella borsa e poi andò alla fiesta, in perfetto orario.
La serata fu un po’ più complessa del previsto. I suoi compagni di ballo, tutti, le fecero notare che era distratta, che si perdeva nelle figure, sembrava non fosse lei o che avesse bevuto. Hector notò il collare, la prese da parte parlandole in quel modo particolare in cui sapeva fare solo lui: sgridandola con dolcezza.
Riprese a ballare con maggiore concentrazione, provandoci almeno, ma era lontana dalla solita Anita. Almeno fino a quando, poco prima della fine, i suoi occhi incontrarono quelli di Dario.
Era lì. Al solito posto, in prima fila, con una birra. Come se non fosse successo niente. Come se non le avesse fatto quello che le aveva fatto. Come se non l’avesse aperta, svuotata, riempita di nuovo con qualcosa che non aveva nome.
La guardava.
Non come gli altri uomini, che cercavano le tette, il culo, la promessa di qualcosa. Lui la guardava come si guarda qualcosa che ti appartiene. Con la calma di chi sa che quella cosa è sua, che non deve conquistarla, che deve solo aspettare che torni.
Anita sentì il sangue accelerare. Le gambe ritrovarono il ritmo. I fianchi ripresero a ondeggiare con quella precisione che Hector le aveva insegnato in anni di prove. Ma non ballava più per il pubblico. Non ballava più per Hector o per il suo compagno di ballo.
Ballava per lui.
Ogni movimento era un’offerta. Ogni giro della gonna una promessa. Sapeva che lui vedeva tutto: il collare nascosto sotto i volant, il modo in cui il vestito le fasciava i fianchi, il rossore che le saliva dal petto ogni volta che i loro sguardi si incrociavano.
Era tornata. La più brava bailaora della scuola di Hector. Ma ora sapeva per chi ballava davvero.
Ringraziò l’ultimo compagno di ballo, baciò Hector e chiese scusa per la serata, poi corse negli spogliatoi, chiudendosi dentro, cosa che di solito nessuno faceva. Si spogliò e prese un po’ degli asciugamani usati dagli altri colleghi. Ne fece un approssimativo grosso salsicciotto e lo fissò sommariamente sulla panchina che aveva spostato al centro della stanza. Mettendosi a cavalcioni, iniziò a strofinarsi furiosamente, con la fretta di dover fare il compito, avvicinarsi per cinque volte e l’urgenza di raggiungere lui. Non prese nemmeno troppo tempo tra uno e l’altro e più di una volta rischiò di andare oltre il limite. Una veloce doccia fredda, una sistemata ai capelli, il trucco. Poi infilò le scarpe, il vestito e, come tocco finale, mentre andava verso la tienda, si fermò a comprare uno di quei fermagli per capelli con un fiore viola che si abbinava perfettamente al resto delle cose che indossava. Si guardò un’ultima volta allo specchio, fece tre profondi respiri e uscì per raggiungere Dario.
Il passo deciso, fiero, sulle sue scarpette magiche, avvolta da quello scudo protettivo che era il vestito che le aveva preso lui, il padrone dei suoi orgasmi e dei suoi pensieri. L’area della tienda dove lei comparve quasi ammutolì, anche la musica. Dario la osservava incantato, notando quanto quello che aveva scelto per lei esaltava la sua femminilità oltre ogni aspettativa.
Blanca e Jimena avevano deciso di farsi trasportare dall’entusiasmo di Anita. La prima aveva chiamato Mateo, il libraio vedovo con cui flirtava da un po’ di mesi. Jimena aveva mandato un messaggio al suo Rafa, un pompiere dal fisico imponente quanto la sua pazienza. L’unico uomo che riusciva a guardarla negli occhi quando esplodeva, ad aspettare che il fuoco si spegnesse da solo, e poi a chiederle semplicemente: “Hai finito?”. Ogni volta lei scoppiava a ridere. Ogni volta si arrendeva. Era il suo modo di amarla.
I quattro stavano insieme vicino al bancone quando Anita comparve.
Tutti e quattro rimasero a bocca aperta mentre osservavano la camminata di Anita verso Dario.
Jimena strinse il braccio di Rafa senza rendersene conto. Le unghie che affondavano nella stoffa della camicia. Lui non si mosse, non disse niente. Si limitò a coprirle la mano con la sua, enorme, calda, paziente.
