Capitolo 04 – La Soglia

La porta si chiuse con un suono sordo. Una corda che si spezza sotto troppa tensione, i due capi che frustano l’aria nel separarsi. Da una parte Anita, il corpo ancora attraversato da scosse che non sapeva nominare. Dall’altra Dario, a fare i conti con qualcosa che non aveva previsto. Due animali della stessa specie che si erano appena annusati e ora restavano a fissare la porta chiusa, ognuno dal proprio lato, già affamati di tornare a mordersi.

Anita aveva iniziato a camminare in direzione della feria con le gambe che faticavano a reggere il passo. La vescica, tenuta a bada per ore, si ribellò di colpo. Come se il suo corpo, lontano da lui, non avesse più motivo di obbedire.

Mentre il corpo la tradiva, la mente non faceva altro che tornare a quanto era successo nelle ultime ore. A come lui aveva preparato tutto in ogni dettaglio, a come l’aveva accolta, a come l’aveva ribaltata in modi che non si aspettava. Il solo pensiero la faceva fremere di nuovo, le faceva contrarre il ventre, venire voglia di stringere le gambe. Anche se avrebbe desiderato altro, molto altro. Eppure, non del tutto consapevolmente, lei aveva scelto quella strada e ora doveva semplicemente accettarla.

Con tutte le difficoltà che il suo corpo e la sua mente le stavano mettendo lungo il percorso, cercò di accelerare il passo per arrivare il prima possibile al camerino dei ballerini. Aveva bisogno di una doccia e di cambiarsi. Ma più di tutto aveva bisogno di fare pipì.

Dario era rimasto a fissare la porta per qualche minuto. Sapeva che non si sarebbe riaperta. Lo sapeva. Eppure, restava lì, a fissare quel rettangolo di legno come se potesse materializzare Anita dall’altra parte per pura forza di volontà.

Poi si era mosso, aveva iniziato a rimettere in ordine tutto, mangiucchiando qualche tapas e sorseggiando un po’ di vino, mentre la mente stava ripensando a quel momento in cui si era ritrovato in quel punto dove il controllo si sfilaccia. Il pensiero era tornato ad anni fa, a quella donna che glielo aveva fatto perdere. L’aveva persa. Cazzo, l’aveva persa. E non c’era stato modo di tornare indietro, di riprendersela, di cancellare quel momento in cui il dominio gli era scivolato tra le dita come acqua.

Aveva provato a giustificarsi migliaia di volte adducendo come attenuante la sua poca esperienza in quel mondo. Quel ricordo era rimasto il suo monito, la sua guida negli incontri e relazioni precedenti. Almeno fino a qualche minuto prima, con Anita.

Un sospiro. Le mani cercarono qualcosa da fare prima che la testa ricominciasse a pensare troppo. Rimise in ordine. Cibo in frigo, vino tappato, asciugamani nella cesta.

Si fermò davanti al tavolino con i giocattoli. Li guardò per un momento, ancora lucidi dei suoi umori. Poi iniziò la routine che conosceva da anni: acqua tiepida, sapone neutro, disinfettante, asciugatura. Ogni pezzo maneggiato con cura, ispezionato, riposto nella sua custodia.

Per lui quei gesti avevano qualcosa di meditativo. Le mani che lavoravano da sole, la mente che finalmente taceva, il respiro che trovava un ritmo. Era il suo modo di chiudere una sessione, di tornare a sé stesso. Di processare quello che era successo senza doverci pensare direttamente.

Quando finì, la casa era in ordine. Lui no.

Anita arrivò faticosamente alla feria. La vescica era al limite. Nella sua testa un solo pensiero, una sola urgenza: pisciare!

Puntò con decisione verso i camerini dei ballerini, una struttura provvisoria che separava approssimativamente uomini e donne e permetteva loro di cambiarsi e di farsi una doccia veloce.

Mentre entrava non si accorse, non sentì le urla di Blanca e Jimena che cercavano di attirare la sua attenzione.

Entrò nello spogliatoio, il borsone lanciato in un angolo mentre i suoi vestiti esplodevano in ogni direzione. L’acqua bollente della doccia che accarezzava il suo corpo pochi istanti prima che concedesse alla sua vescica di cedere, rilasciare tutto quanto.

Ore, aveva perso il conto delle ore che aveva trattenuto l’urina. La tensione, arrivata al limite, ora, da sofferenza e dolore, si era trasformata in qualcosa di diverso. Nel momento in cui il primo zampillo, con difficoltà, trovò la strada per uscire, nel corpo di Anita si diffuse una sensazione di piacere.

Peegasm.

Tutto, come sempre, era successo per caso. Una gita scolastica, dei cessi improponibili lungo la strada e la decisione di aspettare, procrastinare. Quando era arrivata a casa la vescica era ad un livello tale da essere dolorosa e, nel momento della minzione, il cambio di stato era stato tale da causare un piacere nuovo e inaspettato. Un piacere che aveva imparato a ricercare, a provocare. Un piacere di cui era diventata maestra.

Era sempre stato il suo segreto. Il gioco solitario che nessuno conosceva, chiuso dietro porte di bagni e docce, in quei momenti rubati dove esisteva solo lei e quel piacere proibito. Nessuno aveva mai saputo. Nessuno aveva mai capito.

Fino a ieri notte.

L’immagine la colpì senza preavviso: sé stessa accucciata sull’erba come una cagna, le cosce spalancate, lui che la guardava pisciare. E poi il calore del suo getto che la marchiava, scendeva lungo la pelle, si mescolava al suo.

Sotto l’acqua bollente della doccia sentiva ancora il suo odore. Cuoio e legno di sandalo incrostati nella sua pelle, impossibili da lavare via. Si mescolavano al proprio odore acre che ora saliva dal pavimento. Due firme sovrapposte. Il suo odore mescolato al proprio, indistinguibili ormai.

Lo zampillo continuava a svuotarla e qualcosa si mosse nel fondo della sua mente. Un desiderio nuovo, mai formulato prima. Che fosse lui a decidere quando. Dove. Come. Che fosse lui a concederle questo momento, a negarle il prossimo. Che fosse lui, lì, adesso, a guardarla con quegli occhi che vedevano tutto, anche le parti che lei aveva nascosto a sé stessa per anni.

Dio, quanto sono fottuta.

E non era solo un modo di dire.

Anita aveva abbassato lo sguardo, cercando il proprio zampillo, di un giallo intenso, quasi dorato. L’odore era quello che l’aveva colpita maggiormente. Un odore intenso, che alle persone normali sarebbe apparso fastidioso. Per lei, invece, era diventato un profumo eccitante.

La sua mente contorta le fece immaginare che qualcuno, dopo aver trattenuto quanto lei, le pisciasse addosso.

Un gemito lungo e animale mentre cercava di riprendere il controllo della mente e del corpo.

Finì di pisciare ansimando come se avesse avuto un orgasmo. Fortunatamente era riuscita a controllarsi.

Uscì dalla doccia, si strofinò il corpo con un asciugamano e infilò il vestito da flamenco.

Si guardò allo specchio. La stessa faccia di sempre, eppure diversa. Qualcosa negli occhi che non riusciva a nascondere. Un luccichio nuovo, febbrile. Gli occhi di una donna che è stata aperta in modi che non sapeva esistessero. Gli occhi di una che ha ingoiato e ringraziato.

Cazzo, si vede.

Aprì la trousse con dita che tremavano ancora. Fondotinta, correttore, ombretto. Armi di una guerra quotidiana che oggi aveva un nemico diverso: sé stessa. Iniziò a stendere il trucco con gesti precisi, automatici, coprendo le occhiaie che raccontavano le poche ore di sonno, il rossore che tradiva il sangue ancora in subbuglio.

Ma gli occhi. Gli occhi non si truccano.

