Quando la routine si spezza, nasce l'avventura. Un messaggio nato per caso. Una baita lontana dal mondo. Un pranzo di lavoro che cambia direzione. “Destinazioni impreviste” ti accompagna in un viaggio di emozioni autentiche, dove il corpo parla la lingua della libertà e l’imprevisto diventa occasione di scoperta. Lasciati sedurre da racconti intensi e profondamente umani. Per chi ama le storie vere, il coraggio di vivere e la passione che accende ogni confine.
Il B&B le accolse con la sua quiete familiare. Jimena e Blanca la circondarono subito, un muro di protezione e domande che Anita conosceva a memoria.
“Chi cazzo era quello?” Jimena non perdeva tempo con i preamboli.
“Chi cazzo ti dà il diritto di portarmi via in quel modo?” Anita si liberò dalla loro presa, il corpo ancora elettrico dal contatto con Dario. “Era il tipo contro cui mi sono scontrata oggi pomeriggio!”
Blanca, sempre la più morbida delle tre, tentò la mediazione. “Carmen ci ha chiamate. Ha detto che ti eri appartata con uno sconosciuto e che aveva le mani…”
“Dove volevo io che fossero.”
Il silenzio calò pesante. Anita le guardò, queste due donne che erano più che sorelle, che l’avevano salvata mille volte anche quando non voleva essere salvata. La rabbia si mescolava a qualcosa di più tenero, più complicato.
“L’emergenza?” chiese, già conoscendo la risposta.
Jimena ebbe almeno la decenza di arrossire. “Non c’è nessuna emergenza.”
“Lo immaginavo.” Anita si mosse verso le scale. “Vi voglio bene, stronze. Ma ho un appuntamento.”
“Ani…” Blanca allungò una mano.
“E no, non mi seguirete.”
Salì in camera senza aspettare risposta. Il telefono vibrava contro la coscia – i messaggi di Dario che la bruciavano attraverso il tessuto, stimolavano la sua mente, le sue fantasie. Si spogliò con gesti precisi, metodici. Il vestito da flamenco sapeva di sudore e festa, di desiderio rappreso. Sotto la doccia veloce – giusto per togliersi di dosso l’odore della folla – la vescica protestava. Nove ore. Nove fottute ore senza pisciare, e l’ordine di lui che ancora le risuonava nel cranio, le pulsava tra le cosce.
Non toccarti.
Il vestito lo scelse come si sceglie un’arma. Lino grezzo, color sabbia del deserto. Bottoni di madreperla viola che correvano dalla profonda scollatura fino all’orlo – un invito, una promessa, una minaccia. Niente sotto. Il tessuto ruvido contro i capezzoli, contro il ventre, contro la fica ancora gonfia. I tacchi, sempre quelli. L’armatura di una gitana che va in battaglia.
Quando scese, Jimena e Blanca erano ancora lì, due sentinelle preoccupate.
“Non provateci,” disse prima che aprissero bocca. “Sono adulta.”
” Almeno dicci dove vai, nel caso succeda qualcosa…” supplicò Blanca.
“Si chiama Dario. È tutto quello che so. È tutto quello che mi serve sapere.”
Uscì lasciandole mute, la porta che si chiudeva dolce come una carezza.
Le strade di Siviglia pulsavano ancora di Feria. Gruppi di ubriachi che cantavano flamenco storpiato, coppie avvinghiate negli angoli bui, il profumo di fritto e sangria che saturava l’aria. Lei camminava con i passi misurati di chi ha imparato a muoversi sui tacchi come altri camminano scalzi – naturale, letale.
La vescica premeva a ogni passo, un dolore sordo che si irradiava fino alla schiena. Ma era un dolore conosciuto, quasi amato. Le ricordava di essere viva, di essere corpo, di essere fame.
Che cazzo sto facendo?
Il pensiero arrivò mentre svoltava verso il parco. Un uomo conosciuto da tre ore. Un parco buio. Tutti gli ingredienti di una storia che finisce sui giornali.
Ma Dario non era uno sconosciuto. Uno sconosciuto non ti vede l’anima in mezz’ora. Non capisce che la tua sessualità è fatta di spigoli e attese. Non ti ordina di non venire e tu, cazzo, obbedisci come non hai mai obbedito a nessuno.