Blanca cercò lo sguardo di Mateo. Il libraio si era tolto gli occhiali per pulirli, un gesto che faceva sempre quando non sapeva cosa dire. Quando li rimise, i suoi occhi erano lucidi dietro le lenti.
“È felice” sussurrò Blanca.
Mateo annuì. “Si vede.”
Jimena voleva dire qualcosa. Voleva correre là, afferrare Anita per un braccio, chiederle se era sicura, se sapeva cosa stava facendo. Ma Rafa le strinse la mano, piano, e lei capì. Non era il momento. Non era il suo ruolo. Poteva solo guardare la sua amica camminare verso qualcosa che non capiva del tutto, e sperare che non si facesse male.
A pochi passi da lui rallentò, preparandosi ad ogni sua richiesta, a sedersi sulla sua coscia. Lui invece la anticipò alzandosi, prendendola tra le braccia, baciandola, prima di sussurrarle “Sei splendida, nessuno ti toglie gli occhi di dosso.” Anita non riuscì a rispondere, imbarazzata, con il viso avvampato di vergogna. “Ho prenotato la cena in un ristorante non lontano da qui, spero che le scarpe che ti ho preso ti consentano di camminare…” Le offrì il braccio senza aspettare la risposta. Si girarono entrambi incrociando gli sguardi delle amiche, ancora a bocca aperta, e poi presero la direzione verso l’uscita della Feria.
Per strada chiacchierarono di cose normali, raccontandosi la giornata. Lui le raccontò a grandi linee come era andato il suo incontro. Lei gli raccontò della chiacchierata con le amiche.
Anita stava per aggiungere altro quando lui la spinse dentro un vicolo.
Il cuore le saltò in gola. Lo stesso gesto della sera prima. Lo stesso muro di pietra fredda contro la schiena. Ma questa volta sapeva. Sapeva che qualunque cosa stesse per succedere, l’avrebbe accettata. L’avrebbe voluta.
Le ordinò di alzare la gonna e, mentre lo faceva, Anita mormorò “Non indosso intimo, so che non lo volete… Signore…”.
La parola le scivolò fuori prima che potesse fermarla. Signore. Non l’aveva mai chiamato così. Non ad alta voce. Ma nel vicolo buio, con le mani che le tremavano sulla stoffa del vestito, sembrava l’unica parola possibile.
Dario la guardò per un secondo, gli occhi che bruciavano nel buio. Aveva sentito. Aveva capito.
Poi infilò una mano nella tasca della giacca.
Anita vide un bagliore rosa. Riconobbe la forma. Le amiche ne parlavano sempre, ridendo, scherzando su cosa avrebbero fatto se solo avessero avuto un uomo con cui usarli.
“Lovense” mormorò.
Dario sorrise. “Flexer.”
Le dita di lui la esplorarono prima, scivolando tra le pieghe già bagnate, assicurandosi che fosse pronta. Anita si morse il labbro per non gemere. Poi sentì qualcosa di freddo, di liscio, che premeva contro di lei. Che entrava. Una parte scivolò dentro, sistemandosi contro quel punto che lui conosceva fin troppo bene, mentre l’altra si adagiò sulla clitoride, abbracciandola.
Lui non disse niente. Prese il telefono. Toccò lo schermo.
Il Flexer prese vita. Due dita meccaniche che si muovevano dentro di lei, avanti e indietro, massaggiando il punto G con una precisione che nessun uomo aveva mai avuto. E contemporaneamente la parte esterna vibrava sulla clitoride, un ronzio sordo che le faceva tremare le cosce.
Anita si piegò in due, le mani tra le gambe, un gemito strozzato che le sfuggì prima che potesse fermarlo.
“Ma… al ristorante…”
Lui fece quel suo sorriso. L’angolo destro della bocca che si alzava. Il sorriso del bastardo. Il sorriso del padrone.
“Al ristorante ci divertiremo. Almeno io di sicuro.”
Prima che potesse rispondere, le ordinò di girarsi. Di piegarsi. Di allargarsi.
Anita obbedì. Il muro freddo contro le mani, il culo esposto all’aria della sera, il cuore che batteva così forte che era certa lo sentissero anche in strada.
