Capitolo 13 – Deflagrazioni

The Further I Go by Loui Jover

A guardarli, nessuno avrebbe scommesso un euro su di loro.

Lei: la camicetta ridotta a un lembo attaccato a una spalla, la gonna, per fortuna ancora intera, con la cintura slacciata e tenuta su con una mano, i capelli incollati alla guancia, le scarpe viola intatte come per miracolo, unica cosa ancora al suo posto. Lui: la camicia aperta dal collo fino all’ombelico, i jeans con la zip abbassata dal vicolo e mai più richiusa, i capelli che non assomigliavano più a nulla di intenzionale. Entrambi con quell’odore addosso che nessuno dei due avrebbe saputo spiegare a un estraneo senza conseguenze penali.

Correvano. Si fermavano. Si baciavano. Si smanacciavano. Si trascinavano a vicenda ridendo, scherzando, facendosi promesse che nessuno dei due era sicuro di riuscire a mantenere nei prossimi cinque minuti.

Due relitti umani felicissimi.

La famigliola li incrociò a una trentina di metri dal portone. Tornavano anche loro dai fuochi, i genitori ancora con quella leggerezza addosso che le feste lasciano prima che arrivi il lunedì.

Fu il ragazzino più piccolo a vederli per primo. “Mamá, ¿qué les pasa a esos dos?”

La madre alzò gli occhi. Si fermò. Il padre si fermò mezzo secondo dopo, seguendo lo sguardo della moglie.

“¿Han tenido un accidente?” chiese il ragazzino.

“No,” disse il padre, con la voce di chi sta scegliendo le parole con molta cura.

“¿Entonces?”

Il padre aprì la bocca. La richiuse. Guardò la moglie cercando soccorso.

La moglie stringeva il rosario che aveva ancora in mano dai fuochi. “Vamos,” disse, spingendo i figli avanti con fermezza.

“¿Pero huelen raro, no? ¿A qué huelen?”

“Vamos he dicho.”

Il padre passò accanto a Dario. Abbassò gli occhi sulla zip. Li rialzò. Per una frazione di secondo i due uomini si guardarono. Poi il padre scosse impercettibilmente la testa e seguì la moglie.

Anita e Dario non si accorsero di niente, persi l’uno nell’altro.

Poi finalmente arrivarono alla famosa villetta. Le mani che tremavano freneticamente. Infilò la chiave, la sbagliò, la ritirò fuori. Anita rise. “Sei sicuro di riuscire ad infilare altro?” Lui la guardò. Afferrò la chiave, la infilò con una spinta secca e decisa, e tenne lo sguardo su di lei mentre la porta si apriva.

Anita smise di ridere.

La porta sbatté dietro di loro e Dario la spinse contro la porta stessa. Negli occhi una luce diversa. Le sue mani afferrarono quello che restava della camicetta e la strapparono letteralmente dal corpo di Anita.

Nella testa della donna i pensieri si accavallavano, si affastellavano, ma uno emerse limpido. “Fammi togliere la gonna… è la gonna di Amparo…” La voce aveva quel tono di supplica che diventava praticamente sensuale. Dario si fermò. La guardò un momento, quegli occhi che sapevano leggere dentro di lei meglio di chiunque altro. Poi fece un cenno con la testa, appena percettibile. Anita sentì qualcosa sciogliersi nel petto. Slacciò, sfilò e lanciò la gonna lontano.

Poi lo sguardo che lanciò all’uomo si poteva riassumere con poche semplici parole: fai di me quello che vuoi.

Non ebbero bisogno di dirsi nulla, i corpi reagirono reciprocamente. Anita ormai indossava solo il collare e le scarpe, entrambi viola. Lui slacciò i jeans, si avvicinò. Non aspettò oltre. Quando sentì le mani dell’uomo su suoi fianchi, gli saltò in braccio, avvinghiandosi a lui con braccia e gambe. Cinque giorni. Cinque giorni che la teneva sul filo, che decideva lui quando, quanto, fino a dove. Cinque giorni che aspettava questo. Lo risucchiò dentro di sé, duro, grosso, pulsante, finalmente suo.