Ci provò lo stesso. Matita nera, spessa, a delineare un confine. Mascara a ispessire le ciglia, a creare una barriera tra quello sguardo e il mondo. Rossetto scuro, quasi bordeaux, a spostare l’attenzione più in basso.

Guardò il risultato. La gitana fiera era quasi tornata. Quasi. Perché sotto il trucco, sotto la maschera, quegli occhi continuavano a raccontare. Parlavano di mani che l’avevano aperta, di dita che avevano trovato posti che nessuno aveva mai cercato, di una voce che le aveva dato ordini e lei aveva obbedito come se fosse nata per quello.

Respirò. Una volta. Due. Cercò quella parte di sé che sapeva diventare personaggio, performance, arte. La trovò, ma era più difficile del solito. Come infilare un vestito troppo stretto su un corpo che ha cambiato forma durante la notte.

Un’ultima occhiata. Schiena dritta. Mento alto. La Anita che tutti conoscevano era tornata al suo posto.

Almeno in superficie.

Una volta uscita, trovò Blanca e Jimena ad aspettarla. Le loro bocche si aprirono per parlare ma Anita le tagliò corto con un gesto. “Dopo. Vi racconto dopo.” Non era vero. Non avrebbe raccontato niente. Ma serviva a comprarsi tempo.

Il primo zapateado la riportò lì. Il colpo del tacco sul legno era il colpo della cintura sulla sua carne. Il secondo passo, il terzo. Ogni impatto una memoria che esplodeva nel corpo.

Alonso le girava intorno con la sicurezza di sempre, cercava il suo sguardo, le parlava con il corpo come il flamenco richiede. Lei rispondeva, i piedi che conoscevano la strada da soli, le braccia che si alzavano con la grazia di sempre. Ma la mente era altrove. Era in quel corridoio, in piedi a pochi millimetri dalla sua sedia con le sue dita che la accarezzavano. Una vuelta. Le gonne che giravano nell’aria mentre i suoi occhi, per una frazione di secondo, cercavano tra il pubblico. Cercavano un panciotto giallo, una figura appoggiata al bancone, uno sguardo che la vedesse davvero. Non lo trovò. Sapeva che non l’avrebbe trovato. Eppure, continuava a cercare. Alonso la chiamò con un gesto del braccio, reclamando la sua attenzione. Lei tornò, sorrise, rispose con un movimento dei fianchi che era puro istinto, pura memoria muscolare.

Poi fu il turno di Ismael. Il suo corpo giovane, irruento, quei muscoli che in altre serate le avevano fatto fare i peggio pensieri. Stasera niente. Lo guardava muoversi e vedeva solo quello che non era. Non abbastanza alto. Non abbastanza sicuro. Non quegli occhi che leggevano la sua anima. Ismael cercava il contatto, la sfida, il gioco di seduzione che il flamenco permette. Lei gli concedeva i gesti, i movimenti, il copione. Ma il fuoco era altrove. Era sul tavolo imbottito di asciugamani, bendata. Una mano che le stringeva la gola mentre l’altra la apriva.

Rodrigo arrivò per ultimo. Timido, impacciato come sempre. Quella sera Anita avrebbe dovuto guidarlo, sostenerlo, essere la ballerina esperta che lo faceva sembrare bravo. Invece si ritrovò a invidiarlo. Lui era tutto lì, presente, concentrato. Non aveva una mente divisa in tre posti diversi. Non cercava nessuno tra la folla. Lo guidò comunque. Perché era una professionista. Perché il flamenco era nel suo sangue prima ancora di Dario. Perché sapeva separare il corpo dalla mente quando serviva.

Quel pensiero la fece ballare come non aveva mai ballato. Con una fame nuova, un fuoco diverso. Il pubblico applaudiva senza sapere che ogni passo era una lettera scritta per qualcuno che non era lì. Che ogni colpo di tacco era il battito di un cuore che aveva appena scoperto di appartenere a qualcun altro.

Dario si versò un altro bicchiere di sherry e scese nel seminterrato che aveva ispezionato velocemente quella mattina.

I muri di pietra lo accolsero con il loro silenzio antico. C’era qualcosa di quelle superfici grezze, di quella penombra naturale, che lo riportò indietro di trent’anni. Milano, zona vecchia Fiera. Una casa vecchia, antica, incastrata tra palazzi degli anni Settanta, come un dente storto in una bocca di cemento. Soffitti alti tre metri, muri solidi, pavimenti che scricchiolavano, e sotto, le cantine. L’aria cambiava subito, più fredda e umida. Sapeva di terra, muffa buona e pietra bagnata. Scendevi due gradini e attraversavi un confine. La luce del corridoio restava alle spalle, lì sotto diventava gialla e corta. I mattoni a vista erano irregolari, ruvidi, con la calce consumata nei giunti. Sopra, le volte si alzavano alte e imponenti, archi pieni, scuri, che facevano sembrare l’uomo più piccolo. L’eco delle scarpe tornava indietro con mezzo secondo di ritardo. Il rumore di sopra si spegneva, e il presente restava fuori, come se non avesse più accesso.

Era lì che Marco e Antonella lo avevano portato la prima volta. Marco con i suoi cinquant’anni portati come un mantello, i capelli grigi raccolti in una coda, le mani da scultore. Antonella aveva qualche anno di meno, il corpo di chi aveva imparato a stare comodo nella propria pelle, lo sguardo di chi ha smesso di chiedere permesso. Erano una coppia che non aveva bisogno di spiegarsi. Si muovevano insieme come due ballerini che conoscono i passi a memoria.

“Questo è uno spazio sicuro,” gli aveva detto Marco scendendo quelle scale ripide.

“Qui puoi imparare chi sei davvero,” aveva aggiunto Antonella, e il modo in cui lo aveva guardato diceva che lei sapeva già cosa avrebbe trovato.

Aveva ventitré anni. Del BDSM non sapeva un cazzo. La parola stessa gli era sconosciuta, un acronimo che non aveva mai incrociato né sui libri né tra le lenzuola. Il sesso per lui era quello imparato a tentoni, corpi giovani che si cercavano al buio, frettolosi, senza mappa né bussola.

Eppure Marco e Antonella lo avevano riconosciuto. Come si riconosce un musicista dal modo in cui tiene le mani, anche prima che tocchi uno strumento. C’era qualcosa nei suoi silenzi. Nel modo in cui osservava prima di muoversi. Nella calma che portava addosso come altri portano l’irrequietezza.

“Hai l’indole,” gli aveva sussurrato Antonella una sera. La voce morbida, carezzevole, che scivolava come seta sulla pelle. Lo guardava dal basso, inginocchiata accanto a Marco, eppure in quello sguardo non c’era sottomissione. C’era riconoscimento. La certezza di chi sa leggere i propri simili, anche quando vestono panni diversi.

Marco le aveva accarezzato i capelli, un gesto automatico, possessivo. Poi aveva passato a Dario un bicchiere di whisky. “Si nasce così. Il resto si impara.”

E lui aveva imparato. Che il potere non si strappa, si riceve. Che dominare significa custodire, non schiacciare. Che la forza vera sta nel controllo di sé, non dell’altro. Rispetto. Attenzione. Cura. Tre parole che erano diventate il suo codice, la sua religione laica.

Un linguaggio nuovo per qualcosa che aveva sempre portato dentro. Come una lingua madre che non sapeva di parlare.

Quelle mura di mattoni erano diventate la sua prima aula. Aveva osservato, studiato, sbagliato, imparato. Aveva capito che dominare non significava comandare, ma custodire. Che la vera forza stava nel controllo di sé, non dell’altro.