Qualcosa premette contro il suo ano. Non le dita. Non il cazzo. Qualcos’altro. Freddo, liscio, insistente. Spinse piano, e il suo corpo si aprì per accoglierlo come se lo stesse aspettando.
Un altro giocattolo. Un altro pezzo di lui dentro di lei.
“Lush Anal,” mormorò Dario. Toccò il telefono.
Questa volta era diverso. Non movimento, ma vibrazione. Profonda. Viscerale. Qualcosa che le risuonava nelle budella, che le risaliva la spina dorsale, che le faceva vibrare organi che non sapeva di avere. Un basso continuo che veniva da dentro, dal centro del suo corpo.
Anita si raddrizzò di scatto, le gambe che cedevano.
“Tu sei…” ansimò, cercando le parole. “Tu sei…”
Dario si avvicinò. La mano destra le cinse la gola, quel gesto che ormai conosceva, che ormai bramava. La sinistra teneva il telefono come un’arma.
“Io sono?”
La voce bassa, scura, quella voce che le scioglieva le ossa. E mentre parlava, il pollice sfiorò lo schermo.
I due giocattoli si svegliarono insieme.
Il Flexer riprese a muoversi dentro la sua fica, quelle dita implacabili che la massaggiavano, la clitoride che vibrava. E il Lush le ronzava nel culo, nelle viscere, ovunque. Due ritmi diversi che si inseguivano, si scontravano, la riempivano da ogni parte.
Anita gli afferrò il braccio per non cadere. Le ginocchia cedettero. Il mondo diventò bianco. Poi tutto si spense.
“Andiamo, o rischiamo di fare tardi.”
Non era una richiesta. Era un ordine. Anita si aggrappò al suo braccio destro, camminando con gambe che non le appartenevano più, ogni passo una tortura, ogni movimento dei fianchi che faceva oscillare i giocattoli dentro di lei.
“Bastardo” sussurrò, la voce piena di quella dolcezza che riservava solo a lui.
Poi appoggiò la testa sulla sua spalla e si lasciò guidare nel buio.
Camminarono in silenzio per i successivi cinque minuti. Anita contava i passi. Contava i respiri. Ogni sampietrino sotto i tacchi era una scossa. Ogni oscillazione dei fianchi faceva premere i giocattoli in punti che non avrebbero dovuto essere toccati mentre si cammina per strada.
Lui camminava tranquillo. Come se niente fosse. Come se non avesse il telecomando della sua sanità mentale nella tasca della giacca.
Quando le luci di Casa Ozama apparvero tra gli alberi, Anita si fermò.
“Casa Ozama?” La voce le uscì più acuta del previsto. Conosceva quel posto. Tutti a Siviglia lo conoscevano. Era il ristorante dove portavi qualcuno che volevi impressionare, il posto delle occasioni speciali, delle proposte di matrimonio, degli anniversari importanti. “Come hai fatto a trovare un tavolo durante la Feria?”
Dario si limitò a sorriderle, quel sorriso che non rispondeva mai alle domande.
L’edificio era una villa del primo Novecento, edera sulle pareti color ocra, e oltre un arco di pietra si intravedeva il giardino: palme centenarie, bouganville, il profumo dei gelsomini che si mescolava a quello del cibo.
Lui parlò in inglese con il maître che li affidò a un cameriere. Li guidò attraverso la sala, poi fuori, nel giardino. Passarono tra i tavoli, coppie che cenavano a lume di candela, risate sommesse, il tintinnio dei bicchieri. Nessuno la guardava. Nessuno sapeva.
Il tavolo era in un angolo nascosto, protetto da un muro di rose e da una palma che sembrava piegata apposta per creare intimità. Due sedie, una di fronte all’altra. Candele. Tovaglia bianca.
Dario le spostò la sedia con quel gesto antico che gli uomini non facevano più. Un gentleman di altri tempi, elegante, premuroso. Le altre donne nel giardino probabilmente lo notarono, invidiarono Anita per quell’uomo che sapeva ancora come si tratta una signora. Ma non sapevano il resto.
Si chinò al suo orecchio mentre lei si accomodava.
“Apri le gambe,” sussurrò. “Voglio che la tua fica resti esposta per me sotto questo tavolo. Pronta per i miei desideri. Per tutta la cena.”
Anita si sedette. Obbedì aprendo le gambe sotto il tavolo, la gonna che scivolava sulle cosce nude. Aperta. Esposta. A disposizione del suo padrone.