Le mani di Anita chiedevano vendetta, strappando la camicia di Dario dal suo corpo, cercando la sua pelle. Tutto era animalesco, frenetico, urgente. Le dita di Dario che affondavano nella carne delle cosce di Anita. Le unghie di Anita che scavavano nelle spalle, nei fianchi di lui. Il sottofondo sonoro di quella scena era la voce irriconoscibile di Anita che continuava a ripetere, con ritmo ipnotico: “Scopami… scopami… cazzo, scopami…”

Anita aveva avuto cinque orgasmi, quello che tecnicamente si possono definire orgasmi, ma nessuno di loro, per quanto piacevoli, era paragonabile a quello che desiderava, che abbisognava. Ora, con la sua carne, il suo cazzo, che la riempiva, stantufava, fotteva, iniziava a sentire quel piacere, quell’orgasmo crescere, lievitare, espandersi.

Con i talloni lo spingeva a fotterla più forte, più intensamente, come si spinge uno stallone a correre sempre più forte.

Perso in un’estasi fatta di piacere ricevuto e piacere dato, Dario ascoltava da un punto lontano il proprio corpo reagire e assecondare quello di Anita.

Nel buio dell’ingresso, aggrappati alla porta, sudati, sporchi, entrambi più nudi che vestiti, lei con solo il collare viola e quelle scarpe assurde e perfette, sembravano qualcosa che non aveva un nome preciso. Non due amanti. Non due corpi. Qualcosa di più atavico, di più urgente. Due persone che si erano riconosciute nel modo più carnale e definitivo possibile, e adesso non riuscivano più a smettere.

E mentre pensava tutto questo, la sentiva muoversi su di lui, quel ritmo che aveva trovato da sola, lento e profondo, come se stesse cercando qualcosa di preciso nel centro esatto di sé stessa e lo strumento per trovarlo fosse lui. Le unghie piantate nelle sue spalle. Il respiro che le usciva dalla bocca in ondate calde contro il suo collo. E la sua voce, ridotta a qualcosa di animale e bellissimo, che continuava a ripetere il suo nome, solo il suo nome, come se fosse l’unica parola che le restava.

Anita lo cercava, quel piacere, lo inseguiva con tutto il corpo, con il ritmo, con la pressione, con le gambe che lo tenevano inchiodato a lei. E lui la sentiva salire, sentiva ogni contrazione, ogni respiro che cambiava, e stava salendo con lei, trascinato, senza più la volontà né il desiderio di resistere.

Poi i denti. Nel collo, senza preavviso, nel momento peggiore possibile. Non un morso erotico. Un morso vero, quello di chi sta annegando nel piacere e si aggrappa a qualcosa per non urlare. Dario soffocò un suono che non era né un gemito né una bestemmia, le mani che si chiudevano sui suoi fianchi con una forza istintiva e brutale. L’orgasmo si bloccò, bruciato a metà, dissolto dal dolore prima di esplodere.

Solo lei era in grado di regalargli quei contrasti, quel mescolarsi di piacere e dolore, di tenerezza e ferocia. Nessuna prima di lei aveva saputo farlo così: portarlo al limite e riportarlo indietro, senza nemmeno saperlo. Non lo faceva, gli accadeva. Era il suo modo di essere Anita, qualcosa di involontario e assoluto che lui aveva riconosciuto al primo sguardo senza riuscire a dargli un nome.

Ma l’erezione era rimasta. Dura, dentro di lei, a riempirla come la riempiva il pensiero di lui.

Si guardarono. Un secondo, forse due. Non ci fu bisogno di parole. Le parole sarebbero comunque state insufficienti. Poi le bocche si trovarono di nuovo, e il resto seguì da solo.

La mente di Anita era nell’altrove, ma il corpo era lì, attorno al suo cazzo, che era diventato il centro del suo mondo. Lo sentiva pulsare dentro di lei mentre la sua figa ci palpitava attorno, massaggiandolo, risucchiandolo.

Avevano ricominciato a baciarsi, affamati l’uno dell’altro. Bocche che si cercavano con quella fame sorda di chi ha aspettato troppo, mani che non riuscivano a stare ferme, a decidere dove posarsi. In qualche modo Dario si era liberato dei pantaloni e senza sfilarsi Anita dal cazzo si era diretto verso la camera. Un passo, poi un altro, lei aggrappata a lui con le gambe, entrambi ridendo di quella camminata assurda e impossibile. Erano caduti sul letto.

E lì avevano fatto quello che fanno tutti. Non DS, non giochi di potere, non ordini né sottomissione. Solo due corpi che si conoscevano già e volevano conoscersi ancora. Lento e dolce, poi focoso e irruento. Carezze e baci, esplorando nuovi territori, nuove sensazioni, e poi di nuovo la violenza della passione.