Marco sarebbe fiero, pensò guardandosi intorno. Sorrise. Il vecchio bastardo era morto cinque anni fa, portandosi nella tomba segreti che nessuno avrebbe mai conosciuto. Ma quello che gli aveva insegnato era ancora lì, nelle sue mani, nel suo sguardo, nel modo in cui si muoveva in uno spazio come questo. Marco sarebbe fiero, pensò guardandosi intorno. O forse avrebbe trovato qualcosa da criticare. Era fatto così. Non ti dava mai la soddisfazione piena.

Il vecchio bastardo era morto cinque anni fa. Infarto, nel sonno, alle sue condizioni. Antonella lo aveva seguito sei mesi dopo. Non di malattia. Di assenza. Senza di lui, aveva semplicemente smesso di avere senso.

Dario aveva imparato cosa significasse appartenere a qualcuno così completamente che il tuo respiro diventa il suo. Che il tuo centro si sposta fuori dal tuo corpo, si ancora a un altro, e quando quell’altro se ne va, tu resti lì. Svuotata. Senza più un posto dove stare.

Li pensava spesso, quei due. Si chiedeva se avrebbe mai trovato qualcuno con cui costruire qualcosa di simile. Trent’anni insieme, una vita intera parlando la stessa lingua segreta.

Ma quello che gli avevano insegnato era ancora lì. Nelle sue mani. Nel suo sguardo. Nel modo in cui si muoveva in uno spazio come questo.

Oltre alla pietra, il locale offriva travi e colonne in legno massiccio. Dario annuì tra sé. Il legno era perfetto. Resistente, caldo al tatto, capace di reggere tensioni senza cedere. Come lui. Come lei, sospettava.

Iniziò a misurare le distanze con i passi. La mente già disegnava scenari. Anita legata a quella colonna, le braccia sopra la testa, il corpo esposto. Anita in ginocchio su quel pavimento di pietra fredda, costretta a guadagnarsi ogni centimetro di calore. Anita bendata, disorientata, che non sapeva da dove sarebbe arrivato il prossimo tocco.

Piano. Un passo alla volta.

Si fermò ad analizzare le superfici con l’attenzione di un artigiano. Cercava punti di ancoraggio, angoli sicuri, spazi di manovra. Anni di esperienza gli avevano insegnato che la differenza tra un gioco memorabile e un disastro stava nei dettagli. Nella preparazione. Nel rispetto degli spazi e dei corpi che li avrebbero abitati.

Una veloce ricerca online, poi era fuori, diretto all’emporio del fai da te più fornito della zona.

Un’ora dopo era tornato con due borsoni pieni. Li svuotò sul pavimento di pietra e iniziò a disporre tutto con ordine metodico. Ogni oggetto aveva il suo posto, la sua funzione, il suo momento.

Le prime furono due grosse viti a occhiello. Le fissò su due colonne di legno, calcolando l’altezza giusta. Non troppo alte, non troppo basse. Dovevano permettere tensione senza tortura, resa senza dolore inutile. Tirò con forza per testare la tenuta. Solide. Avrebbero retto.

Poi alzò lo sguardo verso la trave principale che attraversava il soffitto. Legno vecchio, scuro, stagionato da decenni. Prese una scala, salì, batté le nocche contro la superficie. Il suono era pieno, denso. Nessun tarlo, nessun cedimento. Perfetta.

Fissò una terza vite a occhiello direttamente nella trave. Questa più grossa delle altre, capace di reggere un peso sospeso. Le possibilità si moltiplicarono nella sua mente. Anita sollevata da terra, le punte dei piedi che cercavano il pavimento senza trovarlo. Il suo corpo che oscillava, completamente in suo potere, completamente abbandonata alla gravità e alle sue mani.

Tirò con tutto il peso del corpo. La vite non si mosse di un millimetro.

Avrebbero retto lei.

Il pensiero gli accese qualcosa nel basso ventre. Rivide Anita sul tavolo, poche ore prima. Il modo in cui il suo corpo si era aperto sotto le sue mani. Il modo in cui lo aveva guardato mentre quattro dita affondavano dentro di lei. Nessuna paura. Solo fame. Solo resa.

Passò le ore successive a preparare il resto. Corde. Moschettoni. Una coperta spessa da stendere sulla pietra per quando le ginocchia avrebbero ceduto. Candele per la luce giusta. Ogni gesto era una promessa silenziosa, un capitolo di una storia che stavano scrivendo insieme.

Quando finì, si fermò al centro della stanza e osservò il suo lavoro. Non era più un seminterrato anonimo da affitto turistico. Era uno spazio. Il loro spazio. Un teatro pronto per una rappresentazione che solo loro due avrebbero visto.

Soddisfatto, risalì al piano superiore.

In camera preparò i vestiti con la stessa cura con cui aveva preparato il seminterrato. Jeans scuri, una camicia bianca con fiori blu, un panciotto blu. Come tocco finale, un cappello pork pie in pelle nera. Non era vanità. Era armatura. Era il costume di scena del personaggio che Anita aveva bisogno di vedere.

La doccia fu breve, pratica. L’acqua calda sui muscoli ancora tesi dal lavoro. Si vestì lentamente, controllando ogni dettaglio allo specchio.

Era pronto.

Ora doveva solo aspettare che lei finisse di ballare.

Fu durante l’ultimo ballo con Rodrigo che lo vide, improvvisamente.

Una figura seduta a bordo pista, una birra in mano, il corpo rilassato contro lo schienale della sedia come chi non ha fretta. Per un istante non lo riconobbe. Il cappello di pelle nera gli nascondeva parte del viso, proiettando un’ombra sugli occhi. La camicia bianca con i fiori blu, il panciotto scuro. Un uomo diverso da quello che l’aveva fatta inginocchiare sull’erba due notti prima. Diverso da quello che poche ore fa le aveva aperto il corpo con quattro dita mentre lei lo guardava negli occhi.

Eppure.

C’era qualcosa nel modo in cui teneva il bicchiere. Nella linea delle spalle. Nella calma predatoria con cui osservava la pista senza cercare niente di specifico, perché sapeva già esattamente cosa stesse guardando.

Lei.

Lo capì dal modo in cui la sua testa si muoveva, seguendola. Impercettibile per chiunque altro, ovvio per lei. Come un faro che traccia una nave nella notte. Come un lupo che tiene d’occhio la preda senza bisogno di muoversi.

Poi le dita di lui si mossero sul boccale.

Lente. Deliberate. Accarezzavano il vetro umido di condensa con la stessa attenzione con cui, poche ore prima, avevano accarezzato lei. Su e giù lungo la superficie curva. Un pollice che tracciava cerchi pigri vicino al bordo.

Anita sentì il fiato bloccarsi in gola.

Quelle dita. Quelle stesse dita che le avevano aperto le labbra, trovato la clitoride, affondato dentro di lei fino a farla tremare. Ora giocavano con un bicchiere di birra come se niente fosse. Come se non sapessero esattamente cosa stessero facendo. Cosa le stesse facendo.

*Bastardo. Lo sa. Lo sta facendo apposta.*

Lui alzò il boccale alle labbra. Bevve lento, la gola che si muoveva, gli occhi che non la lasciavano nemmeno per un secondo. Anche nell’ombra del cappello, sentiva quello sguardo addosso come una mano. Come un ordine silenzioso.

Anita perse il passo.

Rodrigo la guardò confuso ma lei si riprese in una frazione di secondo, i piedi che ritrovavano il ritmo da soli. Professionista. Sempre professionista. Ma il cuore le martellava contro le costole e tra le cosce sentì quella contrazione che ormai conosceva troppo bene. Umida. Già pronta. Solo per quelle dita che continuavano a giocare con il fottuto bicchiere.

Lui appoggiò il boccale sul tavolo. Le dita restarono lì, a tamburellare piano sul legno. Lo stesso ritmo che aveva usato sulla sua coscia quella prima sera. Tap. Tap. Tap. Il richiamo che l’aveva fatta alzare e sedersi su di lui davanti a tutti.