L’aria fresca del giardino le accarezzò la fica che si bagnava ulteriormente, segreta custode del Flexer, il culo che stringeva l’altro giocattolo. Imbottita. Era l’unica parola che le veniva in mente. Imbottita di lui, delle sue fantasie, delle sue perversioni, in uno dei ristoranti più esclusivi di Siviglia.
Intorno a loro, l’élite della città cenava ignara. Uomini che indossavano completi costosi, donne con gioielli che brillavano alla luce delle candele, camerieri che si muovevano silenziosi come ombre. Conversazioni sommesse, risate educate, il tintinnio delicato del cristallo. Tutto urlava classe, raffinatezza, controllo.
Il pensiero di essere, forse, l’unica donna usata in quel modo accese ulteriormente la sua eccitazione. Si vide scopata sul tavolo in mezzo a quella sala, i commensali che applaudivano e apprezzavano. Quel pensiero si trasformò in desiderio, che le fece pensare di chiudere le gambe a causa del bisogno di provare di più. Poi il ricordo delle sue parole la fulminò.
Per un pelo riuscì a fermare l’ondata. Per poco non arrivò ad avere un orgasmo davanti a lui, a pagarne le conseguenze.
Tutto causato solo dai suoi pensieri, da come lui sapeva trasmetterle le sue perversioni.
Dario si sedette di fianco a lei con la calma di sempre. E appoggiò il telefono sul tavolo. Lo schermo rivolto verso di sé, la app già aperta. Due cursori. Due giocattoli. Due modi per farla impazzire.
Anita guardò il telefono come si guarda un’arma carica.
Lui sorrise. Sfiorò lo schermo.
I giocattoli presero vita dentro di lei, proprio mentre il cameriere si avvicinava al tavolo.
“Buonasera. Avete deciso?”
Anita strinse i bordi del tavolo con le mani. Doveva sembrare normale. Voleva rispondere. Dario ordinò per entrambi.
“Per iniziare, salmorejo e jamón ibérico de bellota. Poi carrillada al Pedro Ximénez per entrambi. E una bottiglia del vostro Albariño.”
Una pausa. Il cameriere annuì, pronto ad andarsene.
“Un’altra cosa,” aggiunse Dario con la stessa naturalezza con cui aveva ordinato il vino. “Portate via le posate della signora.”
Il cameriere esitò. Guardò Anita, poi Dario, cercando una conferma, un segnale che fosse uno scherzo.
“È qualcosa di difficile da fare per voi?”
La voce di Dario non era salita di un tono. Non aveva minacciato. Il cameriere si scusò, raccolse le posate di Anita e si allontanò rapidamente.
Anita lo guardò andare via con il suo coltello e la sua forchetta. Confusa. Eccitata. Che lui ordinasse per lei era nuovo, diverso, affascinante. Ma le posate? Perché non poteva avere le posate?
Cercò i suoi occhi. Lui le sorrideva, quel sorriso quasi beffardo che ormai conosceva.
Le dita continuavano a sfiorare lo schermo, i giocattoli che rallentavano, acceleravano, la tenevano sul bordo del piacere. L’aveva capita. Aveva letto nei suoi occhi la confusione, l’eccitazione, la domanda muta.
“Questa sera non solo decido io cosa mangi,” disse con voce tranquilla, come se stesse raccontando del tempo o del vino, “ma anche come e quanto.”
Alzò lo sguardo, cercò i suoi occhi.
“Appoggia le mani sul tavolo. Le voglio vedere.”
Anita obbedì. Le mani tremavano mentre le posava sulla tovaglia bianca.
“E non provare a muoverle da lì.”
La voce era scesa di due toni. Più scura. Più pericolosa.
Il cameriere tornò con gli antipasti. Due piatti di salmorejo, la crema di pomodoro densa e arancione con la sua guarnizione di uovo sodo e jamón croccante. Un tagliere di jamón ibérico, le fette sottili che brillavano alla luce delle candele. Posò tutto davanti a Dario.
Anita guardò il suo posto vuoto. Niente piatto. Niente posate. Solo il bicchiere di vino che lui le aveva versato.
Dario prese il cucchiaio. Lo immerse nel salmorejo. Lo sollevò verso di lei.
