Capitolo 11 – Giochi Proibiti

11 Shadow Player by Loui Jover

Camminare avvinghiata al suo braccio. Sentire come lo stesso braccio riuscisse a cingerla, stringerla a sé. Sentire il suo calore, respirare il suo odore. Ascoltare la sua voce. Quella era una ricompensa enorme per lei. Avrebbe voluto essere una gatta per potergli fare le fusa. E poi quel complimento inatteso e inaspettato la faceva gongolare, e lei lo sapeva e non le importava.

Poi due pensieri le attraversarono la mente generando due diverse emozioni e sensazioni. Domani era domenica, il giorno in cui lui le aveva promesso di farla godere. Il giorno dopo era lunedì, il giorno in cui avrebbe preso un volo per Milano.

Persa in quei pensieri nemmeno si chiese dove stessero andando, fidandosi e affidandosi completamente a lui.

Dario la sentiva agganciata al suo fianco, quel corpo che sembrava aderire al suo in un modo unicamente perfetto, come se il suo braccio fosse parte del suo corpo.

Camminarono fuori dalla tienda verso il Barrio. Il rumore della feria si smorzò in fretta, inghiottito dai vicoli stretti e dai muri bianchi. I suoi tacchi sui sampietrini. Il profumo di zagara che arrivava da qualche cortile nascosto. Siviglia di notte aveva quella qualità silenziosa che le grandi città non capiscono, il silenzio non come assenza, ma come presenza.

Sentiva il suo peso contro il suo fianco. Sentiva che stava pensando.

“Domani è domenica.” La voce di Anita era bassa, quasi come se parlasse a sé stessa. Il tono in equilibrio precario tra domanda e affermazione.

“Sì,” disse lui. “Il settimo giorno.”

Lei lo guardò di sottecchi. “Lo sai cosa intendo.”

“Forse.” Una pausa. I tacchi di lei sui sampietrini. “Dimmelo tu.”

Anita sospirò, tra il divertito e l’esasperato. “La promessa che mi hai fatto.”

“Ah.” Il tono di Dario era quello di chi finge di cercare nella memoria, aggrottando la fronte. “Quale promessa?”

Anita si fermò un mezzo passo, lo guardò. “Non azzardarti.”

Dario resse lo sguardo e abbassò di un tono la voce. “Non azzardarmi a cosa?”

“A fare finta di non ricordare che mi ha promesso di farmi godere.”

“Te l’ho promesso?” La voce era divertita, ma con quel filo sotto che non era solo divertimento.

“Hai promesso.” La voce di Anita era ferma, con quella sfumatura testarda che emergeva quando decideva di tenergli testa. Quando la brat prendeva il sopravvento.

Lui non rispose subito. Lasciò che il silenzio lavorasse, che lei sentisse il peso dell’attesa. I tacchi di lei sui sampietrini. Il Barrio si stringeva intorno a loro, i muri bianchi che riflettevano la luce fioca dei lampioni.

Si fermò facendo in modo che lei si trovasse esattamente di fronte a lui.

“Domani sera ti faccio venire finché non riesci più a stare in piedi.” Una pausa. La voce scivolò su un tono quasi minaccioso. “Fino a quando non mi supplichi di fermarmi. Ma lo faccio perché voglio io, non perché me lo ricordi tu.”

Anita aprì la bocca. Le farfalle e gli avvoltoi che le giravano nello stomaco non le consentirono di emettere un suono. La richiuse.

“Capito?” aggiunse lui, con tono leggero. Troppo leggero.

“Capito,” disse lei.

Si rimisero in cammino in silenzio. Il profumo di zagara era ovunque. La mente di Anita era già in un altro universo.

Poi, dopo qualche altro passo, la voce di Anita cambiò. Si fece più piatta, più piccola.

“E lunedì parti.”

Non era una domanda.

“Sì. Lunedì parto.”

Silenzio. I tacchi. I sampietrini. Pensieri che si accavallavano furiosi senza riuscire a trasformarsi in parole, frasi, suoni.

“Okay,” disse Anita.

Una sola parola. Ma il modo in cui la disse conteneva tutto quello che non avrebbe mai detto.

