Capitolo 09 – La Deriva

09 Legacy Back Of Woman by Loui Jover

Anita camminava come se fosse ubriaca. Le gambe erano molli. Le scarpe pesanti. Inciampava quasi a ogni passo, una buona scusa per rimanere aggrappata al suo braccio, respirare il suo odore.

Ma non era il vino, era tutto il resto.

Le strade di Siviglia a quell’ora avevano quella luce ambrata dei lampioni che trasformava ogni angolo in un dipinto sfocato. Musica lontana, risate da qualche terrazza, il profumo residuo dei gelsomini che si mescolava a quello di fritto e tabacco. La città viveva la sua notte come un animale a sangue caldo, e Anita ci galleggiava dentro senza riuscire a toccare il fondo.

Strinse il braccio di Dario. Sentì il muscolo sotto la stoffa della giacca, la solidità rassicurante di qualcosa che non cede. Da martedì sera il suo corpo non le apparteneva più. Non del tutto. Lui se ne era impossessato pezzo per pezzo, con la pazienza di chi smonta un orologio per capirne il meccanismo. E adesso lei camminava per le strade con quell’orologio aperto, le molle esposte, gli ingranaggi visibili a chiunque avesse saputo dove guardare.

Non riusciva a mettere in fila i pensieri. Le arrivavano a grappoli disordinati, come fogli sparsi da un colpo di vento.

Le radici. La corteccia che le graffiava l’interno delle cosce, ruvida e implacabile, mentre il legno le premeva la clitoride ancora gonfia e ipersensibile dopo ore con il Flexer. Il sapore di lui in bocca, mescolato al salmorejo, al vino, al jamón. Il modo in cui le aveva detto “brava” mentre lei lottava per non cedere, con la stessa voce con cui poco prima le aveva imboccato il cibo. Come se il suo piacere e la sua obbedienza fossero la stessa cosa. Come se nutrirla e usarla fossero due facce dello stesso gesto.

*Dario camminava e la sentiva aggrappata al suo braccio come un naufrago a un pezzo di legno. Le gambe di lei che cedevano a ogni passo, il corpo che si inclinava verso il suo come per gravità. E quel profumo, il suo profumo mescolato all’odore di sesso, al gelsomino, alla notte, che gli arrivava a ondate ogni volta che lei girava la testa.*

*Quattro giorni.*

*Con qualsiasi altra donna, a questo punto, avrebbe già perso il conto degli orgasmi. Il suo gioco era sempre stato quello: negare per un certo tempo, poi cambiare marcia, spremere il piacere fuori dal loro corpo fino all’ultima goccia, raccoglierlo, moltiplicarlo, restituirlo amplificato. Quella era la sua firma, il suo modo di possedere. Le faceva venire così tante volte che dopo non riuscivano più a camminare, a pensare, a ricordare il proprio nome. E lui si nutriva di quello, di quel potere di dare e togliere, di quel confine sottile tra la generosità e il dominio.*

*Con Anita non aveva dato niente. Non ancora. E il bello era che funzionava meglio di qualsiasi cosa avesse fatto prima.*

*Il cazzo gli pulsava nei pantaloni da quando erano usciti dal ristorante. Non era l’erezione urgente di chi ha fretta di scopare. Era qualcosa di più lento, più profondo. Un indurimento progressivo che seguiva il ritmo dei suoi pensieri. Ogni volta che la mente tornava a un ricordo, il sangue rispondeva. Le sue quattro dita dentro di lei sul tavolo, mercoledì, e gli occhi di Anita che lo guardavano senza paura. La corda che le segava la clitoride a ogni passo mentre ballava alla tienda come se niente fosse. Il suo culo che lo risucchiava nel vicolo mentre supplicava “sfondami” con una voce che non era più la sua. Le radici di mezz’ora fa, lei in ginocchio nuda nel giardino del ristorante con il suo cazzo in bocca e la corteccia che le graffiava la fica.*

*Quattro giorni di questa donna e aveva il cazzo permanentemente duro come un diciottenne.*

*Ogni volta che la portava vicino al limite e poi la tirava indietro, lei non si spegneva. Si accendeva di più. Come un fuoco a cui togli l’aria per un istante e che poi divampa con il doppio della forza. Il suo corpo non conosceva la rassegnazione, solo l’accumulo. Strato su strato, giorno dopo giorno, un piacere che non trovava sfogo e che le si depositava dentro come sedimento vulcanico, caldo, instabile, pronto a esplodere.*

*E questo lo iniziava a preoccupare. Non sapeva più se stava controllando lei o se lei stava controllando lui con la sua resa.*

Inciampò. Lui la tenne. Gli occhi di Anita cercarono quelli di Dario. Non c’era bisogno di aggiungere altro. Le parole erano diventate improvvisamente qualcosa di minimamente necessario.

Anita pensò a tutte le volte che aveva controllato il suo piacere. Da sempre, fin da bambina con il cuscino, quella capacità di restare sul bordo era stata la sua arma segreta, il suo territorio privato. Nessun uomo ne aveva mai trovato l’accesso, nessuno aveva mai capito che il vero piacere per lei non stava nel venire ma nel non venire. Nel cavalcare quel piacere per ore, giorni se necessario, tenendosi in equilibrio su un filo che solo lei conosceva.

Dario, come il Mangiafuoco di Pinocchio, si era impossessato dei suoi fili del piacere e ora li controllava.