“Apri la bocca.”
Solo allora capì. Niente posate perché non le servivano. Lui l’avrebbe imboccata. Lui avrebbe deciso ogni boccone, ogni sorso, ogni respiro. E lei sarebbe rimasta lì, le mani ferme, le gambe aperte, i vibratori dentro, a ricevere quello che lui decideva di darle.
Come una bambina. Come un’amante. Come qualcosa di suo.
Aprì la bocca.
Il salmorejo era freddo, cremoso, perfetto. Il sapore di pomodoro maturo, aglio, olio d’oliva le esplose sulla lingua. Ma non era il sapore che la faceva tremare. Era il cucchiaio che lui ritirava lentamente. Era il suo sguardo che la studiava mentre masticava. Era la sua mano sinistra che sfiorava lo schermo del telefono mentre le portava un altro cucchiaio alle labbra con la destra.
“Brava,” mormorò. “Ancora.”
Il primo cucchiaio fu seguito da un secondo. Poi da un terzo. Dario la imboccava con una lentezza calcolata, studiando ogni sua reazione, ogni tremore delle labbra, ogni deglutizione.
Mentre la nutriva, parlava.
Le raccontò del suo primo viaggio in Spagna, vent’anni prima. Il cucchiaio rallentò mentre descriveva le strade di Granada di notte, si fermò a metà strada quando arrivò all’Alhambra all’alba. Anita restò a bocca aperta, in attesa, mentre lui si perdeva nel ricordo. Poi il salmorejo arrivò alle sue labbra, ricompensa per la pazienza.
Dario prese una fetta di jamón. La tenne sospesa mentre le parlava della corrida che aveva visto a Madrid. Il movimento del prosciutto seguiva il ritmo del racconto. Lento quando descriveva l’attesa nell’arena. Fermo quando arrivò al momento della verità. La fetta sfiorò le labbra di Anita, si allontanò mentre lui parlava del sangue sulla sabbia, tornò quando il toro cadde.
Lei aprì la bocca. Lui la ritirò ancora.
Rimase così. A bocca aperta. Ad aspettare che lui decidesse.
Il jamón entrò nella sua bocca solo quando lui ebbe finito di raccontare.
Il cameriere apparve. Dario alzò lo sguardo, cortese, mentre il pollice scivolava sullo schermo. Il Lush si svegliò dentro di lei. Anita trattenne un gemito mentre il cameriere versava il vino.
Quando se ne andò, Dario abbassò l’intensità e riprese a parlare.
Le disse cosa lo attraeva del BDSM. Non il dolore, non il potere. Il cucchiaio si immerse nel salmorejo mentre spiegava. L’attesa, disse. La costruzione. Il cucchiaio si sollevò, si fermò. Portare qualcuno esattamente dove vuoi, un millimetro alla volta. Il cucchiaio si avvicinò alle labbra di Anita, si allontanò. Come adesso, disse. E finalmente le diede il boccone.
Il salmorejo finì. Il jamón finì.
Dario le pulì la bocca con il tovagliolo mentre le parlava della differenza tra dominare e possedere. Il gesto era tenero, le parole no. Possedere è prendere, le disse. Dominare è ricevere. Tu mi stai dando tutto. Io lo custodisco.
La mano sinistra sfiorò il telefono. Il Flexer riprese a muoversi.
Il secondo piatto arrivò. La carrillada al Pedro Ximénez.
Dario tagliò un pezzo e le raccontò delle donne che aveva avuto prima di lei. Il boccone rallentò mentre descriveva cosa aveva imparato da ognuna. Si fermò del tutto quando le disse che nessuna era come lei. La carne arrivò alle sue labbra solo quando aggiunse: nessuna era vera.
Alzò entrambe le intensità. Anita si aggrappò al tavolo mentre lui continuava a parlare, la voce calma, il racconto che procedeva come se lei non stesse tremando. Le parlò di cosa lo eccitava di quella sera. Non il controllo, non i vibratori. Il segreto. La cosa nascosta in piena vista. Tutta questa gente che cena e non sa che ti sto nutrendo come un animale mentre lotti per non venire.
L’ondata arrivò. Lui la guardò negli occhi e abbassò i vibratori.