Il Parque de María Luisa si apriva davanti a lei come una bocca d’ombra. I lampioni morivano dove iniziavano gli alberi, la luce cittadina che cedeva al buio vegetale. Conosceva questi sentieri come le linee del proprio palmo – ci aveva giocato da bambina, ci aveva fumato le prime sigarette da adolescente, ci aveva pianto i primi amori finiti male.
*L’odore dei gelsomini la colpì come uno schiaffo dolce. Sedici anni, quella notte di giugno. Si era nascosta dietro questi stessi cespugli dopo il litigio con sua madre, la schiena contro la corteccia ruvida di un eucalipto. Aveva scoperto per caso che premendo le cosce insieme, ondeggiando appena, poteva prolungare quella sensazione per ore. I gelsomini erano stati i suoi unici testimoni mentre si mordeva le labbra per non gemere, il vestito dell’estate arrotolato fino alla vita. Da allora, quel profumo significava segreto. Significava fame.*
Il padiglione mudéjar era uno scheletro bianco nel nero. La fontana sussurrava il suo monologo acquatico. E là, nascosto dalle azalee cresciute selvagge, il sentiero segreto.
Si chinò per passare, il vestito che si alzava scoprendo le cosce. Dall’altra parte, i salici piangenti creavano una cattedrale verde, i rami che sfioravano il terreno come dita di annegati.
La panchina era vuota.
Il cuore le mancò un colpo. Guardò il telefono: mezzanotte e trentaquattro. Era lei in ritardo, non lui. Eppure…
Non è venuto. Era tutto un gioco. Sono una cretina.
Si sedette pesantemente, sul lato destro – quello sicuro, quello della bambina che veniva qui a leggere nascosta. La delusione aveva il sapore del vino bevuto troppo in fretta, acido in gola.
“Avevi detto lato sinistro.”
La voce emerse dal buio come una lama. Anita sobbalzò, il cuore che esplodeva nel petto. Dario si materializzò dalle ombre, i jeans puliti ma lo stesso panciotto giallo, sfida cromatica alla notte.
“Porca puttana,” ansimò. “Vuoi farmi venire un infarto?”
“I cespugli sono cresciuti parecchio. Ho girato in tondo per dieci minuti.”
Non si scusò per il ritardo. Non ce n’era bisogno. Si sedette al suo fianco – lato sinistro, come promesso. Il calore del suo corpo attraversò lo spazio come radiazione.
“Pensavo non venissi.”
“E cosa avresti fatto?” Genuina curiosità nella voce.
“Sarei tornata a casa e mi sarei strusciata sul cuscino per ore. L’avrei cavalcato fino a svenire, fino a farmi male. Sarebbe stata la mia vendetta, al diavolo i tuoi ordini.”
La risata di lui fu bassa, viscerale. “Perfetto. Non voglio una bambola obbediente. Voglio una che prova a sfidarmi, che cede solo quando decide di cedere. Una brat che si arrende per scelta, non per debolezza.”
Lo sguardo cambiò improvvisamente. Nel buio, gli occhi erano pozzi neri con riflessi verdi. “Hai obbedito? Non ti sei toccata?”
“Sono qui, no?”
“Non è quello che ho chiesto.”
Una vampata la attraversò – non solo calore, ma qualcosa di più pericoloso. Eccitazione e rabbia si intrecciavano nel ventre come serpenti, frustrazione e desiderio che si mordevano la coda. Era nitroglicerina liquida nelle vene, una bomba pronta ad esplodere al minimo movimento.
“Non mi sono toccata, se è questo che vuoi sapere.”
Ogni parola usciva graffiante, tagliente come vetro rotto. Il corpo tradiva quello che la voce cercava di nascondere – il tremore nelle mani, il respiro che si spezzava.
“E ho la vescica piena da otto ore. Otto. Fottute. Ore.”
La confessione le scivolò fuori come sangue da una ferita. La voce mutò, si fece qualcosa di più crudo, più vero – quella parte di lei che odiava ammettere quanto avesse bisogno di questo gioco.
“Il mio modo di tenermi sull’orlo mentre obbedivo al tuo ordine. La mia piccola ribellione.”
Le ultime parole erano quasi un ringhio sussurrato. Non tanto un gesto di sottomissione ma più una confessione che rivelava risvolti di tortura e piacere auto inflitti. Era la resa di chi sceglie le proprie catene, di chi aggiunge spine alla corona che gli viene imposta. Il paradosso del controllo ceduto ma mai completamente abbandonato.