Non con la forza. Peggio. Con la conoscenza. Si era infilato tra i suoi pensieri. Le aveva preso il controllo del suo stesso controllo, e la cosa che la spaventava di più era che non lo voleva indietro. Non ancora. Non stanotte. Forse non più.

Camminarono in silenzio per un tratto. I tacchi viola battevano sul selciato con un ritmo irregolare, sincopato, che tradiva il suo stato. Ogni tre passi il corpo le ricordava cosa avesse fatto quella sera. La fica pulsava con una cadenza lenta, profonda, come un secondo cuore. Le cosce erano appiccicose. Le ginocchia portavano il ricordo della corteccia, piccoli graffi che bruciavano appena a ogni piegamento. La gola aveva ancora l’eco di lui, quel sapore che non andava via nemmeno dopo il vino, che si era depositato da qualche parte tra la lingua e lo stomaco come una firma.

Era piena di lui e vuota allo stesso tempo.

Piena del suo seme, del suo odore, delle sue parole, dei suoi ordini che le ronzavano ancora nella testa come un mantra. Vuota perché il Flexer non c’era più, perché il suo corpo si era abituato a quella presenza costante dentro di lei e adesso sentiva la sua assenza come si sente un arto fantasma. E vuota perché l’orgasmo, quel maledetto orgasmo che le era stato negato per giorni, continuava a vibrare appena sotto la superficie, irraggiungibile, come l’acqua di un miraggio nel deserto.

*I suoi occhi cercarono quelli di Anita e Dario ci vide dentro qualcosa che riconobbe e che avrebbe preferito non riconoscere. Fiducia. Totale, irragionevole, pericolosa fiducia.*

*Abbassò lo sguardo. La feria finiva domenica.*

*Il pensiero gli si infilò tra le costole come una lama fredda. Domenica sera i fuochi d’artificio sul Guadalquivir, lunedì mattina l’aereo per Milano. Il lunedì dopo la scrivania, le mail, i venditori da gestire, le riunioni che si ripetevano come un rosario laico. E Anita che restava qui, con il suo B&B, le sue amiche, i suoi balli, la sua vita che non aveva spazio per un uomo che viveva a duemila chilometri.*

*Non ci pensare.*

*Ma il pensiero era già lì, un tarlo che aveva iniziato a scavare da giovedì notte, quando l’aveva guardata dormire abbracciata a Felpudo e si era scoperto a contare le ore che restavano invece delle cose che voleva ancora farle.*

*Strinse il suo braccio contro il fianco come per assicurarsi che fosse ancora lì. Che fosse reale. Che non fosse già un ricordo.*

La mente di Anita vagava mentre restava fisicamente in contatto con lui.

Un gruppo di ragazzi passò ridendo, uno con una bottiglia di manzanilla in mano, un altro che cantava una sevillana storpiata. Una coppia si baciava contro un muro, lei con le scarpe in mano, lui con la camicia fuori dai pantaloni. Siviglia durante la feria era questo: un corpo unico che sudava, beveva, si toccava senza chiedere permesso. E in mezzo a quel caos Anita camminava con il seme di un uomo nello stomaco e la fica che pulsava come una ferita aperta, e nessuno lo sapeva. Confidava di passare inosservata come tutte le altre donne che avevano incrociato, avvinghiate al proprio uomo, rese più sensuali dalla feria, dall’alcol, da qualcosa di magico che succedeva solo in quei giorni. Sperava di apparire solo un’altra donna aggrappata al braccio di un uomo, una coppia come mille altre nella notte andalusa.

Il pensiero di Milano gli bruciava ancora tra le costole. Lunedì sarebbe stato su un aereo e lei sarebbe stata qui. A ballare. A muovere quei fianchi davanti a uomini che l’avrebbero guardata con la stessa fame con cui l’aveva guardata lui martedì sera. Rodrigo e quel suo modo di tenerle la mano un secondo di troppo. E tutti gli altri che non riuscivano a staccarle gli occhi di dosso mentre ballava.

Il pensiero gli strinse lo stomaco come un pugno.

Voleva lasciarle qualcosa. Non un ricordo, quelli sbiadiscono. Un segno. Qualcosa che la pelle ricordasse quando la mente avrebbe iniziato a dubitare.

L’idea gli si materializzò improvvisa, nitida, come se fosse sempre stata lì ad aspettare il momento giusto.

Gli occhi di Dario scansionarono la strada. Lo faceva d’istinto ormai, quel calcolo rapido di luci, angoli, passaggi. L’arco di pietra lo vide prima con il desiderio che con gli occhi. Lo zaguán buio di un palazzo antico, il portone socchiuso, l’ombra che inghiottiva tutto a tre passi dalla strada.

Perfetto.

La spinse dentro con un gesto improvviso, quasi rude, che raccontava di un bisogno. Sentì il corpo di lei irrigidirsi appena, poi cedere. Lo conosceva già quel cedimento. Era il suo sì silenzioso, il momento in cui smetteva di essere Anita la maestra di flamenco e diventava la sua.

La pietra era fresca contro la schiena di Anita, un sollievo dopo il calore della notte. La mano di lui sul collo, sulla gola, possessiva, mentre gli occhi erano diventati fiamme che ardevano la sua anima, accendevano la sua passione. Il movimento fu contemporaneo. Le labbra, la lingua, che prendevano possesso della sua bocca, mentre la mano alzava e simultaneamente prendeva possesso della sua fica.

La mente di Anita si sdoppiò, da un lato pronta a donargli tutti gli orgasmi che avesse preteso, e dall’altra pronta a fermare tutti gli orgasmi che lui le avrebbe negato.

