Come scrivo di eros

Tutto comincia da qualcosa di visto o sentito. Un gesto in un bar, una storia raccontata a metà, uno sguardo che dura un secondo di troppo. La fantasia non nasce dal nulla: ha bisogno di un appiglio nel reale per poi prendere la sua direzione.

Da lì la scena cresce da sola, quasi senza che io la controlli. Il mio compito è starle dietro e non rovinare niente.

La prima cosa che mi chiedo, quando scrivo, è: potrebbe succedere davvero? Non nel senso di cronaca. Nel senso di verità emotiva. I corpi si muovono in modo credibile, i pensieri hanno il ritmo giusto, le emozioni non arrivano in anticipo né in ritardo. L’eros inventato che non rispetta queste regole suona falso, e il lettore lo sente subito.

L’altra cosa, quella che King chiama semplicemente scrivere bene, è la più difficile. La parola giusta al posto giusto. La punteggiatura che respira. Un aggettivo di troppo e la tensione crolla. L’eros è uno degli spazi in cui la scrittura non può permettersi di essere sciatta, perché non ha niente dietro cui nascondersi.