In mezzo a tutto quel caos di sensazioni fisiche ed estatiche Anita aveva perso il conto degli orgasmi. Ogni volta che il piacere la trafiggeva, le unghie trovavano la sua schiena, i suoi fianchi, il suo collo. I denti si piantavano dove capitava, nel tentativo disperato di non urlare come un’ossessa. Non lo faceva per lui. Lo faceva per sé, per trattenere qualcosa che non riusciva a contenere altrimenti. E ogni volta lui incassava il dolore, ogni volta l’orgasmo si bloccava a metà, bruciato prima di esplodere. Ma l’erezione restava, dura e ostinata, e lui continuava.

Lo sentì cambiare.

Una certezza fisica, immediata, come quando il tempo cambia e lo senti nelle ossa prima di vederlo nel cielo. Il cazzo di Dario dentro di lei si era fatto più gonfio, la cappella pulsava, occupava ogni millimetro di spazio disponibile in un modo diverso da prima. Le spinte avevano perso quella ricerca del piacere dell’altro e si erano fatte corte, profonde, quasi involontarie, come se non stesse più guidando il corpo ma subendolo, il cervello atavico della riproduzione aveva preso il controllo dei lombi.

Anita lo guardò con occhi diversi, con una consapevolezza diversa.

Il suo viso era a pochi centimetri dal suo. Gli occhi socchiusi, il respiro che le arrivava sulla faccia a raffiche irregolari, caldo e umido. Un respiro che non controllava più. La mascella tesa. Una vena sul collo che pulsava visibile.

Lo stava vedendo arrivare. Lo stava sentendo montare.

Per la prima volta non portò le unghie sulla sua schiena. Non cercò qualcosa a cui aggrapparsi. Rimase ferma, aperta, in ascolto, guardandolo, godendo di ogni istante. Sentì il calore aumentare dentro di lei, un calore diverso dall’attrito, più profondo, più liquido. Le sue contrazioni che cambiavano qualità. Poi un gemito che lui non riuscì a trattenere, basso, strozzato, involontario, il tipo di suono che un uomo fa solo quando non può più fare altrimenti.

Anita non sapeva più se fosse lei ad avere perso il senso del tempo o se semplicemente i corpi, a volte, hanno i loro tempi segreti che nessuno può affrettare. Cambiò leggermente l’angolazione dei fianchi, cercando istintivamente qualcosa di diverso da offrirgli. Poi il ritmo, rallentandolo, approfondendolo. Lo ascoltava come si ascolta una musica che non si conosce ancora, cercando la nota giusta, il punto esatto in cui il suo respiro cambiava.

Poi le spinte cambiarono, sempre più corte, sempre più disperate. Il respiro cambiò, accelerato, rauco, un suono che non apparteneva più alla volontà ma al corpo che prendeva quello che voleva. La presa delle mani cambiò, più forte, spasmodica, le dita che affondavano nella carne dei suoi fianchi come se mollare la presa significasse cadere. Come se cadere significasse morire.

E lo sentì esplodere dentro di lei. Quando il calore del suo piacere iniziò a riempirla con una serie di ondate e spinte, il suo corpo rispose inaspettatamente, fuori dal suo controllo. Non alle spinte. Non alle sue mani. A lui. Al suo piacere che diventava il suo. A quello che era diventato il loro piacere.

Urlò, rimanendo senza voce.

Lui abbandonato sopra di lei, a peso morto. Lei aggrappata a lui incapace di mollare la presa. Lontani con le menti, vicini con i corpi. Ognuno dei due percepiva che qualcosa era cambiato, per sempre. Una legge della termodinamica dice che due corpi che si toccano si scambiano calore, si modificano a vicenda. Non tornano mai allo stato precedente. Si portano dietro per sempre una traccia dell’altro. Non un ricordo. Qualcosa di più molecolare, di più definitivo. Il calore che si scambiano non si disperde, si deposita. E da quel momento in poi, anche nel buio, anche a migliaia di chilometri di distanza, una parte di loro continuerà a cercare esattamente quella temperatura.