Non fece in tempo a realizzare l’assurdità di quel pensiero che una parola, una singola parola, pronunciata in quel modo che solo lui sapeva fare, la riportò violentemente alla realtà.

“Girati.”

Lo guardò solo per un istante, prima di ubbidire.

Anita si girò. Le mani contro la pietra, la fronte quasi appoggiata al muro. Sentì l’aria della notte sollevarle l’orlo del vestito.

“Alza la gonna.”

Le mani le tremavano. Afferrò il tessuto viola e lo tirò su, lentamente. Il fresco le morse le cosce, il culo, quella pelle che poche ore prima era stata esposta alle radici e adesso si offriva di nuovo all’aria e a lui. Mentre scopriva il suo culo generoso la mente non poté fare a meno di provare a immaginare, pensare… desiderare… cosa avesse in mente.

Sentì un suono che le fermò il respiro.

Lo scorrere della cintura nelle passanti dei pantaloni fu un suono lento, deliberato. Cuoio che scivolava su stoffa, un sibilo sottile che le si infilò nelle orecchie e scese dritto tra le gambe. Anita lo conosceva quel suono. Lo conosceva da una vita di fantasie mai confessate, di video guardati a notte fonda con una mano tra le cosce, di storie lette e rilette fino a consumarle. Ma sentirlo adesso, qui, con la faccia contro un muro di Siviglia e il culo nudo nell’aria, era diverso da qualsiasi fantasia.

Era reale. Era lui. E lei era bagnata prima ancora che la cintura la toccasse.

Anita chiuse gli occhi e aspettò. Le unghie si aggrapparono al muro aspettando il primo colpo, cercando di immaginare quanto avrebbe potuto essere diverso da quando si auto infliggeva quel tipo di piacevole dolore. Ancora una volta lei non avrebbe avuto il controllo. Il controllo della forza, del dove colpire, quanti colpi.

Dopo un tempo che non era in grado di definire arrivò, finalmente, il primo colpo. Secco, deciso, una rude carezza sulla chiappa destra. “Conta!” la voce di Dario, roca come mai prima, che le ordinava di contare. Un ordine che faceva bruciare di piacere la cinghiata appena presa, che la faceva grondare lungo le cosce. “Uno …” sussurrò eccitata.

Il colpo successivo arrivò più forte, sulla natica sinistra. “Non ho sentito bene!”

“Due … signore … ” disse con voce un po’ più forte, ma sempre più tremante di eccitazione. Una parte della mente di Anita uscì dal corpo, riuscendo a farle vedere la scena.

Il suo corpo piegato a novanta gradi, la gonna sollevata, il culo offerto, le gambe oscenamente aperte, in gesto di offerta. I capelli arruffati che le coprivano il viso. La sua voce che riverberava in quell’anfratto, mentre fuori passava la gente che rientrava dalla festa.

I colpi successivi arrivarono più ravvicinati, alternando quasi tutte le volte la chiappa da colpire, a volte cambiando la sequenza per provare a prenderla alla sprovvista.

Il decimo colpo, quasi fosse stato una sottolineatura, come il grano più grosso del rosario, arrivò dal basso, preciso, uno schiaffo con la cintura che avvolgeva tutta la sua figa. Il colpo la prese di sorpresa, facendola vacillare, tremare, spingendola improvvisamente in quel luogo di piacere e dolore che a lei piaceva tanto.

Poi i colpi ricominciarono sulle natiche. Dario riusciva a variare intensità e bersaglio ad ogni colpo, ma questa volta non le concesse tregua tra un colpo e l’altro. Il ventesimo colpo arrivò nuovamente a bersaglio sulla figa. Le ginocchia di Anita si piegarono. Un lungo gemito, soffocato, le usciva dalla gola, mentre cercava di riprendere il controllo del proprio corpo.

Dario aspettò pazientemente che lei riprendesse il controllo. Quando la vide riposizionare saldamente i piedi a terra, sporgere in offerta il culo che aveva preso un bel colorito rossastro, ricominciò. Non glielo aveva ordinato. Non le aveva detto di rialzarsi, di rimettersi in posizione, di offrirsi di nuovo. Lo aveva fatto da sola. Quella non era obbedienza. Era qualcosa di più raro, di più suo. Era volontà travestita da resa.

Il braccio iniziava quasi a dolere. Ricominciò a colpire avendo cura di variare la sequenza e il ritmo. Questa volta, però, non si fermò al trentesimo colpo e nemmeno al quarantesimo, arrivando dritto al momento in cui Anita, ansimante, mormorò “Cinq …uanta … “

Il fuoco, dalle chiappe, penetrava nella pancia, scaldandole l’utero che urlava di desiderio, facendo partire scintille lungo la spina dorsale che esplodevano nel cervello.

Mentre era aggrappata al muro cercando di riprendere fiato arrivarono, nuovamente, le cinghiate sulla figa. Lente, cadenzate, precise, bastarde.

Dario non si preoccupò del fatto che lei non avesse la forza di contare. Si godette, uno dopo l’altro, lo spettacolo dei cinque colpi che assestò sulla sua figa.