Le mani di lui la interruppero, tirandola verso di sé. Il bacio non fu violento come alla tienda. Fu peggio. Delicatamente imposto. Devastante. La lingua che esplorava con la pazienza di un archeologo, mappando ogni superficie, ogni risposta. Quando la lasciò, Anita tremava.
“In piedi.”
L’ordine arrivò calmo. Anita non poté fare altro che alzarsi, le gambe incerte e la figa che aveva ripreso a pulsare all’impazzata.
“Sbottonati dal basso. Tre bottoni.”
Le dita tremavano sui bottoni di madreperla. Uno. Due. Tre. L’aria notturna le leccò l’interno coscia come una lingua fredda ricordandole, nel caso si fosse dimenticata, che non indossava gli slip.
“Ora vieni qui.”
Indicò la propria coscia, la sinistra questa volta. Anita non esitò. Allargò bene il vestito, mostrando senza vergogna, offrendo la vista del suo sesso, perfettamente rasato, dichiarando di non indossare gli slip. Si sistemò a cavalcioni, la carne nuda che trovava finalmente il denim. Al contatto chiuse gli occhi lasciando che quella sensazione le invadesse corpo e mente.
“Muoviti. E raccontami.”
Anita iniziò il suo ondeggiare, quel movimento che conosceva da sempre. “Sono… Cristo, due settimane che mi stuzzico e … non vengo – un momento di silenzio per cercare di guardarlo negli occhi avendo un minimo di controllo – poi sei arrivato tu, e quel cazzo di ordine…”
“Due settimane… ti piace.” Una domanda che sapeva di retorica.
“È come… essere sempre sul bordo… di tutto. Poi con la vescica che preme amplifica ogni… oh, merda…”
Le mani di lui sui fianchi, che guidavano il ritmo. “Hai mai lasciato che qualcuno controllasse il tuo piacere?”
La domanda la colpì come uno schiaffo. Mentre Anita cercava una risposta una seconda domanda la colpì in pieno. “E che controllasse anche quando e come dovessi pisciare?”
Anita sentì il battito accelerare, la testa girava per l’imbarazzo e l’eccitazione. Cedere il controllo, perdere la responsabilità di quello che stava accadendo. Quante volte vedendo video porno aveva immaginato, desiderato tutto questo?
“Avrei voluto… ci ho provato…”
*Le parole le morirono in gola. Sentì il proprio corpo irrigidirsi, quel vecchio riflesso di protezione che scattava ogni volta che si avvicinava troppo alla verità.*
“Cosa non ha funzionato?”
“Non lo so, forse sono io che sono strana … – silenzio. Dario non spostava lo sguardo, attendeva paziente in silenzio – o forse perché avevo paura di volerne di più e non ho trovato chi lo capiva.”
Il silenzio calò denso. Solo il fruscio del vestito, il respiro sempre più rotto di lei, il gorgoglio lontano della fontana.
*”Stanotte,” disse lui piano, “inizierai a fare alcune cose che hai paura di volere.”*
*Le parole la colpirono nel basso ventre come se la sua mano si fosse appoggiata lì con forza. Anita sentì il proprio corpo rispondere prima che la mente potesse elaborare – una contrazione violenta, un’ondata di calore liquido così intensa che dovette mordersi il labbro per non gemere come una cagna in calore. Si era ulteriormente bagnata, cazzo, come se non fosse già abbastanza fradicia.*
*Era questo. Questo il terrore che l’aveva tenuta rinchiusa per anni con il suo cuscino viola, con i suoi orgasmi solitari e controllati. La paura di quello che sarebbe successo se avesse lasciato che qualcun altro vedesse davvero quanto era profonda la sua fame, quanto era **disposta a spingersi, quanto desiderava essere portata in luoghi della mente e del corpo che da sola non osava esplorare.*
*Quante notti aveva chiuso il laptop disgustata ed eccitata insieme dopo aver guardato video di donne che si lasciavano fare cose che lei poteva solo immaginare? Quante volte si era fermata sul bordo di comprare quel giocattolo, di provare quella tecnica, di cercare qualcuno che capisse? E ora eccolo qui, questo sconosciuto che le leggeva l’anima come fosse scritta in braille sulla sua pelle sudata.*
“Ho paura,” sussurrò, e non era una richiesta di fermarsi. Era una confessione.
“Lo so,” rispose lui, le dita che iniziavano a sbottonare la scollatura del vestito con una lentezza che era tortura. “La paura è parte del viaggio.”