Prima uno, poi l’altro aprirono gli occhi, cercandosi nel profondo dell’altro, senza riuscire a pensare e a trovare qualcosa da dire. Scivolarono su un fianco, uscendo uno dall’altro, con un mormorio di disappunto, per quanto necessario. Ma i loro corpi trovarono un nuovo modo di legarsi, avvinghiarsi, cercarsi in quel limbo fuori dal tempo. Le mani, le braccia, le gambe, le bocche, non smettevano di cercare l’altro. Poi la mano di lui sul suo fianco, che la tirava a sé con una foga che non aveva niente di erotico. Era una dichiarazione fatta con un solo gesto, che non aveva bisogno di altro. Anita si abbandonò contro di lui, cercando di far sparire ogni spazio che li separava. Non solo la pelle. Anche i pensieri. Anche quella parte di sé che di solito restava in piedi, vigile, separata. Adesso no. Adesso non ne aveva né la forza né il desiderio. Si accorse appena di quello che stava accadendo, come ci si accorge appena di addormentarsi, solo un istante prima di farlo.

L’appagamento, il relax, nemmeno si era accorta di essersi addormentata. Forse aveva anche russato. Mentre cercava di capire dove fosse e cosa fosse successo, qualcosa di fisico attirò la sua attenzione, qualcosa che era nella sua mano. Prima di aprire gli occhi cercò di capire cosa la circondasse. Gli odori, le sensazioni, quello che sentiva contro il corpo, poi aprì appena un occhio. Il tutto piano, lentamente iniziò ad allinearsi, sovrapporsi a dei vaghi ricordi. L’ultimo allineamento fu con la cosa che stringeva in mano. Il cazzo di Dario, nuovamente nella sua migliore erezione. Quando realizzò, non poté evitare di muovere lentamente la mano, gustare ogni nervatura, la forma. Lo accarezzava lentamente, per conoscerne ogni millimetro, ogni imperfezione. E mentre faceva quella conoscenza, per dispetto, lui reagiva, cambiava forma, dimensione.

Lentamente la testa di Anita si mosse lungo il corpo di Dario, baciandogli il petto, leccandolo, rilasciando un suono che veniva non dal profondo della sua gola, ma dal profondo della sua anima peccaminosa. Un suono che dichiarava il desiderio. Aveva spalancato gli occhi e guardato, per la prima volta, il suo membro libero da pensieri, senza che lui glielo imponesse. Ne aveva studiato la forma, le gibbosità, lo aveva annusato, assaggiato. Poi lo aveva fatto scivolare in bocca, lentamente, dolcemente. Aveva ascoltato, come quel cazzo reagiva al contatto della sua bocca, della sua lingua, della sua gola.

Approfittava del fatto che lui, almeno così lei credeva, fosse ancora in quello stato di incoscienza post orgasmica.

La mente non chiede permesso quando lavora nel buio del sonno. Prende quello che vuole, lo smonta, lo rimonta a modo suo.

Nella fase di incoscienza aveva fatto esattamente questo: aveva frugato nella settimana appena vissuta come si fruga in un cassetto pieno di cose preziose, aveva tirato fuori i frammenti di Anita, quelli che evidentemente il corpo aveva catalogato come essenziali, e li aveva proiettati con una nitidezza che la veglia non sempre concede. Lei in ogni forma, in ogni momento. Ma poi, con quella logica arbitraria e infallibile dei sogni, la mente aveva scelto. Era tornata alla prima sera. Al primo pompino. Alla sua bocca calda che lo prendeva dentro con una devozione che ancora adesso, anche solo a ricordarlo, gli faceva pulsare la verga.

Il sogno era così vivido da avere temperatura. Da avere peso. Da regalargli un piacere paragonabile alla realtà. I suoi fianchi si contrassero immaginando di scopare quella bocca e la sensazione divenne ancora più intensa.

Troppo, forse. Troppo reale per essere solo un sogno.

Trattenne il respiro e aprì un occhio, uno solo, per controllare, cercando di non perdere contatto con quel sogno. Scorse la nuca di Anita, che si muoveva lentamente, a ritmo del piacere che sentiva arrivare dalla propria verga. Inequivocabilmente gli stava facendo un sublime bocchino. Sorrise cercando di non muoversi, di non farle capire che si era svegliato.

Le parole di una vecchia canzone gli tornarono limpidamente in mente: Io non mi muovo, sto fermo. La lascio continuare. Lo so benissimo, ma voglio vedere dove vuole arrivare.