L’ultimo colpo la spezzò. Non le gambe, quelle avevano ceduto già da un pezzo. Le si spezzò qualcosa dentro, una parete che teneva separato il dolore dal piacere e che adesso non esisteva più. Rimase aggrappata al muro con le unghie, la fronte premuta contro la pietra, il corpo intero che vibrava a una frequenza che non conosceva. La fica bruciava. Il culo bruciava. La pelle era un unico nervo scoperto dal collo alle ginocchia. Eppure, non era dolore. Non più. Era qualcosa che stava dall’altra parte del dolore, un luogo che non aveva nome e dove l’aria aveva un sapore diverso.

Respirava a bocca aperta. Piccoli gemiti le uscivano dalla gola a ogni espirazione, involontari, animali. Le lacrime le rigavano le guance senza che se ne fosse accorta. Non lacrime di sofferenza. Lacrime di troppo. Di un corpo che non sapeva più in che altro modo liberare quello che aveva dentro.

Dario la guardò. Quella schiena che tremava, le chiappe di un rosso intenso, le gambe che si ostinavano a tenerla in piedi per pura testardaggine. Infilò la cintura con la stessa calma di quando la infilava la mattina.

Si avvicinò. Le scostò i capelli dal viso. Le baciò la nuca, piano, sopra il collare. Sentì il suo corpo sussultare al contatto, un brivido che non era paura.

Poi la mano scivolò nella tasca della giacca. Anita sentì qualcosa di freddo, di liscio, premere contro il suo culo. Riconobbe la forma. Un plug. Ma quando lui iniziò a spingere capì che la dimensione era importante.

“Rilassati.” Lui le ordinò mentre lo spostava dall’ano alla figa, strofinandolo per fargli raccogliere più umori possibili, prima di portarlo nuovamente dove doveva essere infilato.

Anita espirò. Lui spinse. Il metallo freddo scivolò dentro lentamente, aprendola. Quando finalmente scivolò dentro si sentì piena. Quell’oggetto con un certo peso era come un’ancora. Qualcosa a cui aggrapparsi mentre il resto del mondo girava troppo veloce.

Lui le abbassò la gonna. Le sistemò il vestito, i capelli. Le asciugò le guance con i pollici. La girò verso di sé e la baciò. Un bacio lento, diverso da quello di prima. Un bacio che non prendeva niente. Che restituiva.

“Andiamo a casa.”

Anita non era sicura che le gambe la reggessero. Si aggrappò al suo braccio e fece un passo. Poi un altro. Il plug si faceva sentire dentro a ogni movimento, un promemoria costante, una presenza che le occupava il corpo come i pensieri di lui le occupavano la testa. Le chiappe bruciavano sotto la stoffa del vestito. Ogni passo era un piccolo incendio.

Uscirono dallo zaguán. Il mondo era ancora lì. La musica, le risate, i lampioni ambrati. Come se niente fosse successo.

Incrociarono sul portone un uomo sulla cinquantina, elegante, leggermente alticcio, che rientrava nel palazzo con le chiavi in mano. Si fermò per lasciarli passare.

“Buenas noches,” disse, con un piccolo cenno del capo.

“Buenas noches,” rispose Dario.

Anita non disse niente. Camminava e bruciava, e il mondo non lo sapeva.

Fecero venti passi prima di incrociare un gruppo di ragazzi che camminava dall’altro lato della strada. Osservavano Anita. Il vestito stropicciato, il trucco sfatto, gli occhi lucidi, le gambe che non andavano dritte.

Anita li sentì ridere. Uno di loro disse qualcosa, forte, in andaluso stretto. Colse solo un paio di parole. Borracha. Guarrilla. Non aveva bisogno di capire il resto.

“Se sapessero la verità, non riderebbero.” La voce di Dario era calma e calda e, combinata con il braccio che la stringeva, fece sentire Anita sua e protetta. Lei non aveva bisogno di altro.

La villetta apparve in fondo alla strada. Anita accelerò il passo d’istinto, il corpo e la mente cercavano un rifugio. Dario, invece, si fermò davanti al cancelletto. Non lo aprì.

La guardò.

I suoi occhi erano quelli del predatore, anche se avevano una sfumatura diversa, particolare. Anita fece appena in tempo a chiedersi cosa gli passasse per la mente quando la sua idea di chiederglielo venne frantumata da una singola parola.

“Spogliati.”

“Qui?”

“Qui.”

Anita si guardò attorno, poi con voce supplichevole provò a chiedere.

“Dario, siamo in str…”

“Togliti tutto. Il vestito, le scarpe, tutto. L’unica cosa che entra in quella casa sei tu. Nuda. Con il mio collare al collo e il mio plug nel culo. Nient’altro. Voglio che entri nel modo più puro in cui tu sei mia.”

In quelle parole, in quel modo di pronunciarle era celato altro. Anita lo aveva percepito ma, nel suo stato, non era in grado di analizzare in maniera lucida.

Anita lo guardò negli occhi. Poi, senza abbassare lo sguardo, si sfilò le scarpe. Il vestito viola scivolò lungo il corpo e cadde sopra le scarpe.

Lei fece un passo indietro e si inginocchiò sul marciapiede in posizione nadu, cercando il suo viso, i suoi occhi la sua approvazione.

Era Nuda. In strada. Con il collare viola al collo e un plug che le teneva spalancato l’ano. Il culo che bruciava per le cinghiate, le guance ancora rigate dal trucco sfatto, i capelli un disastro. Nuda come si appartiene solo a chi ti ha visto tutta e non ha distolto lo sguardo. Nuda al di là dei vestiti.

Dario si mosse, raccolse il semplice fagotto fatto dal suo vestito e dalle sue scarpe e aprì il cancello. La guardò come si guarda il cucciolo a cui si è dato un ordine e ci si aspetta obbedisca, poi le disse semplicemente: “Aspetta qui.”