Camminando in silenzio, per quanto persa nei suoi pensieri, Anita iniziava a riconoscere le strade, intuire dove stessero andando. La direzione era quella dei Jardines de Murillo, del Barrio Santa Cruz o verso Las Atarazanas, gli antichi cantieri navali medievali. Erano tutte zone che, per via della fiesta e dell’ora tarda, cambiavano pelle, diventando solitarie, buie, silenziose in un modo che poteva fare paura o eccitare, dipendeva da con chi ci si trovava.

L’aria fresca della notte le saliva sotto la gonna ad ogni passo, ricordandole la scelta che aveva fatto nello spogliatoio. La stessa aria le accarezzava la camicetta sottile, stuzzicando i capezzoli già svegli da ore, già pronti, già suoi. Quel pensiero le causò un’impennata di eccitazione.

All’improvviso un pensiero le si accese in mente: la pallina di stagnola!

Presa dall’eccitazione di stare con lui, stupidamente, aveva scordato quell’ordine, nonostante l’avesse torturata tutta la sera, ad ogni passo di danza, ad ogni struscio con il compagno di ballo.

All’eccitazione si aggiunse la paura, creando un cocktail al limite dell’esplosivo.

Cosa aveva in mente? La conosceva abbastanza da sapere che non sarebbe stato semplice, non sarebbe stato prevedibile. Poteva immobilizzarla contro un muro, poteva ordinarle di inginocchiarsi su un marciapiede deserto, poteva portarla fino al limite e lasciarla lì, sospesa, come aveva già fatto. Oppure qualcosa che non aveva ancora immaginato. Con lui il catalogo delle possibilità era sempre più vasto di quello che si aspettava, e questo la terrorizzava e la eccitava in egual misura.

Dario sentiva il suo respiro cambiare ritmo mentre camminavano. Impercettibile per chiunque altro. Non per lui. Conosceva già quel respiro, sapeva cosa significava: la mente di Anita stava lavorando, costruendo scenari, cercando di anticiparlo. Era uno dei suoi giochi preferiti, quello. Lasciarla immaginare. Perché qualunque cosa immaginasse, lui avrebbe fatto altro. E lei lo sapeva, e continuava a immaginare lo stesso.

I Jardines de Murillo erano a due isolati. Il cancello laterale che aveva notato quella mattina passando, quello che di notte restava socchiuso. Dentro: i cipressi alti, il buio fitto lungo le mura dell’Alcázar, il silenzio.

Più che abbastanza.

In silenzio, controllando che nessuno potesse vederli, guidava Anita attraverso il giardino di Plaza de Santa Cruz, percependo con piacere una certa agitazione nel suo corpo, nel modo di aggrapparsi al suo braccio, mentre imboccavano Calle de Nicolás Antonio.

Sorrise.

Rientrando a casa la sera prima, ancora su di giri per la videochiamata, la sua mente aveva già cominciato a lavorare. Aveva speso una parte della notte a fare ricerche su Siviglia, fino ad individuare nei Jardines de Murillo il luogo ideale: la location, il buio, e soprattutto il fatto che ufficialmente la sera venissero chiusi. Con l’aiuto della sua fidata AI, Claude, aveva trovato un blog in cui veniva spiegato come raggiungere un cancello lungo Calle de Nicolás Antonio che era difettoso e restava sempre aperto. Aveva ringraziato il suo amico virtuale, poi si era dedicato allo studio delle piante presenti nel parco e aveva valutato la mappa con attenzione. Non contento, si era mosso per tempo e aveva fatto un sopralluogo fisico prima di andare a prendere Anita. Vicino alla zona che aveva scelto per la serata, aveva nascosto sotto un fitto cespuglio una sacca con alcuni oggetti che aveva selezionato con cura quella mattina, prima del sopralluogo. Oggetti che avrebbero contribuito a rendere più intensa la scena.

Ora erano quasi arrivati.

Il suo piano era quasi perfetto. Mancava solo un particolare. Ma a questo, involontariamente, aveva contribuito Anita, presentandosi senza la pallina. Una giustificazione perfetta per infliggerle una punizione.

Sorrise di nuovo, questa volta senza nasconderlo.

Oramai erano a pochi passi dall’ingresso “segreto”.

Anita tentò di dire qualcosa. “I Jardines sono chiusi a quest …”

La mano di Dario spinse senza troppa fatica il cancello che con un lieve cigolio si aprì zittendo Anita.