*Lo ricorda. Cazzo, ricorda tutto.*

Anita finì il ballo senza sapere come. Il corpo che eseguiva i passi mentre la mente era già là, seduta sulle sue ginocchia, la bocca sulla sua, quelle mani ovunque.

Quando la musica finì, Rodrigo si inchinò. Lei rispose con un sorriso automatico, gli occhi già altrove.

Dario sollevò di nuovo il boccale. Un brindisi silenzioso. Solo per lei.

La nuova coppia entrò in pista. Chitarra e palmas ripresero il loro dialogo antico. Il mondo girava, la feria continuava, e Anita restava ferma al centro di un campo magnetico che la tirava in due direzioni.

Da una parte c’era lui, che la attraeva come una calamita. Stava lì, il cappello calato, la birra in mano, e il suo corpo già si inclinava verso di lui come un albero piegato dal vento.

Dall’altra parte c’erano Blanca e Jimena, appostate vicino ai camerini. Non si erano arrese.

Anita guardò verso Dario. Sollevò una mano, indicò le amiche, poi i camerini.

*Aspettami. Faccio prima che posso.*

Lui annuì. Un solo movimento del capo. Aveva capito.

Lei si voltò e prese la direzione dei camerini. Sentiva lo sguardo di lui sulla schiena come una mano calda. La accompagnò per tutta la traversata della pista, la tenne dritta, le ricordò a chi apparteneva anche mentre camminava verso altre persone.

Jimena le venne incontro a metà strada. Gli occhi che andavano da Anita a Dario e ritorno, cercando di leggere quello che non veniva detto.

“Come stai?”

“Bene.”

“Bene come? Bene davvero o bene lasciami in pace?”

Anita sorrise. Jimena la conosceva troppo bene. “Bene davvero. Bene come non stavo da tempo.”

Blanca le raggiunse. “Com’è andato il pomeriggio?”

La domanda era semplice. La risposta no. Come spiegare quello che era successo su quel tavolo? Le mani di lui, le dita che affondavano, il collare sulla gola, il suo sapore in bocca. Come tradurre tutto questo in parole che avessero senso per chi non parlava quella lingua?

“È andato bene.”

Jimena sbuffò. “Bene. Sempre bene. Ani, siamo noi.”

Silenzio. Le tre si guardarono. Anni di segreti condivisi, di confessioni notturne, di verità dette a mezza voce sotto le coperte. Blanca e Jimena sapevano. Non tutto, non i dettagli, ma sapevano che Anita era diversa. Che i suoi bisogni non rientravano nelle caselle normali. L’avevano vista tornare a casa con segni sul corpo che non erano lividi da incidente. Avevano sentito attraverso le pareti suoni che non erano solo sesso. Non avevano mai chiesto troppo. Non avevano mai giudicato. Ma sapevano.

Fu Blanca a parlare, la voce bassa. “Lui… è come te?”

Anita sentì qualcosa sciogliersi nel petto. La domanda giusta, finalmente. Non “ti ha fatto del male” ma “è come te”.

“Sì. Lui è come me.” Le parole uscirono lente, pesate. “Sai quella sensazione di parlare una lingua che nessuno conosce? Di avere bisogni che non sai spiegare perché non esistono le parole?” Guardò le amiche, quelle due donne che l’avevano vista in ogni stato possibile. “Tutti gli uomini che ho avuto mi hanno trattata come un problema da risolvere. Troppo complicata. Troppo esigente. Troppo.” Pausa. “Lui parla la mia lingua. Non devo tradurre. Non devo fingere. Non devo essere meno di quello che sono. Mi guarda e non gli sembro troppo. Gli sembro abbastanza.”

Un altro silenzio. Jimena elaborava, si vedeva dalla piega della bocca. Non capiva del tutto, forse non avrebbe mai capito, ma stava provando.

“E ti tratta bene? Anche quando… fate quelle cose?”

“Soprattutto quando facciamo quelle cose.”

Blanca annuì lentamente. “Allora è quello che cercavi. Quello che non hai mai trovato con gli altri.”

Non era una domanda. Anita annuì comunque.

Jimena indicò Dario con un cenno della testa. Lui era ancora lì, seduto, paziente. Aspettava.

“E adesso? Vai con lui?”

“Sì.”

“Anche stanotte?”

“Anche stanotte.”

Jimena sospirò. La guerriera che abbassa le armi. “Mandaci un messaggio. Uno stasera quando arrivi, uno domattina.”

“Promesso.”

Blanca le prese la mano, la strinse. “Te lo meriti, Ani. Qualcuno che ti capisca.”

Jimena aggiunse, a mezza voce: “Se ti fa del male, lo eviro”

Anita rise. Le abbracciò entrambe, veloce, stretta. Poi si staccò.

“Devo cambiarmi.”

Anita le abbracciò entrambe, strette. Poi un bacio sulla guancia a Blanca, uno a Jimena. “Vi voglio bene, ¡coñazos!”

“Anche noi, ¡putilla!” Jimena sorrise. Era il loro modo.

Entrò nei camerini e si chiuse la porta alle spalle. Finalmente sola.

Si spogliò del vestito da flamenco con gesti veloci, quasi bruschi. Via le scarpe, via il corpetto, via la gonna. Li appese con cura nonostante la fretta. Quel vestito meritava rispetto, anche quando il corpo sotto urlava di correre da lui.

La doccia fu breve. Acqua calda sulla pelle sudata, il sapone che portava via la feria ma non il ricordo delle sue mani. Quello restava. Incrostato. Indelebile.

Poi la vescica reclamò attenzione.

Si accosciò sul piatto della doccia. Le cosce aperte, come quella notte sull’erba. Lasciò uscire un filo. Lo guardò zampillare, giallo intenso, annusò quell’odore acre che ormai associava al piacere. La pressione che si allentava appena, quel tanto che bastava per non scoppiare. Poi strinse. Fermò tutto.

*Non ancora. Non tutto.*

Il gioco che conosceva da anni. Ma ora aveva un sapore diverso. Non era più solo per sé. Era per lui. Per arrivare da lui già carica, già al limite, già pronta a supplicare se lui glielo avesse chiesto. La vescica piena era un regalo che gli stava portando. Un’offerta.

Si asciugò velocemente. Profumo dietro le orecchie, nell’incavo dei gomiti, tra i seni. Quello buono, quello che lui aveva annusato quella prima sera.

Allo specchio, il trucco fu minimo. Mascara, un filo di rossetto. Non serviva altro. Non voleva maschere stasera. Voleva che lui la vedesse. Tutta.

Aprì il borsone e tirò fuori i vestiti.

Il collant nero con la guêpière integrata scivolò sulle gambe come una seconda pelle. Pizzo che fasciava le cosce, la vita stretta, e quella apertura strategica al centro. Niente slip. Accessibile. Esposta. Pronta.

Il vestito azzurro scivolò sopra come una carezza. Cotone leggero, bottoni blu dalla scollatura all’orlo. Niente reggiseno. I capezzoli già duri premevano contro il tessuto, visibili se guardavi bene. Visibili se sapevi dove guardare. E lui sapeva sempre dove guardare.

Si guardò allo specchio un’ultima volta. *Innocente a prima vista. Affamata dove non si vede.*

La cintura stretta in vita. I tacchi che allungavano le gambe. I capelli ancora umidi che le ricadevano sulle spalle in ricci selvaggi.

Era pronta.

Pronta per qualsiasi cosa lui avesse in mente. Pronta a scoprire fino a dove poteva spingersi.

Uscì dai camerini con il cuore che batteva nelle orecchie e la vescica che premeva a ogni passo.

Lui era ancora lì. Seduto al tavolo, non si era mosso. L’aspettava.