Arrivò fino alla porta principale, aprì la pesante porta poi le fece cenno di entrare.

In quel momento capì perché si era inginocchiata senza che lui glielo chiedesse. Non era sottomissione. Era il gesto più potente che avesse mai fatto. Se qualcuno fosse passato e l’avesse vista così, in ginocchio, nuda, con un collare al collo e un plug nel culo, su un marciapiede di Siviglia alle due di notte, avrebbe pensato a una puttana, a una pazza. Non avrebbe capito. Non poteva capire. Perché quello che faceva non lo faceva per loro, non lo faceva per sé stessa. Lo faceva per lui. E quello bastava a rendere ogni cosa giusta. Agganciò i suoi occhi.

Si prese qualche secondo prima di mettersi in posizione eretta, poi, con un passo che aveva qualcosa di regale, elegante, orgoglioso, lentamente si incamminò lungo il vialetto, raggiunse il suo padrone, l’uomo che aveva in mano il suo piacere, gli sorrise e, lentissimamente, entrò in casa.

Mentre varcava la soglia un pensiero le attraversò la mente. Un desiderio. Essere trascinata per le vie di Siviglia legata a un guinzaglio. Nuda. Di notte. Con la gente della feria che guarda e non capisce.

La porta si chiuse. Cercò di immaginare quello che lui aveva preparato per lei.

Anita non aveva potuto cogliere il movimento di Dario, che la aspettava semi nascosto dalla porta. Appena si chiuse la porta la afferrò per il collare agganciando con un gesto sicuro qualcosa all’anello.

Una catena di pelle intrecciata pendeva dal collare fino alla mano di lui.

Un guinzaglio.

Come se le avesse letto nella testa. Come se avesse sentito il suo desiderio prima ancora che lei finisse di elaborarlo nella sua fantasia.

Dario la guidò in silenzio lungo il corridoio. I tacchi viola di Anita battevano sul pavimento con un ritmo scomposto. Superarono la cucina, il bagno. Si fermarono davanti alla porta del seminterrato.

Dario la aprì. La scala scendeva nella penombra. L’aria che saliva era fresca, densa, con un odore di pietra e legno e qualcos’altro, cera forse, o cuoio. Ricordi delle precedenti sessioni le riaffiorarono alla memoria.

“Scendi!”

La tirata al guinzaglio fu delicata ma non ammetteva discussioni. Anita mise un piede sul primo gradino. I tacchi risuonarono sulla pietra come un battito cardiaco rallentato. La luce arrivava dal basso, calda, arancione, tremolante. Dario aveva mascherato le luci dando alla stanza una intimità diversa.

Scese lentamente, un gradino alla volta, il cuore che batteva così forte da sentirlo nelle orecchie. Quando arrivò all’ultimo gradino alzò lo sguardo, si fermò.

Al centro della cantina, c’era qualcosa che non aveva mai visto dal vivo. Un palo di legno, spesso, levigato, fissato orizzontalmente, con delle corde, tra due strutture fatte di sedie appoggiate su mattoni. Un’architettura artigianale, improvvisata, che però aveva una precisione che tradiva studio. Il bordo superiore del palo era stretto, affilato quasi.

Anita supponeva di sapere cosa fosse. Lo pensava perché lo aveva visto nei video, nelle storie, nelle fantasie che si concedeva a notte fonda. Lo sapeva perché il suo corpo lo riconobbe prima della mente e le mandò un’ondata di calore tra le gambe che quasi la piegò in due.

“Sai cos’è.” Non era una domanda.

Anita annuì, nervosamente, senza distogliere lo sguardo dalla cosa. La gola secca.

“Dimmelo.”

“Il cavallo spagnolo.” La voce era un bisbiglio.

“E sai cosa fa?”

“Sì.”

“Sai come si usa?”

Anita deglutì. Anche il gesto di annuire con la testa sembrava balbettare.

Dario dietro di lei aveva raccolto una delle sue corde di iuta. Le aveva preso le mani, guidate dietro la schiena. Sentì la corda avvolgerle i polsi, il nodo familiare che ormai riconosceva al tatto.

“Mettiti a cavalcioni.” Fu il primo ordine. La aiutò a mettersi in posizione, evitando che cadesse dai tacchi, poi scivolò dietro di lei. Le labbra contro l’orecchio. “Togliti i tacchi.”

Anita ubbidì, scalciò via le scarpe. I piedi nudi sfioravano a malapena il cemento freddo.

Senza i tacchi il peso iniziò a gravare sul palo, il contatto con la fica fu immediato, totale, brutale.

Un gemito le uscì dalla gola prima che potesse fermarlo.

Il palo le divideva le labbra, premendo con tutto il suo peso sulla clitoride, sul perineo, su ogni centimetro di pelle già torturata da tutto quello successo nelle giornate precedenti. Il dolore arrivò per primo, acuto, una lama di fuoco che le risalì dal bacino fino a dietro gli occhi. Poi, sotto il dolore, come una corrente sotterranea che scava la roccia senza fretta, il piacere. Quel piacere oscuro, denso, che Anita conosceva troppo bene. Quello che nasce dove non dovrebbe esserci godimento e invece si prova piacere lo stesso. Quello che da bambina l’aveva spaventata e da adulta era diventato il suo segreto più inconfessabile.