Di nuovo le due anime di Anita tirarono i suoi pensieri in direzioni diverse. Il giardino deserto, cosa lui avrebbe potuto farle in un luogo dove se anche avesse urlato nessuno l’avrebbe potuta sentire. Dall’altra parte, la curiosità di quello che lui aveva in mente per lei non faceva altro che aumentare la sua eccitazione e quella familiare umidità tra le cosce. Chiuse per un secondo gli occhi cercando di prendere una decisione importante dentro di sé prima di varcare quel cancello: si fidava di lui?

Girò lo sguardo verso di lui, cogliendo quel sorriso che aveva imparato a conoscere, la luce in quegli occhi che l’avevano ipnotizzata fin dal principio. Non leggeva nulla di malvagio sul suo viso o nei suoi occhi. Perversione sì, forse un pizzico di sadismo, ma nulla di malvagio e pericoloso.

“Mi fido di te.” Fu il sussurro che uscì dalle labbra di Anita mentre varcava il piccolo cancello davanti a lui.

Ora toccava a Dario sentire quel fremito di piacere che quelle parole pronunciate in quel modo da Anita potevano fare su una persona come lui. Come capitava raramente rimase senza parole. Fu solo un istante, poi riprese a guidare Anita lungo uno dei sentieri principali. Il parco era nella semioscurità. Si muovevano come due ombre silenziose. Solo il sordo suono dei loro passi, smorzato dalla sottile ghiaia, era vagamente percettibile, nascosto dal fruscio dei cipressi che giocavano con la brezza notturna.

Bruscamente Dario cambiò direzione trascinando con sé Anita, seguì il muro della recinzione dell’Alcázar per qualche metro fino a quando trovò un cancello seminascosto dalla vegetazione. Anita lo osservò incuriosita, sia dal fatto che sembrava conoscere quel luogo molto meglio di lei, sia per cercare di capire cosa avesse in mente. Lui la guardò serio, portandosi il dito sulle labbra nel classico gesto che indica di fare silenzio. Poi afferrò due sbarre del cancello e spinse vigorosamente due o tre volte. Con qualche soffocato lamento metallico il cancello cedette quel tanto che bastava per aprire un passaggio. Il cuore di Anita accelerò ulteriormente. Da quel cancello si entrava nella parte dei giardini dell’Alcázar, che facevano parte dei giardini reali.

In pochi minuti arrivarono nel luogo che lui aveva scelto. Era una zona del giardino dove le vasche rettangolari erano circondate da cipressi altissimi che proteggevano il tutto. Il silenzio che li circondava incuteva quasi timore. Al centro c’era una piccola fontana, circondata di panchine, e una scalinata semicircolare portava al Jardín de los Poetas.

Dario si fermò di fronte a lei. “Non abbiamo tutto il tempo che vorrei, ma” Le mani slacciarono con forza la camicetta esponendo i suoi seni. I capezzoli, già sensibili di loro, reagirono alla fresca brezza immediatamente. “… oggi hai disubbidito a un ordine.” Una pausa ad effetto, tipica del suo modo di parlare.

“La pallina di stagnola…” Anita mormorò, confermando che sapeva cosa aveva combinato. “Ero… Volevo…”

Dario non la lasciò continuare.

“Lo sai che non posso permettere che passi inosservata!”

Anita annuì.

“Resta ferma qui, non ti muovere.”

Lo vide allontanarsi di qualche metro, frugare sotto un cespuglio e tornare con una sacca di tela che appoggiò sulla panchina vicino a loro. Frugò dentro per qualche secondo e poi estrasse il collare. Anita gli sorrise, mentre le sue mani forti glielo avvolgevano al collo e lo chiudevano.

Il secondo oggetto che comparve dalla sacca fu una catena con le mollette per i capezzoli. Dario per prima cosa la agganciò al collare, poi con lentezza e precisione intrappolò uno dopo l’altro i capezzoli e per concludere regolò la lunghezza della catena in modo che restassero sufficientemente in tensione.

Anita era immobile, un manichino di carne a sua completa disposizione, mentre lui l’aveva spogliata con pochi gesti. In fin dei conti indossava solo due capi. La brezza le accarezzava la pelle, facendola fremere, ma mai quanto il pensiero di cosa lui poteva avere in mente di fare.