Il punto dove finalmente poteva smettere di trattenere il fiato.

Anita uscì dai camerini e il mondo rallentò.

Non era un modo di dire. Era quello che succedeva ogni volta che i suoi occhi trovavano lui. Il rumore della feria si abbassava, le luci si sfocavano, il tempo si stirava come vetro fuso. Esisteva solo quella figura seduta al tavolo, il cappello di pelle nera, la birra quasi finita, l’immobilità di un predatore che non ha bisogno di muoversi per cacciare.

Iniziò a camminare verso di lui.

I tacchi scandivano un ritmo che sembrava fatto solo per loro due. Ogni passo faceva oscillare i fianchi, vibrare i seni, faceva fremere il tessuto leggero del vestito contro la pelle nuda. Oltre a tutto questo c’era la vescica, piena, che pulsava come un promemoria costante. Sapeva come appariva. Sapeva cosa stava offrendo man mano che si avvicinava a lui.

Dario non si mosse. Ma i suoi occhi sì.

La percorsero lentamente, metodicamente. Partirono dai capelli ricci che le ricadevano sulle spalle. Scesero lungo il collo, indugiarono sulla scollatura dove il tessuto azzurro non nascondeva abbastanza. Lei vide il momento esatto in cui lui capì. Niente reggiseno. I capezzoli che puntavano contro la stoffa come due piccole provocazioni.

Lo sguardo continuò a scendere. La cintura stretta in vita. I fianchi che ondeggiavano. Le gambe fasciate dalle calze nere, e i suoi occhi sembravano riuscire a vedere al di sotto del vestito, facendola sentire nuda in mezzo alla folla. Si morse il labbro inferiore mentre percepiva la propria figa bagnarsi ulteriormente.

Poi lui inclinò leggermente la testa. Qualcosa era cambiato nel suo sguardo. Più acuto. Più affamato.

Anita lo vide. Qualcosa si era acceso in quella mente perversa. Una fantasia che prendeva forma.

Anita percepì che qualche fantasia gli si stava accendendo in quella mente perversa. Aveva realizzato che sotto quel vestito da brava ragazza non c’era niente che lo separasse da lei. Che bastava alzare la gonna e lei era lì. Accessibile. Esposta. Pronta.

Anita sentì il calore salirle dal ventre al viso. Non di vergogna. Di anticipazione.

Quando fu a pochi passi, Dario finalmente si mosse. Fu un cambiamento sottile, quasi impercettibile per chiunque altro. Spostò il peso sulla sedia, allargò leggermente le gambe, e la coscia destra si offrì come un invito. Come un altare.

Poi la mano. Due dita che picchiettavano sulla stoffa dei jeans. Tap. Tap. Lo stesso gesto della prima sera. Lo stesso ordine silenzioso.

Anita si fermò davanti a lui. Il cuore che le martellava nelle orecchie, la vescica che premeva, il sesso già umido sotto quel collant aperto. Lo guardò, cercando i suoi occhi nell’ombra sotto il cappello.

Non servivano parole. Non ne avevano mai avute bisogno.

Si girò lentamente, raccolse la gonna del vestito quel tanto che bastava, e si sedette. La coscia di lui era calda e solida sotto di lei. Il denim ruvido contro la sua pelle esposta, contro quel punto che non aveva protezione.

Un brivido la attraversò dalla base della spina dorsale fino alla nuca.

Era tornata nel suo posto.

Le mani di lui trovarono le sue cosce. Non una carezza. Un possesso. Scivolarono sotto la gonna, lente, deliberate, risalendo lungo il tessuto del collant fino a trovare il punto dove la stoffa finiva e iniziava la pelle nuda.

“Come stai?”

La domanda era semplice. La risposta no.

“Ho la vescica piena.” Le uscì così, senza filtri. Con lui non ne aveva più bisogno. “Ho i capezzoli così duri che fanno male. E se mi muovo anche solo un centimetro su questa coscia, rischio di venire qui, davanti a tutti.”

Sentì la risata di lui vibrare attraverso il corpo. Bassa, calda, pericolosa. Le dita continuavano a muoversi sotto la gonna, tracciando cerchi pigri sulla pelle dell’interno coscia.

Ecco il passaggio rivisto:

“E le tue amiche?”

“Sopravviveranno.”

“Hanno capito?”

“Abbastanza.” Anita fece una pausa. “Sono preoccupate. Non del sesso. Non delle… cose che facciamo. Sono preoccupate che tu possa farmi male qui.” Si portò una mano al petto. “Che io mi stia buttando in qualcosa di troppo grande, troppo veloce. Con uno sconosciuto.”

Silenzio. Le dita ripresero a muoversi, più lente questa volta. Quasi pensierose.

“E tu? Sei preoccupata?”

Anita ci pensò. Davvero. “No.” La parola uscì più sicura di quanto si aspettasse. “Dovrei esserlo. Lo so. Due giorni. Non so nemmeno il tuo cognome. Ma quando ti guardo non vedo pericolo. Vedo qualcuno che parla la mia lingua. E non ho mai avuto nessuno con cui parlare davvero.”

Lui non rispose. Ma la stretta sulle sue cosce si fece più salda. Non possessiva. Qualcosa di diverso. Qualcosa che somigliava a una promessa.

“Però…” aggiunse Anita, un sorriso nella voce. “Jimena ha promesso di evirarti se mi fai del male. Con le sue mani.”

Scoppiarono a ridere insieme. Una risata vera, liberatoria, che ruppe la tensione e la ricostruì in qualcosa di diverso. Di più leggero e più pesante allo stesso tempo.

“Dovrei spaventarmi?”

“Solo se mi fai del male.”

“Mi pare giusto.”

Le dita continuavano ad avvicinarsi al suo inguine, per poi allontanarsi, per poi avanzare di nuovo, avvicinarsi ancora di più, senza mai arrivare veramente a toccarla. Anita sentì il proprio respiro bloccarsi.

“Da quanto non pisci?”

“Ho lasciato uscire solo un goccio. Prima, mentre facevo la doccia.”

“Brava.” La parola le scivolò lungo la spina dorsale come una goccia di cera calda. “E da quanto non vieni?”

Anita chiuse gli occhi. Le dita di lui così vicine, così ferme, così crudeli nella loro immobilità.

“Due settimane. Forse tre.” Deglutì. “Avevo iniziato prima di incontrarti. Il mio gioco solitario. Poi sei arrivato tu e…” Una pausa. “E ha smesso di essere un gioco.”

“Cos’è diventato?”

“Un bisogno.” La voce ridotta a un sussurro. “Un bisogno che adesso ha un padrone.”

Le dita si mossero di un millimetro. Solo uno. Abbastanza da farla gemere. Poi la afferrarono iniziando a farla muovere avanti e indietro, micromovimenti, ma sufficienti per spingerla un passo più vicino al baratro

“E cosa vorresti adesso?”

“Tutto.” La voce le uscì roca, spezzata. “Voglio tutto quello che vuoi darmi. Voglio che mi porti a casa tua e mi usi come hai fatto oggi. Voglio le tue mani dentro di me, la tua voce che mi ordina, voglio…”

Le dita si ritrassero. Uscirono da sotto la gonna. La lasciarono vuota, tremante, disperata.

“Andiamo al luna park.”

Anita aprì gli occhi. “Cosa?”

“C’è una ruota panoramica. Delle giostre. Sono certo che ci sia anche un tiro a segno.” La voce era leggera, quasi divertita. “Non sei mai stata al luna park della feria?”

“Sì, ma…” Lo guardò, cercando di capire. “Pensavo che saremmo andati da te.”