I seni di Anita emersero nel buio, pesanti e gonfi, i capezzoli così duri che facevano male. L’aria notturna li baciò e lei gemette, il suono che le sfuggì prima che potesse fermarlo.
“E poi?” La voce di lei era diventata un soffio.
“E poi vedremo cosa esplorare nei prossimi giorni.” La promessa galleggiava tra loro, densa come il profumo dei gelsomini.
Anita continuava a strofinarsi su quella coscia nel buio del parco della sua infanzia, e capì con una lucidità che la spaventava che non era venuta qui per una notte. Era venuta per iniziare qualcosa che non sapeva dove l’avrebbe portata. E per la prima volta in vita sua, non voleva saperlo, voleva viverlo.
Le mani di Dario si mossero con sicurezza e decisione. Non afferrarono – presero possesso. Pollice e indice trovarono i capezzoli, strizzandoli e torturandoli fino a farla gemere di dolore e piacere. Poi la mano prese possesso del resto del seno, afferrandolo, strizzandolo, dichiarandolo proprio. Anita sentì il proprio corpo rispondere con una violenza che la sorprese – non era abituata a essere toccata così, con questa combinazione di reverenza e dominio.
“La vescica,” sussurrò lui contro il suo collo. “Dimmi della vescica.”
*”Ho perso il conto delle ore” ansimò lei. “non so più da quante ore brucia e preme e…” – uno sguardo che voleva incendiarlo – “…e mi hai fatto bere quella maledetta cerveza.”*
*”La farai solo quando te lo dico io.” La voce di lui scese di un’ottava. “E come te lo dico io.”*
Anita sentì qualcos’altro cedere dentro di sé, uno scricchiolio nel muro della diga che aveva costruito mattone dopo mattone negli anni. La resa aveva il sapore del sale sulla lingua.
Il ritmo cambiò. Più lento ora, tortuoso. Ogni movimento calcolato per tenerla su quel filo dove aveva imparato a danzare da sola, ma ora con lui che dirigeva l’orchestra era tutto diverso. Non aveva il controllo, eppure non poteva cedere, non poteva godere. Lui decideva ritmo e pressione. Lei doveva riuscire a comunicargli il suo stato – attraverso il respiro, i tremori, i piccoli suoni che le sfuggivano. E poi c’erano quelle mani, calde, forti, decise, che si erano impossessate dei suoi seni, ma che lei immaginava anche su altre parti del suo corpo a fare cose diverse.
I minuti si stirarono come melassa. Il parco intorno a loro aveva cessato di esistere – c’erano solo loro due e questa danza antica che stavano inventando insieme.
“Voglio sentirti tremare,” disse lui. “voglio sentirti gemere, chiedere, supplicare …” la voce scendeva di tono ad ogni parola “Ma non venire. Non ho ancora deciso quando potrai venire.”
Quelle parole crearono un nuovo vortice di emozioni dentro la testa, dentro la pancia, tra le gambe di Anita.
Poi le mani si mossero a slacciare gli ultimi bottoni, liberarla dal vestito, esporla completamente. Lei non si mosse, offrendosi senza pudore nel buio del parco.
Dario si mosse lentamente. Con le mani sui suoi fianchi la fece scivolare indietro lungo la sua coscia, poi giù lungo la gamba, fino a farla inginocchiare sull’erba, facendo in modo che la sua fica restasse in contatto con il suo stinco, facendole capire che avrebbe dovuto continuare a strusciarsi.
Anita alzò gli occhi giusto in tempo per vederlo slacciare i pantaloni, estrarre il cazzo, duro, venoso, pulsante. “Sono ore che mi tieni in questo stato,” disse allungando una mano facendola scivolare dietro la sua nuca, “è ora che tu ti faccia,” un ulteriore cambio di tono, “perdonare.”
Anita restò ad osservare quel membro deglutendo, e mentre immaginava di strusciarcisi contro, accelerò i movimenti contro il suo stinco. Non oppose nessuna resistenza quando la mano iniziò a tirarla, anzi, ci si tuffò per prenderlo subito in bocca. Fu la mano di Dario a bloccarla. “Ferma, non così in fretta,” la sua voce aveva cambiato ancora una volta tono, decisa, graffiante, “per adesso puoi solo leccarlo, leccarlo tutto, come una brava cagnetta.”