Estrasse qualcos’altro dalla sacca: corde. Con sicurezza, senza eccessiva fretta, aveva fatto un’artistica legatura tra mano e polso ad entrambe le mani, lasciando che molta corda avanzasse. Aveva preso le corde e l’aveva tirata verso la scalinata. Le fece fare i primi tre gradini. Ad Anita tremavano le gambe, non per il freddo, ma per l’attesa. Le fece fare il primo gradino della seconda serie di tre e le ordinò di fermarsi e girarsi.

Tenendo solo una delle due corde si avvicinò all’albero alla destra di Anita e con la solita sicurezza fissò la corda all’albero. Ripeté l’operazione con l’altro albero, in modo che Anita fosse in una posizione simile a una crocifissione. Si allontanò quel tanto per raggiungere la sacca. Il passo lento, tranquillo, mentre la donna si guardava in giro. Non era mai stata esposta in quel modo. Era abbastanza sicura che lui avesse studiato la situazione con la solita maniacalità, ma sapeva anche che quelli erano giardini abbastanza sorvegliati. Quando lui tornò aveva altre due corde che usò per fissare le caviglie agli alberi, trasformandola in una donna vitruviana. La sua donna vitruviana.

La osservò per qualche istante. Anita colse quello sguardo di soddisfazione. Non era scomoda. Non poteva muoversi ma il suo corpo non era in alcun modo sotto stress. Sottopelle le restava solo la paura di essere lasciata lì, abbandonata in quel modo.

Lui fece qualche passo, si avvicinò a un cespuglio, spezzando un ramo che aveva selezionato per la lunghezza. Tornando verso di lei lo muoveva come se stesse cercando di testarne la flessibilità. I piccoli fiori bianchi permisero ad Anita di riconoscere che era un ramo di mirto, ma quando lui le arrivò di fianco le sussurrò “Mirto…” con le labbra che le sfioravano l’orecchio.

Poi il ramo iniziò ad accarezzarle il corpo. I seni, la pancia, tra le cosce, per risalire poi dietro. La prima fustigata sul sedere arrivò inaspettata, strappandole un urlo che tentò di soffocare. Al primo seguirono altre quattro fustigate sulle chiappe. Quando tornò davanti a lei lo sguardo era di sfida. La risposta alla sfida furono tre colpi, uno per seno e il terzo esattamente sulla vulva. Sensazioni completamente diverse da quelle sul sedere.

Ricominciò ad accarezzarla, poi un’altra serie di colpi, casuali, cercando di non darle punti di riferimento, anche se sapeva che lei non aveva la possibilità di muoversi, di sfuggire.

Anita sentiva sulla pelle pizzicare, una diffusa sensazione di calore, ma quando si guardava non vedeva particolari segni. Il bastardo aveva studiato anche quello.

Dopo cinque o sei minuti di quella tortura, si allontanò un’altra volta, restando sempre nella sua visuale. Scelse un altro cespuglio, un altro ramo, dai caratteristici fiori viola.

Quando si avvicinò ripetendo il gesto delle carezze con il ramo, le sussurrò la domanda all’altro orecchio. “Fiori viola, il tuo colore preferito. Riconosci la pianta?”

“Credo sia… duranta…” rispose flebilmente Anita.

“Brava” si complimentò Dario. “Per quanto abbia i fiori del tuo colore preferito, ha anche delle piccole spine.”

Platealmente, davanti a lei, unì il ramo di duranta a quello di mirto e ricominciò il rito della fustigazione dal suo sedere. Avere raddoppiato i rami dava più importanza al colpo. Inoltre si mischiavano le sensazioni del ramo di mirto, più flessibile e bruciante, con quello di duranta, più pungente.

I colpi salirono anche sulla schiena, poco più di carezze, ma sensazioni diverse. Poi tornò di nuovo sul davanti. Tocchi, colpi, fustigate più decise. Seni, pancia, cosce, figa.

Anita si avvicinò all’abisso chiamato subspace, quello spazio dove la mente mischia dolore e piacere sublimando in una dimensione completamente nuova. Dario vide il corpo iniziare a tremare e si fermò. Attese il tempo che Anita alzasse di nuovo lo sguardo di sfida verso di lui, prima di allontanarsi alla ricerca di un altro ramo.

Il mirto aveva i fiori bianchi. La duranta viola. Scelse un ramo di oleandro con i fiori rosa. Vide Anita strizzare gli occhi come se stesse cercando di riconoscere la pianta. Lui fece quel sorriso sadico che la eccitava. Poi sentì la sua voce calda colarle nell’orecchio, mentre la mano avvolgeva la sua figa.