Provò a sistemarsi, a spostare il peso. Sbagliò tutto. Ogni movimento faceva oscillare la pressione, la spostava dalla clitoride al perineo e ritorno, e ogni spostamento era una scarica che le toglieva il respiro. Stare ferma era insopportabile. Muoversi era peggio. Respirare era un atto di coraggio.

Senza l’uso delle mani perdeva ogni possibilità di regolare il peso, di sollevarsi anche solo di un millimetro per concedersi un istante di tregua. Il corpo gravava interamente sulla fica, e la fica era l’unica cosa che la teneva sospesa. Il centro di tutto. Il perno su cui girava il mondo.

Il tempo smise di esistere. Lo spazio che la circondava diventò relativo.

Il piacere e il dolore si fusero in qualcosa che non aveva nome. La clitoride, gonfia, pulsava contro il legno con una cadenza propria, autonoma, come un organo separato dal resto del corpo che avesse deciso di vivere per conto suo. Anita sentiva ogni impercettibile irregolarità della superficie, come se la fica avesse sviluppato una sensibilità tattile che il resto della pelle non possedeva. Il plug nel culo amplificava tutto, premeva dall’interno mentre il palo premeva dall’esterno, e lei era schiacciata tra due forze che non le lasciavano via d’uscita. Piena da entrambe le parti. Stretta. Aperta. Esposta al punto che non sapeva più dove finiva il suo corpo e dove iniziava il legno.

Iniziò a oscillare. Non per scelta. Il corpo lo faceva da solo, un dondolio lento, involontario, avanti e indietro, che faceva scivolare la fica lungo il palo di pochi millimetri alla volta. Abbastanza da farla impazzire. Abbastanza da portarla vicino al bordo e tenerla lì, in bilico, in quel luogo dove non c’era differenza tra il venire e il morire. Il dondolio aveva qualcosa di ipnotico, di primitivo, come il movimento di una preghiera, di un rito che il corpo compie quando la mente si arrende.

“Guardami!” il tono imperioso.

Aprì gli occhi. Non si era accorta di averli chiusi. Dario era in piedi, davanti a lei, a meno di un metro. La guardava. Non con la frenesia di un uomo eccitato. Con la calma di chi studia, annota, memorizza. Con la stessa pazienza con cui, quattro giorni prima, aveva scandagliato i suoi pensieri e i suoi bisogni. I suoi occhi percorrevano il suo corpo come dita, dal viso rigato di lacrime al petto che si alzava e abbassava troppo in fretta, alla fica che premeva sul legno, alle cosce che tremavano per lo sforzo di non crollare.

“Non venire.” Il tono era cambiato di nuovo, perentorio e dolce.

Due parole. Due parole che pesavano come macigni mentre il suo corpo intero urlava il contrario. La fica premuta sul legno, il plug nel culo, le mani legate, le chiappe in fiamme, e lui in piedi lì davanti che la guardava come si guarda un’opera d’arte che si sta completando. E Anita capì, in quel momento, con una lucidità che non avrebbe dovuto avere, che Dario non le stava togliendo l’orgasmo. Le stava regalando qualcosa di più grande. Qualcosa che stava oltre l’orgasmo, in un territorio che la maggior parte delle persone non conoscerà mai.

Anita strinse i denti. Contrasse ogni muscolo che era in grado di contrarre. Cercò i suoi fili, quelli che Mangiafuoco le aveva rubato, e provò a tirarne almeno uno, quello che la teneva sul bordo senza cadere.

Lo trovò. Lo strinse. Si aggrappò.

I minuti passavano e il palo non perdonava. Il peso faceva il suo lavoro con la pazienza della gravità. Anita oscillava, gemeva, stringeva, mollava, stringeva di nuovo. Il sudore le colava lungo la schiena, tra i seni, lungo le cosce, mescolandosi ai succhi che le scendevano lungo l’interno delle gambe e gocciolavano sul legno.

Un suono uscì dalla sua gola che non aveva mai sentito prima. Non era un gemito. Non era un grido. Era qualcosa di più antico, più profondo, che veniva da un punto del corpo che non sapeva di avere. Un lamento lungo, continuo, che vibrava alla stessa frequenza del legno sotto di lei.

“Signore…” La voce era irriconoscibile. Rotta. “Non… non ce la faccio più.”

Non era la safeword. Era una supplica. La differenza era enorme e Dario la colse.

“A fare cosa?”

“A non venire.”

Tre parole. Tre parole che contenevano tutto. Quattro giorni di negazione, di accumulo, di quel piacere stratificato che le si era depositato dentro come lava che non trova il cratere. Il bordo non era mai stato così vicino. Poteva sentirlo sotto i piedi, il terreno che cedeva, la crepa che si allargava. Un respiro in più, un’oscillazione in più, un battito in più della clitoride contro quel maledetto legno, e sarebbe crollata.

Lo guardò e vide una luce diversa nei suoi occhi. Un mix tra divertimento e sadismo che non aveva notato prima. Nella sua mano era comparso qualcosa. Sottile, scura. Non capì cosa fosse finché lui non lo avvicinò alla pancia. Un piccolo fulmine luminescente e poi una frustata di dolore. Non insopportabile ma improvviso, puntuale. L’effetto fu quello di creare in lei un nuovo rimescolamento di emozioni. Arrivò una seconda, poi una terza scossa e poi altre ancora. Lo guardava, lo vedeva puntare prima con gli occhi, poi avvicinare lentamente la bacchetta. Pancia, cosce, seni, chiappe. Nessuna parte fu risparmiata e ogni parte dava una reazione diversa al dolore.