L’ordine, combinato con quella intonazione, con l’aggiunta dell’ultimo aggettivo fecero salire di un ulteriore livello sia l’eccitazione che il desiderio di cedergli ogni controllo. Avvicinò il viso a quella carne pulsante iniziando a leccarlo dalla base fino alla cima. Quando tentò di allungare le mani per massaggiarglielo lui gliele afferrò e bloccò. Aveva solo la lingua e le labbra, in questo momento, come strumento per cercare di dare piacere a quell’uomo e a quel cazzo. Fu in quel momento che la sua mente, la sua fantasia, fecero un click, andando a pescare immagini e ricordi dai fumetti manga piuttosto che da scene di video porno, iniziando a giocare anche con i suoi testicoli, usando le labbra per massaggiarglielo, andando a stuzzicare il frenulo con la punta della lingua e, soprattutto, cercando di ascoltare, percepire ogni nuova vibrazione che riusciva a causare nel suo venerabile membro, per capire cosa gli piacesse e quanto stesse crescendo il suo piacere.
Continuò così per minuti che sembravano ore, finché il respiro di lui non cambiò, facendosi più rotto, più urgente. Le dita di Dario si intrecciarono nei suoi ricci, prima carezzandoli, poi stringendoli con crescente decisione.
Poi sentì di nuovo la mano scivolare dietro la nuca, afferrarla per i capelli, mentre l’altra mano di Dario afferrava il cazzo e glielo puntava diritto in bocca. Lenta ed inesorabile la mano le spinse giù la testa facendole ingoiare tutta quella nerchia calda e saporita. Anita percepì un nuovo fiotto di umori grondare fuori dalla propria fica continuando a inumidire il pezzo di jeans e la scarpa su cui si stava strofinando.
“Ora, ora puoi succhiarlo quanto vuoi, forse potrei concederti di farmi venire nella tua bocca.” La prima reazione di Anita fu quella di spingersi un pezzetto più avanti, ingoiandolo ancora un po’ di più, facendo in modo che la sua cappella sfiorasse l’inizio della gola, mentre cercava di accarezzare il resto con la lingua. Poi iniziò a muoversi. Lo fece scivolare fuori giusto un secondo, quanto le bastò per alzare gli occhi e lanciargli uno sguardo di sfida, per poi socchiudere le labbra in modo che, mentre scendeva, il suo glande avrebbe provato una sensazione simile a quella di entrarle nella passera. Continuò a muoversi lentamente, succhiandogli tutta l’asta, senza dimenticarsi di giocare con le parti più sensibili e lentamente accelerando.
Ogni tanto lui la interrompeva creando un contrasto di emozioni in Anita. La sua mano che la bloccava, controllava, obbligava a tenere tutto in bocca il suo membro fino a quasi farle mancare il fiato, litigava con il desiderio di sentirlo sborrare in bocca, sapere di avere vinto.
Continuarono quel gioco per un tempo che non era più tempo, non era calcolabile per Anita, persa tra il piacere dello strusciarsi e di succhiarglielo. Quando iniziò a percepire che le vibrazioni del suo cazzo, il respiro decisamente diverso ed i gemiti di Dario erano chiare indicazioni che stesse per venire, un’altra volta lui intervenne a cambiare gli equilibri, le sensazioni e le emozioni.
Si alzò in piedi, bloccandole la testa con entrambe le mani mentre scopava la sua bocca, usava il suo corpo come un oggetto, come una bambola gonfiabile. Anita si aggrappò alle sue gambe cercandolo con gli occhi. Il volto di Dario era stravolto, alla ricerca di un piacere che aveva trattenuto anche lui abbastanza, e questo la fece sentire diversa da come si sentiva di solito quando faceva un frettoloso pompino a qualcuno. Sentiva il piacere, la gioia che lui stesse per godere dentro di lei, per merito suo. Addirittura, aspettando quel fiotto acido e caldo come un dono.
Quando il primo getto le colpì la gola dovette chiudere gli occhi per evitare di godere dal piacere. Poi lo sentì uscire, schizzare sul suo viso, sui seni, prima di infilarglielo di nuovo in bocca in modo che lei potesse succhiare i rimasugli di sperma.
La mano ora non la afferrava più, non la bloccava. Le accarezzava i capelli, il viso, mentre lei continuava lentamente a prendersi cura del suo uccello con la bocca e la lingua.