“Ci andremo.” Le mani tornarono sulle cosce, sopra la gonna questa volta. Una stretta ferma, possessiva, ricominciando a farla muovere. “Ma prima voglio vederti camminare per il luna park con la vescica piena e la fica che gronda. Voglio vederti sorridere alla gente mentre dentro bruci. Voglio che ogni passo, ogni sobbalzo di ogni giostra, ti ricordi che non hai il permesso di venire finché non lo dico io.”

“Sei un bastardo.”

“Lo so.” Si sporse, le labbra che le sfioravano l’orecchio. “Alzati. Piano. Non voglio che lasci una macchia sulla sedia.”

Anita rise. Una risata nervosa, eccitata, disperata.

Si alzò. Piano. Come lui aveva ordinato.

“Secondo me è troppo tardi…” aggiunse ridendo e guardando la larga macchia di umido lasciata dalla sua figa sui jeans.

Dario scosse la testa. “Guarda come mi fai andare in giro.” Un attimo di silenzio mentre si alzava, poi aggiunse con un sussurro: “Dovrei punirti, anche se sono certo che la cosa ti darebbe solo più piacere.”

Poi le sorrise, offrendole il braccio a cui Anita si aggrappò come un koala, camminando con lui verso le luci del luna park, ogni passo una tortura, ogni respiro una preghiera.

Avevano vagato per il luna park, persi nella folla e l’uno nell’altra. Un’altra birra, qualche tapas, parole sussurrate che nessuno intorno poteva sentire. Lei gli raccontava dei suoi segreti. Lui ascoltava con quegli occhi che vedevano tutto.

Poi era stato il suo turno. Le aveva parlato di Marco e Antonella, i suoi maestri.

Si scambiavano confessioni come altri si scambiano baci, e ogni parola era un filo in più che li legava.

E mentre parlavano, il corpo di Anita bruciava. La vescica piena, la fica che pulsava, il tessuto del vestito che sfregava sui capezzoli a ogni passo. Lui lo sapeva. Lei sapeva che lui sapeva. Ed era questo il gioco.

Dario si era improvvisamente fermato. Anita seguì il suo sguardo fino a un grosso orso di peluche appeso tra i premi del tiro a segno. Quando lui si girò verso di lei, c’era qualcosa nel suo sorriso che le fece contrarre il ventre.

“Cosa hai in mente?” gli chiese, anche se una parte di lei già tremava all’idea di scoprirlo.

Dario si avvicinò al bancone chiedendo al giostraio cosa dovesse fare per vincere l’orso. Mischiando spagnolo, italiano e inglese riuscirono a concordare il numero di barattoli da abbattere per vincere il premio desiderato.

Gli ci vollero tre tentativi prima di riuscire a centrare l’obiettivo. Prese l’orsacchiotto tra le braccia girandosi poi verso Anita. Negli occhi la stessa luce di prima. Quella che prometteva guai.

“Andiamo…” le aveva sussurrato mettendosi l’ingombrante pupazzo sulle spalle e prendendole la mano. Non era una richiesta. Lei sapeva che doveva solo obbedirgli.

Avevano camminato con un passo deciso, erano usciti dalla zona del Real de la Feria, l’aveva guidata ad attraversare le strade fino a raggiungere il vicino Parco dei Principi.

Anita si lasciava condurre. Non chiedeva dove andassero, non chiedeva perché. C’era qualcosa di liberatorio nel cedere anche questo, la direzione, la meta, il controllo sui propri passi. Da quanto tempo non si fidava così di qualcuno? Da quanto tempo non permetteva a nessuno di guidarla nel buio?

Ebbe il sospetto che lui avesse studiato la zona. Sorrise pensando a quanto fosse in grado di pianificare ogni dettaglio, quel bastardo. Il pensiero le diede l’ennesimo brivido di piacere.

Dario aveva cercato un angolo tranquillo, buio. La maggior parte della gente era concentrata nell’area della Feria ma c’era sempre la possibilità che qualcuno facesse una passeggiata altrove.

Alla fine aveva trovato una panchina mezza nascosta dai cespugli di rose e da un paio di alberi dalle radici imponenti che si contorcevano fuori dal terreno, creando nicchie d’ombra e segreti. Dario mise l’orsacchiotto seduto comodamente poi si girò verso Anita. Lo sguardo di nuovo tagliente, deciso.

“Togliti il vestito!”

Ad Anita si fermò il respiro. Spogliarsi? Lì? Dove qualcuno avrebbe potuto vederla? Cosa aveva in mente quel bastardo? Ma mentre questi pensieri le mulinavano per la mente le mani avevano lasciato cadere la cintura e poi iniziato a slacciare lentamente il vestito. Una volta slacciato anche l’ultimo bottone, con il vestito aperto che lasciava tutto esposto, aveva guardato ancora una volta Dario.

“Spogliati!” La voce ora più dura, secca.

Con un movimento semplice Anita aveva lasciato scivolare il vestito dalle spalle. L’aria le morse i capezzoli, le leccò le cosce, le soffiò sul collo. E lei sentì tutto. Cazzo, sentiva tutto. Era come se la pelle fosse diventata una fica gigante, ogni centimetro bagnato e aperto e affamato. Un refolo di vento la fece tremare. Uno sguardo di lui la faceva quasi venire.

“Saluta il tuo nuovo amico come saluti me…” disse picchiettando con le dita sulla gamba dell’orsacchiotto.

Finalmente le era chiaro cosa avesse in mente.

Anita sembrava ipnotizzata, in uno stato di trance. Senza staccare gli occhi da quelli di lui si era lentamente avvicinata all’orsacchiottone, aveva scelto la zampa destra, come di solito si sedeva sulla coscia destra di Dario. Il contatto con quel pelo ispido e sintetico le aveva morso la pelle come il filo elettrificato del recinto di suo nonno. Da ragazzina lo toccava per gioco, per sentire quella scossa che le faceva tremare le ginocchia. Solo che adesso la scossa partiva dalla fica.

La prima carezza di quella coscia tra le sue gambe l’aveva fatta tremare ad un livello inaspettato. Mentre cercava di analizzare cosa avesse scatenato tutto quel piacere, tutte quelle emozioni, la sua voce la colpì da dietro.

“Muoviti!” Un ordine secco. La voce su quel tono che non ammetteva titubanze, solo obbedienza. “Voglio vederti, sentirti, colare su quella zampa come una gatta al suo primo calore!”

Anita abbassò lo sguardo, chiuse gli occhi, concentrandosi mentre iniziava, ubbidiente, a strofinarsi su quella zampa, contro quel pelo ispido, facendolo in modo che lui non potesse contestare, anzi, facendolo in modo che lui potesse essere orgoglioso di lei, nel rispetto di una sola ed unica regola: NON GODERE!

Era concentrata, focalizzata, a contenere ogni percezione di piacere, ogni singolo impulso che arrivava dal suo fottuto clitoride. Sentire la sua presenza dietro di lei, il suo respiro, sentire i suoi occhi, osservarla, sentirlo muoversi dietro di lei, amplificava qualunque cosa. Finalmente, dopo un tempo infinito, non era sola. Tutte quelle notti con il cuscino viola, tutte quelle ore a cavalcare spigoli e braccioli nel silenzio della sua stanza. Sempre sola. Sempre nascosta. Sempre lei a dosare il proprio piacere perché nessun altro sapeva farlo. E ora qualcuno era lì. A guardarla. A dirigere l’orchestra. A vedere quella parte di lei che aveva tenuto sepolta per anni e non scappare, non giudicare. Restare. Comandare. E sapere esattamente quando spingerla avanti e quando tenerla sul filo.

“Sono felice che ti piaccia il tuo nuovo … il tuo nuovo amichetto” Dario era dietro di lei, la mano le cinse la gola, tirandola contro di sé. Lei era lì, a sandwich tra lui e l’orso. Si chiese per un istante se esistesse una categoria ‘peluche porn’ e quante visualizzazioni avrebbe fatto. Poi la mano di lui strinse, facendole perdere un respiro, e smise di pensare cazzate.