Il corpo e la mente di Anita erano lì, sospesi a pochi millimetri da terra, sospesi tra dolore e piacere, ad esplorare quei territori che da sola non era mai riuscita a scovare.

Le cosce tremavano, i polsi tiravano contro la corda. La fica era diventata il centro dell’universo, un punto rovente che pulsava con una forza che non era più sotto il suo controllo. I fili di Mangiafuoco le erano scivolati dalle mani. Tutti.

“Ti prego… La prego…” mormorò quasi singhiozzando.

Non aveva mai detto ti prego. Non così. Non con quella voce che non le apparteneva, che veniva da un luogo dove l’orgoglio non esiste e resta solo il bisogno, nudo, primitivo, totale.

“La prego Signore, mi faccia venire o mi tolga da qui, ma non mi lasci così.” La sua voce era quasi un piagnucolio.

Dario non disse niente. Le si avvicinò. Le prese il viso tra le mani. Pollici sulle guance bagnate, dita tra i capelli incollati di sudore. La baciò sulla fronte. Un gesto che non c’entrava niente con il sesso, con il dominio, con il gioco. Un gesto che c’entrava con tutto il resto. Contemporaneamente le aveva sciolto i polsi con un gesto semplice.

Poi le passò un braccio sotto le ginocchia, l’altro dietro la schiena, e la sollevò dal palo. Il sollievo fu così violento che Anita singhiozzò. La fica pulsava nel vuoto, libera, bruciante, ancora sull’orlo. Il corpo intero tremava contro il suo petto come un animale appena estratto da una trappola.

Dario la strinse. La tenne. Aspettò che il tremore si calmasse quel tanto da poter camminare. Poi, con lei in braccio, nuda, sudata, piangente, con il collare e il guinzaglio al collo, salì le scale.

Anita nascose il viso nel suo collo. Sentiva il battito di lui sotto la camicia, regolare, forte, un metronomo che la riportava sulla terra un battito alla volta. Sentiva le sue braccia, la fatica nei muscoli che la reggevano, il respiro che si faceva più pesante a ogni gradino.

Arrivarono davanti alla camera. Dario spinse la porta con la spalla.

Si fermò.

L’odore lo colpì prima dello sguardo. Acre, inconfondibile, animale. Al centro della stanza, sul pavimento, c’era una ciotola. La stessa ciotola in cui lei aveva pisciato ai suoi piedi mercoledì. Piena.

Anita sentì il suo corpo irrigidirsi. Le braccia che la reggevano si fecero più dure, la mascella si contrasse contro la sua tempia. Sapeva cosa aveva fatto. Non era sicura di sapere perché lo avesse fatto. Lo aveva lasciato lì la mattina, prima di uscire, come una cagna che marca il territorio. Un’offerta o forse una provocazione. Magari entrambe le cose.

Dario la posò a terra. In piedi. Anita barcollò, le gambe ancora molli dal cavallo, la fica che pulsava nel vuoto.

Non parlò subito. Si prese qualche secondo. Anita lo guardava, cercando di leggere i pensieri nei suoi occhi. Vide rabbia, sì. Ma sotto la rabbia qualcos’altro. Qualcosa che somigliava a fame.

“A terra.” Disse indicando il pavimento.

Anita si inginocchiò.

“A quattro zampe.”

Le ginocchia sul pavimento freddo, i palmi aperti, la schiena curva. Il plug nel culo, il collare al collo, le chiappe che bruciavano di anticipazione. Una cagna. La sua cagna.

Dario afferrò il guinzaglio. Tirò. Non verso il letto. Verso la ciotola.

Il percorso fu breve, tre metri forse, ma a quattro zampe, nuda, con il corpo stremato e la mente in fibrillazione, sembrarono trenta. Anita, anche se aveva lo sguardo basso di un cucciolo consapevole di avere combinato qualcosa, sapeva dove la stava portando. L’odore glielo diceva. Ogni passo avanti lo rendeva più forte, più presente, più suo.

Si fermarono davanti alla ciotola.

“Hai lasciato un regalo.”

La voce era fredda. Controllata. Ma Anita percepì il filo teso che vibrava sotto ogni parola.

“Sì, signore.”

“Senza che te lo ordinassi.”

“Sì, signore.”

“Guardalo.”

Anita alzò lo sguardo. Il suo piscio nella ciotola. Ore di riposo lo avevano reso più scuro, più denso. L’odore le riempiva le narici.

“Leccala!”

Una parola. Nessuna spiegazione. Nessun preambolo. Anita guardò la ciotola. Poi guardò lui. Nei suoi occhi non c’era crudeltà. C’era un’altra domanda. La stessa che le faceva da martedì sera, ogni volta che alzava l’asticella. Fin dove arrivi? Fin dove ti spingi per me?

Anita abbassò il viso. La lingua accarezzò la superficie. Il primo sorso fu il più difficile. Era tiepido, salato, con quel sapore metallico che conosceva. Il secondo sorso fu più facile. Il terzo non fu più un sorso ma un atto di devozione. Leccava, beveva il proprio piscio dalla ciotola come una cagna, a quattro zampe, nuda, con le chiappe che ancora frizzavano per le cinghiate e un plug nel culo, e la cosa che la sconvolgeva non era il disgusto. Era l’assenza di disgusto. Era il calore che le scendeva nello stomaco e le risaliva tra le gambe, come se anche quello fosse piacere, anche quello fosse sesso, anche quello fosse amore.