Ma restare fermo, passivo, per lui era estremamente difficile. Anita continuava la sua opera, lentamente, lasciando scivolare la verga totalmente dentro, le labbra che stringevano la base e, sempre lentamente, risalivano. Riusciva a muoversi in un modo particolare che dava piacere ma, stranamente, non sembrava portarlo rapidamente all’orgasmo. Questa sensazione lo tranquillizzò, concedendosi ancora qualche minuto di piacere segreto.

Poi qualcosa si spostò dentro di lui. Non era più il momento di guardare. Era il momento di prendere.

Anita girò la testa, gli sorrise, mentre la mano riprendeva il posto della bocca. “Lo sapevo… sei sveglio…”

Fece per muoversi ma la mano di Dario la afferrò per i capelli. “Non ti ho detto di fermarti.” La mano forzò la testa a tornare dove era prima. La bocca, obbediente, accolse di nuovo la verga, ma questa volta era lui a dettare i tempi, i movimenti.

Gli piaceva forzarla a tenere tutta la sua carne in bocca, a fondo, quasi a soffocarla, per poi liberarla. A quel punto strofinarle la verga, piena della sua saliva, della sua bava, sulla faccia, e di nuovo abusare della sua bocca. Continuò quel gioco con qualche variazione per qualche minuto.

Senza fretta, senza un piano. Era una sensazione insolita per lui, quell’assenza di intenzione. Dario era un uomo abituato a sapere sempre dove stava andando, anche a letto, soprattutto a letto. Ma in quel momento non stava andando da nessuna parte. Stava lì, con lei, godendosi ogni dettaglio come si gode un pasto quando per una volta non si ha fretta di alzarsi da tavola. Era una libertà strana, quasi scomoda. E stranamente bellissima.

Senza mollare la presa dai suoi capelli l’aveva trascinata sopra di sé. Il suo corpo, morbido e caldo, i seni generosi appoggiati alla sua faccia. Non ebbero bisogno di parole o dell’aiuto delle mani. Un semplice movimento dei fianchi aveva fatto scivolare la verga al suo posto, nella sua figa.

Pochi movimenti per assicurarsi che fosse ben dentro di lei, poi restarono in quella posizione, uniti, ad accarezzarsi e baciarsi, mentre i loro sessi, pulsando, si raccontavano qualcosa.

“Da quanto tempo eri sveglio?” chiese lei, senza alzare la testa dal suo petto.

“Non molto.”

“Cosa vuol dire non molto?”

“Eri così brava che ti sei infilata in un mio sogno.”

Anita rise, quel tipo di risata bassa che gli aveva imparato a riconoscere. “Solo brava?”

“Non spingermi a fare complimenti. Non mi viene così facile come vorrei.”

Un silenzio. Le dita di lei che disegnavano qualcosa di imprecisato sul suo stomaco.

“Sai cosa mi ha dato un po’ fastidio?”

“Dimmi.”

“Che appena te ne sei accorto hai dovuto prendere il controllo. Neanche trenta secondi e già con la mano nei capelli.”

Dario non rispose subito. “È più forte di me.”

“Lo so.” Una pausa. “E lo sai che mi piace, ma…” Anita sollevò il viso mentre le mani scivolavano sul suo petto, lungo le braccia, guidandole sopra la sua testa, fino ad afferragli i polsi. “…ci sono volte che è bello anche lasciare il controllo a qualcun altro.”

I fianchi di Anita iniziarono a muoversi lentamente, replicando il movimento che prima faceva con la bocca. La sua figa si stringeva attorno alla sua verga fino alla cappella, e poi scendeva, spingendosi giù, ruotando i fianchi in modo che esplorasse, toccasse, stimolasse qualunque punto della sua vagina.

Cambiava ritmo, angolazione, tenendo con forza le mani di Dario, cercando di impedirgli di muoversi mentre lei usava il suo corpo per prendersi piacere. Chiuse gli occhi e focalizzò la sua attenzione dove i due corpi si strofinavano. Accelerò leggermente, spingendolo più a fondo, fino ad arrivare al punto in cui stava per esplodere e fermarsi. Il corpo tremava, intrappolato tra il bisogno di godere e la ferrea volontà di non farlo. Restava in quello stato per uno o due minuti, poi apriva gli occhi, cercando quelli di Dario, e ricominciava a muoversi, cercando nuovi ritmi e movimenti per arrivare allo stesso risultato.