“Per il tocco finale ho scelto l’oleandro.” Pausa. “No, non per il colore del fiore, ma per il potere leggermente urticante.”

La mano liberò il suo sesso, mentre il ramo di oleandro iniziava ad accarezzare la sua pancia, i seni, lasciando una sensazione di pizzicore diversa, più intensa. Di nuovo, con la stessa plateaità, Dario unì i rami e ricominciò il rito della fustigazione.

Ora ogni colpo era più intenso, grazie all’unione dei tre rami, ma era anche decisamente più intensa la sensazione che restava dopo. Ogni ramo creava una stimolazione diversa sulla pelle che, unite, mandavano una serie di segnali diversi al cervello. Dario colpiva con una calcolata frequenza, in modo che Anita potesse gustare sia il colpo che tutto quello che arrivava dopo. Inoltre aveva deciso di alternare ai colpi dei rami le loro carezze. In questo modo la pelle di Anita si colorava di striature diverse.

Questa volta lui andò avanti abbastanza a lungo perché lei scivolasse e si perdesse sufficientemente in quello spazio particolare. Era molto, tanto tempo che qualcuno riusciva a portarla in quello stato, in quel luogo.

Riusciva a sentire i colpi, a percepirli, ma nello stesso tempo le sensazioni venivano trasmutate in qualcos’altro che era piacere allo stato puro, piacere primordiale.

A un certo punto, da lontano, sentì la voce di Dario che la chiamava. “Anita… Anita… torna da me.” Le sue mani le accarezzavano il viso. Il corpo, mentre continuava a parlarle, facendo in modo che la sua voce la guidasse fuori da quel luogo senza paura o traumi.

Quando Anita aprì gli occhi e trovò il suo viso, gli sorrise, un sorriso carico di gratitudine.

“Riesci a stare in piedi? Ti devo slegare.”

Anita annuì. Parlare era qualcosa che ancora non le veniva.

Lui si mosse rapido, slegando le corde dalle piante, ma non dalle sue caviglie e polsi. La aiutò a camminare fino a una delle grandi panchine di pietra. “Abbiamo quasi finito” le mormorò. Anita annuì un’altra volta, con un velo di rammarico.

La fece mettere sulla panchina in ginocchio. Le corde dei polsi furono fissate alla ringhiera, mentre quelle delle caviglie ai due braccioli, assicurandosi che lei rimanesse con le cosce spalancate.

Poi di nuovo la sua voce, questa volta un po’ più dura.

“Quando ti do un ordine, tu cosa devi fare?”

Anita, persa ancora in quel limbo tra uno stato e l’altro, non riuscì a rispondere.

Arrivarono secchi e decisi cinque colpi con il trittico di rami. Questa volta li sentì con decisione.

Poi di nuovo la sua voce: “Quando ti do un ordine, tu cosa devi fare?”

“Ubbidire!” disse con la voce incrinata dalla voglia quasi di piangere.

Tre colpi.

“E se non ubbidisci?”

Altri tre colpi.

“Devo essere punita.” La voce oramai spezzata.

Un colpo, secco e più forte degli altri.

“Cosa ti avevo ordinato di portare?”

Un altro colpo simile al precedente.

Anita ci mise qualche secondo a trovare le forze per rispondere. “Una pallina… di stagnola…”

La mano di Dario la afferrò per i capelli con decisione, facendole inarcare la testa mentre le sibilava nell’orecchio: “Dove cazzo è la mia pallina di stagnola?”

Anita non rispose, sapeva che qualunque risposta sarebbe stata solo una scusa.

Prima che le lasciasse i capelli lo sentì ordinare seccamente: “Conta!”

I rami colpirono perfettamente entrambe le chiappe in maniera uniforme.

“Unooooo…”

Dario cambiava posizione, frequenza e intensità di ogni colpo e non si fermò fino a quando Anita non pronunciò con un filo di voce venticinque.

Il suo sedere adesso era un perfetto mélange di colori tra il rosso carminio e il rosa intenso. Ma si era assicurato che non ci fossero segni profondi o sangue. Non era nei suoi desideri. Appoggiò i rami sulla panchina, controllò il respiro della donna. Una mano accarezzò tutta la schiena, entrambe le chiappe arrossate, per poi fermarsi tra le cosce ed esplorare il suo sesso. Quello che trovò non lo sorprese. La sua figa era calda come un frutto maturo aperto, gonfia di piacere.