Per un istante si vide come lui la vedeva. Una cagna. Con tanto di coda e orecchie. E la cosa non le fece orrore.

“Basta.”

Alzò il viso. Le labbra bagnate. Gli occhi che cercavano approvazione.

Dario raccolse la ciotola. “In bagno. Cammina.”

A quattro zampe, Anita iniziò a muoversi verso il bagno padronale in camera. Le ginocchia protestavano sul pavimento duro, i palmi scivolavano sul proprio sudore. Lo sentiva dietro di lei, i passi lenti, il tintinnio del guinzaglio, la ciotola in mano.

“Nella doccia.”

Anita entrò nel grande box restando in ginocchio. Il piatto doccia era freddo sotto di lei.

Dario si spogliò. La camicia, i pantaloni, le mutande. Il cazzo era quasi duro, pesante, che puntava verso di lei come un’accusa. Ma non la toccò. Non con quello.

“Alza la faccia.”

Il primo getto la colpì in faccia. Il suo piscio, le colò tra i capelli, sulla fronte, lungo il naso, sulle labbra. Il secondo getto le bagnò il petto, scorse tra i seni, le rigò la pancia. Il terzo le scivolò lungo la schiena. Anita chiuse gli occhi. L’odore la avvolgeva, la sua stessa urina sulla pelle, nei capelli, ovunque.

La ciotola era vuota. Dario la posò.

Poi si avvicinò. In piedi, davanti a lei inginocchiata, il cazzo all’altezza del suo viso. Anita alzò lo sguardo. Sapeva cosa stava per succedere. Lo desiderava con una ferocia che la spaventava.

Il getto caldo la colpì sul collo. Non come quello della ciotola. Questo era vivo, caldo, diretto, un flusso continuo che le scorreva sul petto come una carezza rovente. Dario diresse il getto lentamente, con la stessa precisione con cui faceva tutto. Le bagnò i seni, la pancia, risalì verso il viso. Anita aprì la bocca. Non glielo aveva ordinato. Lo fece e basta.

Il piscio di lui le riempì la bocca. Salato, amaro, caldo. Diverso dal suo. Più forte. Più lui. Ne bevve un sorso, lasciò che il resto le colasse dal mento sul petto, tra le gambe, mischiandosi a tutto il resto. Coperta del suo piscio e di quello di lui

Quando il getto finì, Dario fece un passo indietro. La guardò. Coperta del piscio di lui e del suo stesso, in ginocchio nel box doccia, con il collare viola al collo che luccicava bagnato.

“Resta qui.”

Anita alzò gli occhi.

“Resta qui. Non muoverti. Non aprire l’acqua. Non ti pulire.”

Si voltò.

“Medita su quello che hai fatto.” Disse, uscendo dal bagno e chiudendosi la porta alle spalle.

Anita restò in ginocchio. Immobile. Il piscio che si raffreddava sulla pelle, il neon che ronzava, il silenzio della casa alle tre di notte. L’odore era ovunque. Il suo, il suo. Mescolati. Come i loro corpi, come le loro teste, come tutto quello che era successo da martedì sera.

Poi si sdraiò, ruzzolò in quel poco di urina rimasta nel piatto. Chiuse gli occhi. Non per meditare. Per sentire.

Sentiva ogni centimetro del suo corpo. La fica ancora gonfia dal cavallo. Il culo pieno del plug. Le chiappe che bruciavano. I polsi segnati dalla corda. I capelli incollati di piscio. Le lacrime secche sulle guance. Il sapore di lui in bocca, mescolato al suo, mescolato a tutto.

E in mezzo a tutto quel caos, a tutta quella sporcizia, a tutta quella degradazione, Anita si sentiva pulita. Più pulita di quanto si fosse mai sentita in vita sua. Come se ogni strato di convenzione, di vergogna, di giudizio fosse stato lavato via, e sotto fosse rimasta solo lei. La versione più vera di sé stessa.

Sorrise. Da sola, in ginocchio, coperta di piscio, nel bagno di una villetta di Siviglia alle tre di notte, sorrise.

Perché quello che aveva fatto non lo aveva fatto per nessun altro. Lo aveva fatto per lui. E quello bastava a rendere ogni cosa giusta.

Ancora una volta Anita perse la cognizione del tempo. Non si accorse del corpo che si raffreddava. Della porta che si apriva. Di Dario che scivolava vicino a lei, la prendeva tra le braccia, apriva l’acqua calda, la insaponava, la lavava, la accarezzava.

Quando Anita aveva aperto gli occhi, il bagno era pieno di vapore. Dario l’aveva avvolta in un grande telo di spugna morbida e, nuovamente, era tra le sue braccia, mentre la trasportava dal bagno al letto. Una parola le si materializzò nella mente, una parola che fino a martedì sera aveva letto solo nei forum e nelle storie: aftercare.

Subito dopo il pensiero che l’indomani sarebbe stato il suo turno delle colazioni al B&B.

“Signore, io domani devo fare le colazioni … non posso … “ era sfinita, fisicamente, emozionalmente.

“A che ora devi essere al B&B?” chiese con una voce calda e avvolgente come una coperta di cachemire, con una dolcezza che sapeva di nuovo per Anita.

“Alle 6.30 la colazione deve essere pronta … “

Dario la adagiò delicatamente sul letto, lasciandola avvolta nella spugna. Si sdraiò al suo fianco e la strinse a sé.

“Alle sei in punto sarai al B&B, ora dormi … “

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