Facendo tesoro di quello che lei gli aveva appena detto, Dario restava fermo, quasi immobile, godendosi quello spettacolo. Il viso di Anita stravolto dal piacere controllato. I suoi seni che gli massaggiavano il viso, concedendogli di tanto in tanto di poter giocare con i grossi capezzoli. Sentiva colare i suoi umori ad ogni spinta, quel suono bagnato e indecente che gli piaceva da perdere la testa.

Anita era arrivata almeno cinque volte al limite e si era fermata. “Se continui così, va a finire che vengo io e tu non sei ancora venuta.” Non la stava sgridando, le stava solo facendo presente che i due sessi funzionavano diversamente.

Anita lo baciò. “E se ti ordinassi di non venire?” rise, sottolineando che era uno scherzo. “E se poi non riuscissi, ti dovrei anche punire.”

Dario rise e tentò di ribaltare la posizione. “Ti prego, lasciati scopare almeno una volta.”

Anita scosse la testa, ma nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso dalle altre volte. Non la sfida consueta, non il gioco di potere che conoscevano entrambi. Qualcosa di più aperto, più vulnerabile. Si abbassò a baciarlo lentamente, con una cura che non aveva niente di erotico e tutto di vero.

“Grazie,” gli sussurrò sulle labbra.

Poi ricominciò a muoversi, dolcemente, baciandolo, perdendosi in una miscela di sensazioni così dolce e inaspettata da renderli quasi irriconoscibili. Non erano più il padrone e la sua donna. Non erano la dinamica, le regole, il collare. Erano solo due corpi che si conoscevano già abbastanza da non aver bisogno di recitare niente.

Poi il ritmo lentamente crebbe. Anita cavalcava vigorosamente Dario, che le mormorava di non fermarsi. “Voglio sentirti godere,” gli sfuggì quasi in tono di supplica. A quelle parole lei non si trattenne più. Poche spinte per avere un orgasmo, e quando pochi secondi dopo lui venne dentro di lei, si ritrovò a godere una seconda volta.

Di nuovo avvinghiati, uniti, fusi in baci passionali.

Anita si staccò solo per mormorargli nell’orecchio, con quella voce che aveva imparato a usare quando voleva qualcosa senza chiederlo: “Voglio farlo tutta la notte.” Sollevò la testa, cercando qualcosa nella stanza con gli occhi. “Con te e Felpudo.” Si alzò di scatto, ridendo, e scivolò lentamente fuori dalla stanza a cercarlo.

Dario la osservò muoversi, quasi danzasse, per scomparire fuori dalla porta, per poi tornare saltellando come una bimba felice trascinando con sé il grosso orsacchiotto. Non sapeva dire se fosse più affascinante in una versione o nell’altra. Forse era proprio quel continuo altalenare tra diverse personalità che la rendeva unica, affascinante, stimolante.

Anita osservò la stanza e posizionò il suo peluscioso amico al centro della stanza. Si girò a guardare Dario. Lo sguardo puntava in un punto preciso del corpo dell’uomo. “Non mi vuoi condividere con Felpudo o …” lo sguardo da birichina si accese improvviso “… o non hai intenzione di scoparmi tutta la notte?”. Lo sguardo non si spostava dal pene di lui che appariva in posizione di riposo. Fece un passo indietro posizionandosi sopra una delle zampe dell’orsacchiotto, continuando a guardare Dario. Lentamente scese, fino a quando la sua figa trovò l’ispido pelo dell’orso. Si aggrappò alla zampa, iniziando a muoversi, lentamente, voluttuosamente, mordendosi le labbra, giocando con i seni, i capezzoli, senza scordarsi di lasciare sfuggire qualche gemito di dolore e piacere.

Dario strinse gli occhi, consapevole di essere Ulisse davanti alle sirene, impotente a resistere al loro pericoloso richiamo. Scese dal letto, avvicinandosi a lei. Come la barca si infrangeva sugli scogli, il suo membro si infranse sulle sue labbra.