Anita si inarcò immediatamente, cercando di prendere il controllo del proprio corpo e del piacere che era stato così a lungo messo alla prova.

Le dita, dopo avere fatto una approfondita esplorazione, uscirono e colme dei suoi umori affondarono nell’altro sfintere, così esposto in quella posizione. In quei giorni era stato così tanto messo alla prova che tre dita affondarono con facilità. Un lungo gemito gutturale riempì il silenzio del luogo.

Dario allungò la mano, prese la sacca, estrasse l’ultimo oggetto.

Abbassò la zip e liberò la propria eccitazione. L’aria fresca lo fece ulteriormente inturgidire. Appoggiò la cappella rovente tra le labbra della figa di Anita e, cercando di esercitare tutto il controllo che aveva sul proprio corpo, spinse più lentamente che poté.

Anita sentì la carne del suo padrone penetrarla millimetro dopo millimetro. Si aggrappò alla spalliera, alle corde, cercando di resistere alla voglia, al desiderio, al bisogno di spingersi contro di lui, essere tutta sua e, cristo, godere per lui, di lui, con lui.

Quando il glande arrivò in fondo, lo sentì restare fermo. Era un restare fermo strano. La mano dell’uomo le afferrò di nuovo i capelli, un modo silenzioso per ordinarle di non muoversi. Poi improvviso un fiotto caldo la riempì. Il primo pensiero che lui fosse venuto dentro di lei venne cancellato da un secondo fiotto più lungo.

Lo sentì uscire dalla figa e meno lentamente affondare nel suo ano, muoversi quel tanto che bastava per assicurarsi di essere dentro di lei fino alla base. Qualche secondo di silenzio di nuovo, poi eccolo nuovamente. Un lungo fiotto caldo a riempirle il culo, la pancia.

Improvvisamente le fu chiaro. Le aveva pisciato nella figa. Le stava pisciando nel culo.

L’umiliazione provocata da quel gesto scatenò un turbinio di pensieri ed emozioni completamente nuovo. La sua urina le stava riempiendo la pancia come un clistere. Lo sentì finire, le ultime contrazioni. Poi lentamente sfilarsi, ma subito infilare qualcosa che le tappasse il culo. Un plug, importante, che non le avrebbe permesso di perdere nemmeno una goccia.

Sentì i suoi passi e lo vide comparire davanti a sé, o meglio vide il suo cazzo comparire davanti a sé, alla sua bocca. La mano le afferrò di nuovo i capelli mentre le infilava il cazzo, che sapeva di piscio e di lei, in bocca. “Terrai il plug fino a quando arriverai a casa.” Iniziò a muoversi lentamente nella sua bocca. “Quando sarai a casa ti spogli, vai in doccia e…” Si fermò con il cazzo tutto nella sua bocca, in gola. “… voglio che ti fai un video mentre pisci dalla figa e dal culo!” Si sfilò dalla sua bocca. “È tutto chiaro?”

Anita deglutì cercando di riconnettere il cervello, di riuscire a emettere suoni che non fossero gemiti o grugniti. “Sì… Padrone…”

“Brava.” Disse semplicemente prima di ricominciare a usare la sua bocca per il proprio piacere, scopandola come se fosse un oggetto qualunque, ma fermandosi poco prima di venire.

Anita aveva sempre un momento di dispiacere quando lui faceva così. Era un altro modo di toglierle piacere. Un altro modo di controllare il suo piacere.

Rapidamente la sciolse dalle corde, infilandole nella sacca. Si sedette sulla panchina prendendola tra le braccia. “Come stai?”

Il tono era diverso da quello di prima. Erano entrati nell’aftercare. Lei alzò gli occhi a cercare quelli di lui. Erano occhi lucidi, colmi di gratitudine e piacere. “Penso di stare bene.” Rispose con un filo di voce, stringendosi contro di lui, contro il suo petto. Le braccia di Dario la strinsero con forza.

Tenerla era diverso dal controllarla.

Dario lo sapeva da sempre, ma ogni volta che arrivava a questo punto della scena se ne ricordava come fosse la prima. Il dominante si ritirava, non spariva, si ritirava, come un’onda che torna al mare, e restava l’uomo. Quello che aveva le braccia piene di una donna che si stringeva contro il suo petto come se lui fosse l’unica cosa solida in un mondo che ancora ondeggiava.