La cena proseguì così. Un boccone, un frammento di storia. Una pausa nel racconto, una pausa nel cibo. Lui le parlò della Feria, di cosa gli piaceva della Spagna, del perché aveva scelto quel ristorante. Ogni volta che il racconto si faceva intenso la forchetta si fermava, la lasciava sospesa, affamata. Ogni volta che la voce si addolciva il cibo arrivava.
Anita aveva smesso di essere una donna a cena. Era diventata una bocca che si apriva quando lui decideva. Un corpo che tremava quando lui voleva. Una fame che solo lui poteva saziare.
A un certo punto lui posò la forchetta. Prese il bicchiere di vino e lo portò alle sue labbra. Lei bevve quanto lui le permetteva di bere.
Una goccia le rimase sul labbro. Lui si sporse e la leccò via.
Anita smise di respirare.
“Hai ancora fame?”
Scosse la testa.
“Vuoi il dessert?”
La guardò. Lei capì che non stava parlando di dolci.
“Sì,” sussurrò. “Voglio il dessert.”
Dario fece un cenno al cameriere. “Il conto, per favore.”
Il conto arrivò. Dario pagò senza guardare la cifra. Si alzò, le porse la mano.
Anita si mise in piedi. Le gambe tremavano ancora. I vibratori ronzavano piano, quel basso continuo che non la lasciava mai.
Non andarono verso l’uscita.
Dario la guidò più in fondo nel giardino, oltre i tavoli, oltre le luci. La musica e le risate si affievolirono. Il profumo dei gelsomini si fece più intenso, quasi stordente.
Si fermarono in un angolo dove le bouganville creavano una nicchia d’ombra. Le radici di un vecchio ficus emergevano dal terreno come serpenti pietrificati, nodose, contorte, coperte di muschio.
Dario si fermò. La guardò.
“Spogliati.”
Anita si guardò intorno. Erano nascosti, sì. Ma non abbastanza. Qualcuno poteva passare. Qualcuno poteva vedere.
“Qui?”
“Qui!”
Si sfilò il vestito. Il viola scivolò lungo il suo corpo e cadde sull’erba. Rimase con le scarpe, il collare, i vibratori dentro di lei. Nient’altro.
L’aria della notte le accarezzò la pelle. I capezzoli si indurirono. Non solo per il fresco.
“Girati. Piegati.”
Obbedì. Le mani sul tronco ruvido del ficus, il culo esposto all’aria della notte.
Sentì le dita di lui tra le gambe. Trovarono il Flexer, lo afferrarono, lo estrassero lentamente. Anita gemette mentre le dita meccaniche lasciavano la sua fica, mentre la parte esterna si staccava dalla clitoride gonfia. Si sentì svuotata. Aperta. Vulnerabile. Grondante.
Dario le mostrò il vibratore. Lucido. Bagnato di lei.
“Guarda quanto sei stata brava a tenerli dentro per tutta la sera.”
Lo appoggiò sull’erba accanto al vestito.
Anita cercava di capire cosa avesse in mente, mentre il suo corpo urlava di voglia e desiderio.
Dario la studiò per un lungo momento. Poi indicò le radici ai suoi piedi.
“Inginocchiati.”
Si inginocchiò sulle radici del ficus. Il legno era duro sotto, nodoso, impietoso.
“Più avanti. Appoggiati.”
Si sporse in avanti. Una radice grossa le premette contro il pube, proprio sopra la clitoride. Un’altra le sfregò l’interno coscia. Anita ansimò.
“Muoviti,” ordinò lui. “Piano.”
Iniziò a muoversi. La corteccia era ruvida, quasi brutale sulla sua pelle. Si strofinava avanti e indietro, come aveva fatto con Moradito, come aveva fatto con gli asciugamani nello spogliatoio. Ma questo era diverso. Questo era la terra, le radici, la natura. E lui che guardava.
“Non fermarti.”
Anita continuò. La radice premeva esattamente dove il Flexer l’aveva torturata per ore. Legno contro carne. Ruvido contro bagnato. Sentì l’orgasmo avvicinarsi.
“Non venire.”
Rallentò. Strinse i denti. Il treno passò, vicinissimo, senza travolgerla. Di nuovo. Come tutta la sera. Come tutti questi giorni.
Dario abbassò la cerniera. Il suo cazzo era già duro.
Si avvicinò a lei, al suo viso, iniziando a schiaffeggiarla con la sua mascolinità, poi la afferrò per i capelli.