Il tempo si sospese. Respiravano insieme nel buio del parco, lui ancora attraversato dagli ultimi spasmi, lei con il sapore di lui che le bruciava in gola. Le dita di Dario le accarezzavano i capelli e il viso, senza urgenza, quasi distratte, mentre il suo respiro tornava normale e il cazzo perdeva durezza contro la sua lingua.
Poi, senza fretta, Dario allungò una mano, un gesto inequivocabile che le ordinava di dargli la mano. La aiutò a sollevarsi. “È ora di pisciare…” le disse accompagnandola poco distante dalla panchina.
“Accucciati qui e piscia come una cagna…” Lo sguardo serio, duro. Anita per qualche secondo rimase a guardarlo cercando qualche parola di protesta, pur consapevole di non avere scelta. “Apri bene quelle cosce e fammi vedere come piscia la mia cagna…” Quella frase che era un delicato equilibrio tra un complimento e un’umiliazione ebbe l’effetto della goccia che fa traboccare il rinomato vaso. Il potere delle parole.
Anita semplicemente allargò più che poteva le cosce mentre il primo zampillo di piscio, dal forte ed intenso odore, iniziò a riversarsi sul prato curato. La sua mente per qualche istante riuscì a vedersi in quella posizione, accucciata davanti a Dario, liberando la sua vescica come un animale, come una cagna. Poi qualcosa di caldo la colpì, riportandola nel mondo reale. Dario impugnava il proprio fallo barzotto, benedicendola con la propria urina.
Per la seconda volta in pochi minuti Anita si ritrovò a dover gestire una impennata di piacere che la portava pericolosamente vicino al baratro dell’orgasmo.
Dario finì prima di lei, e mentre aspettava che lei finisse, si ricompose.
Quando anche Anita finì, restò immobile per un momento, a quattro zampe sull’erba bagnata. Il corpo che tremava – non di freddo, ma di qualcosa di più profondo. Come se tutti i muri che aveva costruito in quarant’anni fossero crollati in pochi minuti. L’odore acre del piscio mescolato all’erba, il sapore di lui ancora in bocca, la consapevolezza di quello che era appena successo – tutto la colpì insieme.
Le mani di Dario la trovarono delicate questa volta, scivolando sotto le sue braccia per aiutarla ad alzarsi. Le gambe di Anita cedevano appena, i muscoli che protestavano dopo essere rimasti in tensione così a lungo. Quando fu in piedi, lui non la lasciò andare. La tenne contro di sé, aspettando che il suo respiro si calmasse.
Poi la baciò. Un bacio lento e passionale. Una mano attorno ai fianchi, per tenerla contro di sé. L’altra attorno alla gola, per farla sentire ancora più sua.
Quando finalmente si separarono, Anita barcollava come ubriaca. Non di alcol – di troppo, di tutto. Le gambe nude nell’aria notturna, il vestito ancora a terra, abbandonato. Si guardò – Cristo, che disastro. Erba sulle ginocchia, i capelli un groviglio selvaggio, il sapore di lui ovunque.
Dario la osservò mentre lei tremava lì, nuda nel buio del parco, incapace di muoversi. Non si affrettò – la lasciò sentire il peso di quello che era appena successo, la vertigine della caduta. O del volo. Solo quando un brivido più forte la scosse, si chinò a raccogliere il vestito di lino.
Lo scosse con gesti precisi, metodici, facendo cadere foglie e terra.
“Vieni qui,” disse, la voce tornata a quel tono calmo, autorevole ma non più crudele.
Le sue mani erano diverse ora. Ferme ma delicate mentre l’aiutavano a infilare le braccia nelle maniche, mentre sistemavano il tessuto sulle spalle. Si inginocchiò davanti a lei per abbottonare dal basso – uno per uno, con quella pazienza infinita di chi ricompone qualcosa di prezioso che si è rotto.
“Alza il mento,” mormorò quando arrivò ai bottoni del collo. Le sistemò i capelli, districando i ricci con le dita, togliendone rametti e foglie. Gesti antichi, quasi rituali. Come un padre che prepara la figlia per il primo giorno di scuola, se non fosse per quello che era appena successo tra loro.
“Ora possiamo andare,” disse infine, prendendole la mano. “Ti accompagno a casa.”
Restarono in silenzio per gran parte della passeggiata, solo quando capirono di essere vicini al B&B Dario chiese: “Domani che programmi hai?”
Domani. Anita faticava a programmare, se non sul lavoro. “Una volta fatte le colazioni e sistemate le camere, potrei essere libera fino all’ora in cui devo tornare alla fiesta per il mio turno.”