“Devi dargli un nome!”

Anita non smise di muoversi, strofinarsi, nonostante questo riuscì ad elaborare una risposta per Dario.

“Felpudo …” disse con un filo di voce.

“Felpudo? – ripeté Dario – E cosa significa?”

Anita girò il viso, cercandolo, con occhi che erano carichi di lampi di una tempesta pronta ad esplodere “Zerbino …” disse con un tono completamente diverso, graffiante, mentre la mano attorno al collo le faceva aumentare il livello dei pensieri sconci.

Poi un suono. Strano. Un sibilo che non riusciva a decifrare. Cosa stava facendo dietro di lei?

Il primo colpo le esplose sulle natiche. Solo allora capì. La cintura. Si era sfilato la cintura.

Il secondo arrivò prima che potesse respirare. Il terzo. Il quarto. Anita smise di contare. Continuava a strofinarsi su Felpudo mentre la cinghia le incendiava il culo, e non sapeva più dove finisse il dolore e dove iniziasse il piacere. Erano la stessa cosa. Erano tutto.

I colpi cessarono. Il silenzio che seguì era quasi più intenso del dolore. Anita restò lì, tremante, aggrappata a Felpudo, il culo in fiamme e la fica che continuava a grondare su quella zampa. Il corpo non le apparteneva più.

Lo sentì muoversi dietro di lei. Passi. Il rumore della cintura gettata da qualche parte. Poi niente.

Restò sospesa in quel limbo tra dolore e piacere, gli occhi chiusi, il mondo ridotto a poche sensazioni primordiali. Il bruciore sulle natiche. Il pelo ispido contro la fica. Il proprio respiro rotto.

Poi un odore. Lui. Quel muschio selvatico, quel sale, quella fame. Lo sentì prima di vederlo.

Aprì gli occhi. Lui era davanti a lei, in piedi sulla panchina, davanti all’orso. Il cazzo duro che le puntava alla bocca.

Alzò lo sguardo, lentamente. Risalì fino a trovare i suoi occhi. Li trovò e ci restò. Poi, senza smettere di guardarlo, lasciò che le labbra si schiudessero. Piano. Un’offerta silenziosa. Una preghiera senza parole.

La mano di lui le afferrò i capelli. Non con dolcezza. Con possesso.

“Apri.”

Una sola parola. Anita obbedì.

Ma lui non entrò. Non subito. Le sfregò il cazzo sul viso, sulla guancia, sulle labbra. Le schiaffeggiò il viso con il cazzo, glielo strofinò sulla lingua protesa, sulle guance, sul mento. La stava marcando. Umiliando. E lei sentiva crescere qualcosa nel ventre che somigliava terribilmente alla gratitudine.

“Guarda come lo desideri.” La voce era ghiaccio e fuoco insieme. “Come una cagna affamata di cazzo.”

Poi lo infilò. Tutto. Senza preavviso. Le afferrò la testa con entrambe le mani e spinse fino in fondo, fino a sentirlo premere contro la gola, fino a farle mancare l’aria.

Il primo conato la colse di sorpresa. Il corpo che si ribellava, lo stomaco che si contraeva. Ma lui non si fermò. Restò lì, premuto contro la sua gola, mentre lei lottava per non vomitare, per respirare, per esistere.

Quando si ritirò, un filo viscido le colò dalla bocca. Denso. Trasparente. La bava di una cagna che ha appena imparato chi è il padrone.

“Così. Brava puttana succhiacazzi.”

Le parole la colpirono come un pugno. Avrebbe dovuto sentirsi degradata. Usata. E invece. Invece quel “brava” le aveva fatto quasi venire le lacrime. Non di dolore. Di qualcos’altro.

Lui ricominciò a muoversi. Non erano le spinte di un amante. Erano i colpi di un padrone che usa un oggetto. Dentro. Fuori. Dentro. Ogni volta più a fondo, ogni volta più violento. Le teneva la testa ferma, decideva lui l’angolo, la profondità, il ritmo. Lei non doveva fare niente. Solo offrire la bocca e la lingua come strumenti del suo piacere. Solo prendere.

I conati arrivavano a ondate. Lo stomaco che si contraeva, la gola che si chiudeva, il corpo che cercava di espellere quello che la mente voleva disperatamente tenere. E ogni volta, quella bava densa, viscida, che le colava dal mento, sui seni nudi, sulle cosce. Filamenti trasparenti che la collegavano a lui come fili di una ragnatela oscena.

I suoni che uscivano dalla sua gola non erano umani. Gorgoglii soffocati, rantoli bagnati, il rumore umido di un cazzo che scopava una bocca senza pietà.

E mentre lui la usava, mentre le lacrime le rigavano le guance e il mascara colava nero sul viso, mentre la bava le impiastricciava il petto e i conati le scuotevano il corpo, un pensiero le attraversò la mente.

Legami. Legami a qualcosa e non smettere. Pisciami addosso mentre mi scopi la bocca. Fammi sentire che non ho più nessun controllo, su niente, nemmeno su quando respiro. Fammi diventare quella cosa che ho sempre avuto paura di volere.

Lui le tirò indietro la testa, sfilandosi dalla sua bocca. La guardò. Il viso devastato, il trucco a chiazze nere sulle guance, la bocca rossa e gonfia, il mento lucido di bava, i seni sporchi. Un capolavoro di distruzione.

Lei cercò di riprenderlo con le labbra. Lui fece un passo indietro.

Silenzio.

Anita restò lì, contro la gamba dell’orso, il corpo che tremava. Non l’aveva fatto venire. Non era venuto lui. L’aveva usata e poi si era fermato. Come si posa un giocattolo quando ti sei stancato di giocare.

E la cosa peggiore? Quel rifiuto, quell’abbandono improvviso, la eccitava più di tutto il resto. Più delle cinghiate, più della bocca scopata, più di qualsiasi cosa le avesse fatto prima. Essere lasciata lì, devastata e affamata, le diceva più di mille parole quanto poco contasse il suo piacere. Quanto fosse sua. Quanto fosse niente, se lui decideva che era niente.

“Rivestiti.” Le lanciò il vestito, mentre lui stesso si ricomponeva. “Andiamo a casa.”

La voce era asettica. Come se non fosse lo stesso uomo che un minuto prima le aveva scopato la bocca fino a farla quasi vomitare.

Anita si alzò con le gambe che tremavano. Si pulì il mento con il dorso della mano. Si infilò il vestito con dita che non collaboravano. La fica ancora pulsante, la vescica ancora piena, la gola in fiamme. E quella fame. Quella fame che lui aveva solo alimentato senza mai sfamarla.

Lo seguì nel buio del parco, docile come non era mai stata con nessuno. Sapendo che qualunque cosa l’aspettasse alla villetta, lei l’avrebbe accolta. L’avrebbe voluta. L’avrebbe supplicata, se necessario.

Perché ormai aveva capito. Non era più questione di sesso. Era questione di chi era sempre stata, nascosta sotto strati di normalità. E lui stava scavando. Strato dopo strato. Fino all’osso.

Le afferrò la mano e iniziò a camminare.

Con l’altra mano Anita, fece appena in tempo ad afferrare Felpudo per una zampa, trascinandolo dietro di sé nell’erba. Non avrebbe lasciato lì il suo nuovo complice.

Il luna park era una cacofonia di luci, suoni e risate. Anita camminava accanto a Dario, il corpo ancora scosso dai colpi della cintura, dalle cose succese. I suoi umori che le si appiccicavano alla pelle delle cosce. Ma fuori, nel mondo normale, nessuno lo avrebbe mai saputo. Così sperava.