“Apri la bocca.”
L’aveva detto tutta la sera. Con il cucchiaio. Con la forchetta. Con il bicchiere di vino. Adesso era questo.
Aprì la bocca.
Lui entrò. Lentamente. Le riempì la bocca con la stessa calma con cui le aveva dato il cibo. Centimetro dopo centimetro.
“Questo è il tuo dessert,” disse, la voce roca.
Anita iniziò a succhiare. Lui, tenendola per i capelli, controllava il ritmo come aveva controllato tutto quella sera. La guidò avanti e indietro, usandole la bocca.
Con l’altra mano le spinse la testa più in basso.
“Strusciati mentre mi succhi.”
Anita riprese a muoversi sulle radici. Il legno che le premeva la clitoride mentre lui le scopava la bocca. Doppia tortura. Doppia obbedienza.
“Non venire,” ripeté. “Non finché non ho finito io.”
Lei succhiò più forte. Voleva che venisse. Aveva bisogno che venisse. Prima che lei crollasse.
Dario le tirò i capelli. La guardò lottare, tremare, resistere. Questa donna in ginocchio tra le radici, nuda tranne il collare che lui le aveva messo, la bocca piena del suo cazzo mentre lottava per non venire. Era magnifica. Era sua.
“Brava,” ansimò. “Cazzo, sei brava.”
Sentì la pressione crescere. Quel punto di non ritorno che conosceva, quella soglia oltre la quale il controllo non esiste più. Per un istante pensò di fermarsi, di negarsi come aveva negato a lei. Ma il pensiero durò meno di un secondo. La sua bocca era troppo calda, troppo bagnata, troppo affamata.
Anita lo sentì gonfiarsi sulla lingua. Sentì il suo cazzo diventare più duro, più grosso, pulsare contro il palato. Sapeva cosa stava arrivando. Lo voleva. Lo voleva dentro, voleva ingoiarlo, voleva prendersi almeno quello se non poteva avere il proprio piacere.
Lui le afferrò la testa con entrambe le mani. La tenne ferma. Spinse un’ultima volta, fino in fondo, fino alla gola.
Venne.
Il primo fiotto la colpì calda e densa, in fondo alla bocca. Anita deglutì d’istinto, senza ritirarsi. Poi un altro, e un altro ancora. Lui si svuotava dentro di lei con spinte brevi, roche, mentre un suono basso gli usciva dalla gola, qualcosa a metà tra un ringhio e una preghiera.
Anita ingoiava. Ogni contrazione del suo cazzo era un’ondata che lei accoglieva. Salato, denso, lui. Il sapore si mescolava a quello del vino, del salmorejo, del jamón. Tutto quello che lui le aveva dato quella sera, ora anche questo. Soprattutto questo.
Lui rimase dentro la sua bocca mentre i tremori si placavano. Non si mosse. Non la lasciò andare. Restò lì, il cazzo che si ammorbidiva sulla sua lingua, le mani tra i suoi capelli, il respiro che tornava lento.
Anita continuò a succhiare, piano. Delicatamente. Come per prendere tutto, non lasciare niente. Come per ringraziarlo.
Lui si ritirò. Il suo cazzo scivolò fuori dalle labbra di lei, lucido, svuotato. Una goccia rimase all’angolo della bocca di Anita. Lui si chinò, gliela asciugò con il pollice. Poi portò il pollice alle proprie labbra.
“Alzati.”
Si alzò. Le gambe quasi cedettero. La fica pulsava, la clitoride bruciava per il contatto con la corteccia, il corpo intero era in fiamme.
Dario raccolse il vestito. Glielo porse.
“Rivestiti.”
Anita guardò i vibratori sull’erba. “E quelli?”
Lui sorrise. Li prese, li mise nella tasca della giacca.
“Per dopo.”
Mentre si infilava il vestito, lui si ricompose.
Quando lei fu pronta, le prese il viso tra le mani. La baciò.
La prese per mano e la guidò via, attraverso il giardino profumato, nella notte di Siviglia.
Anita camminava con le gambe che tremavano, la fica che pulsava, il sapore di lui ancora sulla lingua. Tre giorni. Tre giorni senza venire. E la notte non era ancora finita.
Verso quella che in quei giorni era diventata la loro casa: la villetta.