Dario si fermò obbligando Anita a girarsi e a guardarlo negli occhi. “Quindi potresti venire da me dopo pranzo? Diciamo verso le tredici?”
Nella testa di Anita iniziarono a muoversi pensieri relativamente a cosa quell’uomo avesse in mente. Era come se da una parte ci fosse un angioletto un po’ bigotto che le sussurrava di stare attenta, in fin dei conti era uno sconosciuto, mentre dall’altra c’era un diavoletto perverso che le sussurrava di aspettarsi piacevoli sorprese.
“Potrei essere da te verso le dodici,” disse tutto d’un fiato, sentendo una nuova pulsazione tra le cosce, “ma ricordati che al massimo alle 17.30 devo essere alla tienda!”
“Promesso.” Rispose Dario.
Si guardarono per un momento nel buio della strada. Non c’era più la frenesia della scoperta né la metodica esplorazione del parco. Dario la tirò a sé con una lentezza deliberata, dandole il tempo di capire, vedere, pregustare quello che stava per accadere.
Il bacio fu diverso. Lento, senza urgenza. La bocca di lui che reclamava quella di lei. C’era possesso in quel bacio, ma anche qualcos’altro – un riconoscimento. Come se stessero firmando un contratto con le labbra, suggellando qualcosa che entrambi sapevano essere appena iniziato.
Quando si staccarono, Dario le morse leggermente il labbro inferiore – non per ferirla, ma per lasciarle un ultimo piccolo marchio che avrebbe sentito per ore.
“A domani, piccola.”Anita si incamminò verso il B&B con quel passo che indicava chiaramente la poca voglia di andare, di allontanarsi da lui, mentre Dario restò a guardarla e a proteggerla fino a quando non la vide scomparire dentro la porta, non prima di essersi scambiati un altro sguardo carico di significati.
Durante il rientro verso la villetta la sua mente fu occupata a pensare, sviluppare e pianificare idee per il giorno successivo. Una nuova ispezione nella villetta gli confermò la possibilità di realizzare alcune delle cose che aveva immaginato per Anita e faticò ad addormentarsi programmando tutte le cose da fare il mattino successivo per essere pronto al suo arrivo.
La vibrazione del cellulare lo distrasse dai pensieri. Un nuovo messaggio da Anita.
“Sono riuscita a sgattaiolare in casa senza svegliare le mie carceriere. Jimena e Blanca dormono – o fingono di dormire. Comunque, cazzo. Non riesco a chiudere occhio. Sento ancora tutto. Il tuo odore addosso anche dopo la doccia. Le ginocchia sbucciate che bruciano sotto le lenzuola. La gola che sa ancora di te. E non so se odiarti o ringraziarti per avermi mostrata a me stessa.”
“Le tue guardiane del corpo avranno il loro da fare domani, quando ti vedranno uscire di nuovo. Non devi scegliere tra odio e gratitudine. Sono solo facce diverse della stessa resa. L’odore che senti addosso è il mio marchio. Le ginocchia che bruciano sono il mio promemoria. La gola che ricorda è la mia firma. Domani ti mostrerò quanto più profonda può essere la caduta. Ora chiudi gli occhi. È un ordine.”
“Buonanotte… bastardo.”
“Buonanotte, piccola.”
In due stanze diverse, in due letti diversi di Siviglia, due corpi si girarono nel buio cercando un’assenza che bruciava più di una presenza. Le lenzuola sapevano di solitudine improvvisa, di spazi vuoti a forma d’altro.
Anita si rannicchiò sul fianco sinistro, quello dove avrebbe sentito il calore di lui. Dario allungò un braccio nel vuoto, dove avrebbe dovuto esserci una massa di ricci selvaggi.
E poi, quasi allo stesso istante, quel sorriso. Non di felicità – quella parola era troppo semplice per quello che gli curvava le labbra nel buio. Era il sorriso di chi ha assaggiato il proprio veleno e ha scoperto che sa di miele. Il sorriso complice di chi sa che domani tornerà a bruciarsi, consapevole e affamato. Il sorriso segreto dei sopravvissuti a sé stessi, di chi ha trovato finalmente qualcuno con cui condividere la propria particolare follia.
Un sorriso che sapeva di resa e di vittoria insieme – perché a volte sono la stessa, identica cosa – prima di crollare in un sonno febbrile, denso di sogni che solo loro avrebbero potuto decifrare.