Il chiosco di gelati era una inaspettata oasi di luci pastello in mezzo al caos della fiera. Dario si fermò davanti al bancone, gli occhi che scorrevano sui cartelli dei gusti come se stesse leggendo un menu segreto. “Un cono… mango con chile e limón con hierbabuena,” disse al venditore, senza guardare Anita.

Anita aprì la bocca per protestare – non aveva mai mangiato il mango piccante – ma lui le afferrò il polso, le dita che si chiudevano intorno all’osso come una manetta. *Aspetta.*

Quando il venditore porse il cono, Dario glielo mise in mano. “Assaggia.” Le sfiorò le labbra con il pollice, costringendola ad aprire la bocca.

Prima il dolce del mango, poi il bruciore del chile che le esplodeva sulla lingua. Anita chiuse gli occhi.

“Vedi?” La voce di Dario era un sussurro roco. “Dolce fuori, fuoco dentro. Come te.” Le porse un tovagliolo per asciugarsi le labbra. “Il limón con hierbabuena è per dopo. Quando avrai bisogno di rinfrescarti la bocca… e la mente.”

Anita leccò il gelato che le colava sul polso, sentendo il contrasto tra il freddo e il bruciore. “E tu non ne vuoi?”

Dario prese la coppetta di vetro che il venditore aveva preparato. “Io ho il caffè con canela.” Assaggiò un cucchiaino, gli occhi che non lasciavano i suoi. “Perché io scelgo quello che voglio. Tu prendi quello che scelgo io. E nessuno sceglie per me.”

Poi riprese a camminare, scegliendo strade secondarie, vicoli stretti dove la luce dei lampioni arrivava a malapena. Sapeva dove andare. Sapeva come evitare occhi indiscreti. E lei lo seguiva, il passo incerto, l’orso che strisciava sull’asfalto come il cadavere di un’infanzia abbandonata, mentre leccava il gelato che le colava.

La sua mano. Quella stretta che non mollava. Non era violenta, non faceva male. Era peggio. Era un collare invisibile, un guinzaglio fatto di pelle e calore. Non aveva bisogno di tirarla. Lei lo seguiva e basta. Come un animale che ha imparato a chi appartiene.

La villetta apparve in fondo alla strada come una promessa oscura. Lui non rallentò. Aprì il cancelletto del giardino e la trascinò dentro, Felpudo che sbatté contro lo stipite con un tonfo sordo.

Si fermò al centro del prato. Intorno a loro, le finestre dei vicini. Buie. Silenziose. Ma non per questo meno presenti.

“Spogliati.”

Anita guardò le case intorno. Una luce accesa al secondo piano, tre case più in là. Una finestra socchiusa proprio di fronte.

“Qui?”

Lui la guardò. Solo quello. Ma quello sguardo la colpì come uno schiaffo, le attraversò la pelle come una frustata. Non c’era rabbia nei suoi occhi. C’era qualcosa di peggio. Aspettativa. La certezza assoluta che lei avrebbe obbedito.

Le dita di Anita trovarono i bottoni del vestito. Lenti. Uno alla volta. Il tessuto scivolò dalle spalle, cadde sull’erba umida. Rimase nuda nel giardino di uno sconosciuto, nel cuore di Siviglia, con le finestre dei vicini che la fissavano come occhi chiusi che potevano aprirsi in qualsiasi momento.

“Ora piscia.”

La vescica urlò di sollievo anticipato. Ma il resto di lei si bloccò.

“Non… non posso. Non qui.”

Lui le si avvicinò. Le prese il mento tra le dita, costringendola a guardarlo.

“Non ti ho chiesto se puoi. Ti ho detto di farlo.”

Silenzio. Il cuore di Anita batteva così forte che i vicini avrebbero potuto sentirlo. Poi le gambe cedettero. Si accucciò sull’erba, le cosce spalancate, esposta alla notte e a chiunque avesse deciso di guardare fuori dalla finestra in quel momento.

Il primo zampillo uscì a fatica. Troppa tensione, troppa paura, troppa eccitazione. Poi qualcosa si ruppe dentro di lei e l’urina sgorgò violenta, calda, scrosciando sull’erba con un rumore che nel silenzio della notte sembrava assordante, donandole un piacere diverso da quello solitario, da quando tratteneva e pisciava da sola. Alzò lo sguardo.

Lui la guardava. In piedi davanti a lei, le braccia incrociate, lo sguardo di chi osserva un animale fare quello che gli animali fanno. E nello stesso tempo era la sua roccia, il suo punto saldo. Una sensazione totalmente nuova per lei.

Anita pisciava e tremava. Provava qualcosa che non aveva nome. Una liberazione che andava oltre la vescica, oltre il corpo. Come se stesse svuotando anni di vergogna insieme a quei litri di piscio caldo che le bagnavano le cosce, i piedi, l’erba sotto di lei.

Lo zampillo rallentò. Le ultime gocce. Fu allora che lui si mosse.

Si inginocchiò davanti a lei. La mano scivolò tra le sue cosce aperte, le dita che trovarono la fica ancora bagnata, ancora calda. Raccolse le ultime gocce, infilando le dita per mescolare il tutto ai suoi umori, a quel miscuglio osceno di piscio ed eccitazione.

Anita trattenne il respiro.

Lui sollevò le dita. Lentamente. Le portò alla bocca di lei, strofinandole sulle labbra, invadendo la bocca come l’aveva abituata a fare con il cazzo. Anita le accolse senza disgusto. Con la reverenza di un’antica sacerdotessa che beve qualcosa di divino, gli succhiò le dita con la stessa intensità di quando gli succhiava l’uccello

Qualcosa si spezzò nel petto di Anita. Non sapeva se fosse il cuore o l’ultima barriera che la separava dalla resa totale.

Lui si alzò. Afferrò il vestito e le porse la mano.

Lei la prese. Si sollevò con le gambe che tremavano, i piedi bagnati nell’erba, il corpo nudo che brillava di sudore e piscio sotto la luna. Afferrò Felpudo e lo seguì, ubbidiente.

La porta della villetta si aprì davanti a loro come una bocca affamata.

Anita si fermò sulla soglia. Un istante. Il tempo di un respiro.

Dietro di lei, il mondo che conosceva: la feria che ancora pulsava in lontananza, Jimena e Blanca che probabilmente non dormivano, il B&B. La donna che per quarant’anni aveva nascosto la propria fame dietro sorrisi educati e orgasmi finti. Quella Anita stava ancora là fuori, nel giardino, accucciata sull’erba bagnata del proprio piscio. Non sarebbe rientrata con lei.

Davanti, il buio. Un buio che profumava di lui, di desideri e speranze, di tutto quello che non aveva ancora il coraggio di nominare. Un buio che prometteva di mostrarle esattamente chi era sempre stata.

*Dovrei avere paura,* pensò. *Invece mi sento come se…* Non riuscì a finire il pensiero.

Dario la osservava. Quella donna ferma sulla soglia, nuda, sporca, devastata. E bellissima in un modo che non aveva niente a che fare con il corpo. Era il coraggio che la rendeva bella. La resa che luccicava nei suoi occhi come una cosa viva.

Aveva avuto tante donne. Sottomesse perfette che seguivano i protocolli, che dicevano le parole giuste al momento giusto. Nessuna lo aveva mai guardato così. Come se lui fosse l’unica cosa reale in un mondo di ombre. Come se attraversare quella porta fosse la decisione più importante della sua vita.

E forse lo era.

*Attento*, si disse. *Questa potrebbe essere quella che…* E non ebbe il coraggio di finire il pensiero.

Le strinse la mano. Non per trascinarla. Per dirle che era lì, che non era sola.

Anita fece un passo avanti.

La porta si chiuse alle sue spalle con un click definitivo. Il suono di una vecchia vita che finiva. O di una nuova che iniziava.

Forse erano la stessa cosa.