Sentiva il suo respiro che si regolarizzava lentamente. Il tremore residuo nelle sue spalle. Le sue mani che stringevano la sua camicia senza mollare.

Aveva fatto scene più lunghe. Più tecniche. Più elaborate. Ma c’era qualcosa in Anita che rendeva l’aftercare diverso, non più difficile, diverso. Con lei non si trattava di gestire una sub che rientrava. Si trattava di tenere in braccio qualcuno che si era fidata di lui in modo assoluto, senza riserve, senza calcoli. Quella fiducia aveva un peso specifico che sentiva ancora addosso.

Le sollevò il viso. Gli occhi lucidi, il rossetto sparito da ore, i capelli disfatti. Bella in un modo che non aveva niente a che fare con il vestito o il trucco.

La baciò piano, all’inizio, poi con passione, infine con trasporto.

“Mi piacerebbe restare qui tutta la notte, ma è pericoloso, dobbiamo muoverci.” Anita annuì, restando aggrappata a lui ancora per un minuto. Baciandolo lei questa volta.

Fuori, da qualche parte oltre i muri dell’Alcázar, Siviglia continuava la sua notte. Loro erano fermi.

Per adesso.

Si rivestì mentre Dario le slacciava collare e catenine e rimetteva tutto nella sacca. Rifecero lo stesso percorso dell’andata. Dal cancello di Calle de Nicolás Antonio al B&B erano venti minuti a piedi.

Uscirono in silenzio. La notte li accolse con la stessa indifferenza con cui Siviglia accoglie tutto, belle storie, storie brutte, storie che non hanno ancora un nome.

Anita camminava. Ogni passo era una scoperta. Il plug la teneva piena, pesante, presente. Non poteva dimenticarlo anche se avesse voluto. E non voleva. Ma era l’altro, quel calore liquido che si muoveva nella sua pancia a ogni passo, a tenerla in uno stato sospeso tra il reale e qualcosa che non aveva ancora un nome. Era dentro di lei. Lui era dentro di lei, in un modo che non aveva mai sperimentato, in un modo che nessuno le aveva mai chiesto di portare. E lei lo portava. Lo portava camminando per i vicoli bianchi di Siviglia alle due di notte come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Non lo era. Era la cosa più assurda, più intensa, più sua che avesse mai fatto.

Ripensò alla scalinata, alle corde, ai tre rami. Al momento in cui aveva smesso di essere nel mondo e il mondo aveva smesso di esistere. Ci erano voluti anni per trovare qualcuno capace di portarla in quello spazio.

Domani. Aveva promesso domani. E domani aveva un sapore diverso da tutte le altre promesse che aveva ricevuto in vita sua.

Dario camminava e ascoltava.

Ascoltava quello che Anita gli trasmetteva senza parole. Il modo in cui ogni tanto si stringeva al suo braccio, quasi senza accorgersene.

Ascoltava i propri pensieri, ripercorreva quanto vissuto e provocato nell’ultima ora, negli ultimi giorni.

Aveva avuto compagne e sottomesse nel tempo, non poche. Ma lei era diversa. Lei non obbediva unicamente agli ordini. Aveva provato a spingerla oltre i suoi limiti. Ogni volta lei li aveva superati.

La osservò senza farsi vedere. Il fiore di jacaranda era ancora tra i capelli, miracolosamente sopravvissuto a tutto, come lei.

Lui aveva già in mente tutto per domani. Quello che le aveva promesso non era solo piacere. Era qualcosa che voleva darle prima di partire. Qualcosa che lei portasse con sé, dopo.

Entrambi evitarono di pensare a lunedì.

Quando furono in vista del B&B Dario la spinse in una piccola traversa. Le aprì di nuovo la camicetta, la fece inginocchiare e abbassò la zip. Lei si leccò le labbra, felice che avesse cambiato idea, ma lui la bloccò con lo sguardo e le parole.

“Ferma dove sei, metti le mani sotto le tette!”

Lo vide iniziare a masturbarsi lentamente, quella mano grossa che si muoveva, mentre gli occhi di lui la inchiodavano. L’eccitazione del pensiero che qualcuno poteva passare e vederli. Poi il fiotto caldo del suo sperma sui seni, sul viso.

Le concesse solo di ripulirlo e metterlo dentro i pantaloni. Le ordinò di rivestirsi e arrivati davanti alla porta si baciarono di nuovo, passionatamente.

“Qualcosa mi dice che qualcuno ci stia osservando, spiando…” bisbigliò Anita, certa che le amiche non sarebbero andate a letto senza saperla al sicuro a casa. Scoppiarono a ridere. Si baciarono un’ultima volta. “Non dimenticarti il video.” Le ricordò Dario.

“Non potrei.” Fu la semplice risposta di Anita.

Jimena e Blanca l’avevano aspettata, con la solita preoccupazione. La osservarono stringersi a lui, sospirarono assieme guardando come si baciavano. Traspariva tutta la particolare passione che scorreva tra loro due.

Avevano sentito la porta che veniva aperta e chiusa e poi la voce squillante di Anita. “Sono a casa, sana e salva. Andate a letto adesso.” Scoppiarono a ridere tutte e tre.

Anita si trascinò su per le scale. Esausta fisicamente ed emotivamente, ma anche felice, estremamente felice. Sentiva il viso contratto in un sorriso che sembrava una paralisi perenne. Scoppiò a ridere mentre richiudeva la porta della camera dietro di sé.

Si mise davanti allo specchio, lasciò cadere i vestiti a terra e osservò il suo corpo, girando su sé stessa. I segni dei rami erano ancora visibili, ma sembravano già schiarirsi. Sicuramente una doccia fresca li avrebbe aiutati a sfiammarsi. Ne accarezzò alcuni con la punta delle dita, seguendone il percorso, sentendo come la pelle era sensibile in quel punto, godendone in qualche modo. Sorrise a sé stessa nello specchio.

Le restava ancora un ordine da eseguire. Accarezzò la pancia e sentì la vescica farsi sentire. Prese il telefono e andò in bagno. Cercò il modo di posizionare il telefono. Si accosciò nella doccia e cercò con le dita il plug. Fece partire il video pochi istanti prima di sfilarlo.

Liberarsi del plug dopo così tanto tempo fu quasi un sollievo fisico. Ma fu quello che seguì a sorprenderla. La vescica che si svuotava dopo ore di attesa, e insieme tutto quello che lui le aveva lasciato dentro, crearono una sensazione che non aveva parole precise. Qualcosa di caldo, di totale, di profondamente suo. Si ritrovò a stringere i denti per non lasciarsi andare. Un orgasmo non autorizzato era fuori discussione. Respirò. Aspettò. Tenne duro. “È tutto per lei, Padrone.” mormorò prima di interrompere il video.

Non attese una risposta. Era il momento di dedicare un po’ di tempo a sé stessa. Aprì nuovamente la doccia, regolando la temperatura dell’acqua in modo che non fosse troppo calda. Si mise sotto il getto d’acqua bagnando prima di tutto i capelli per poi fare scorrere l’acqua su tutto il resto della pelle. Aveva passato una giornata particolare. Una giornata in cui aveva sperimentato cose nuove, a cui non aveva mai pensato. Ma non era solo la giornata appena terminata. La sua mente ripercorse a ritroso la settimana e mentre ci pensava il suo sesso incominciava a pulsare. Sorrise di nuovo.

Poi il pensiero si spostò in avanti, al giorno dopo, la domenica.

Dario aveva appena chiuso la porta della villetta quando arrivò la notifica. Si fermò lì, la schiena contro il legno, la sacca ancora in mano. Aprì il video.

Lo guardò fino in fondo senza muoversi dal posto. Lei nella doccia, accosciata, i segni dei rami ancora visibili sulla pelle. I liquidi che uscivano dai suoi sfinteri. La vide stringere i denti, trattenere il respiro, combattere contro sé stessa. Lo sentì mormorare quelle quattro parole prima di interrompere il video. Aveva eseguito un ordine che lui aveva dato ore prima in un giardino proibito. E lo aveva fatto bene.

C’era una differenza enorme tra una donna che obbedisce perché hai gli occhi puntati su di lei e una donna che obbedisce quando non ci sei. Quella differenza si chiamava fiducia. E lui la riconosceva quando la vedeva.

Si staccò dalla porta. Posò la sacca.

Poi scrisse.

“Brava, grazie, ci vediamo domani sera.”

Anita lesse il messaggio nell’oscurità della camera. Sorrise, stringendo il telefono al petto.

Si addormentò così.