Anita non smise di muoversi, iniziando a bagnare la zampa dell’orsacchiotto, ma contemporaneamente catturò nella sua bocca il pene di Dario, sentendone prima di tutto il bisogno e subito dopo il desiderio. La sua carne ci mise poco a reagire, assecondarla, renderla felice. Lo sentiva crescere nella sua bocca, rapidamente. Alzò gli occhi trovando sul viso di Dario un’espressione di estatico piacere. Non staccò gli occhi dal suo viso mentre una mano accarezzava prima i testicoli, gonfi e tesi, per poi scivolare tra le cosce, cercare il suo ano. Non sapeva come avrebbe reagito, ma era certa che avrebbe colto la sua reazione immediatamente. Solo una lieve istintiva contrazione al contatto tra il dito e lo sfintere, ma poi nessuna altra resistenza. Lo sguardo di Dario era leggermente cambiato, quasi un simpatico rimprovero, una promessa di piacevole vendetta. Quando il dito trovò quel leggero rigonfiamento e iniziò a giocarci, il cazzo di Dario ebbe un’ulteriore reazione nella bocca di Anita, gonfiandosi ulteriormente.

Anita dovette combattere una piccola battaglia dentro sé stessa. Godersi quel pompino fino in fondo e accontentarsi della zampa di Felpudo, o proseguire con il suo piano originale e farsi scopare? Avrebbe voluto tutto, con famelico ingordo desiderio di lui. Ma era anche consapevole che la natura aveva reso molto diversi uomo e donna da quel punto di vista. Non poteva pretendere che lui avesse continue erezioni tutta notte, per quanto fosse sicura che anche lui lo avrebbe desiderato.

Lo portò abbastanza vicino al limite, poi sfilò prima delicatamente il dito, poi sfilandosi la sua possente erezione dalla bocca. “Non pensare di avere finito … ” il sorriso malizioso era ricomparso sulle labbra di Anita. Lo spinse leggermente indietro e, come se facesse una piroetta sulla pista da ballo, si girò di 180 gradi sulla zampa dell’orso, offrendogli il suo lato B, spingendosi in avanti mentre con le mani allargava le natiche mentre mormorava, con tono completamente diverso da pochi secondi prima: “È tutto per voi Padrone!” Girò appena la testa e vide l’uccello di Dario vibrare di desiderio, poi girò nuovamente la testa, chiuse gli occhi restando immobile, in attesa.

Lo sentì avvicinarsi, per quanto si muovesse silenziosamente, la pelle di Anita ne percepiva la vicinanza come le vibrisse dei gatti. La mano che le afferrava i capelli, non tanto per impedirle di muoversi, ma per continuare quel gioco dove appartenergli e appartenersi si alternavano vorticosamente. Sentì il glande premere, deciso, contro il suo ano, la piacevole vendetta che prendeva forma. “Ora comincio io …” le respirò le parole nell’orecchio mentre affondava rudemente dentro di lei strappandole qualcosa che era un miscuglio tra un gemito e un ruggito. La mano dai capelli scivolò sul collo, mentre l’asta di carne arretrava per caricare il colpo successivo. Ad ogni carezza, ad ogni spinta, Anita sentiva il proprio spirito scivolare in quello stato in cui era stata per tutta la settimana: in suo potere.

Lo sentì spingere, sempre più forte, affondare completamente nel suo corpo, nel suo culo, mentre lei non faceva altro che concedersi, offrirsi, desiderarlo ancora più forte e in fondo. Le sue mani la forzarono a piegarsi in avanti, sdraiandosi completamente sull’orsacchiotto, mentre le sfilava il cazzo dal culo e le riempiva la figa. Era schiacciata, tra lui e l’orso, il suo cazzo che le riempiva la figa mentre la zampa ispida e ruvida del peluche stimolava la sua clitoride.

“Voglio sentirti venire a ripetizione, fino a che non hai più forze” l’ordine le arrivò direttamente nel cervello rettiliano. La voce di Dario era trasformata dal desiderio. Lo sentì iniziare a scoparla mentre il piacere invadeva ogni parte, ogni cellula del corpo e dell’anima di Anita. Pensò, senza riuscire a pronunciarlo, “Sì Padrone” poi esplose nel primo orgasmo. La mano le strinse nuovamente il collo mentre i colpi dei suoi fianchi sbattevano sul culo, il suo membro la sfondava urtando continuamente la zona del mitico punto G. Il secondo orgasmo arrivò quasi subito, accompagnato da uno schizzo improvviso che fece scattare qualcosa dentro Dario. Smise di pensare. O meglio, smise di pensare a tutto tranne a una cosa sola: gli orgasmi di Anita. Quanti. In quale modo. Da quale angolazione. Con quale pressione. Il dominante che era in lui aveva preso il controllo completo, smettendo di essere una persona e diventando uno strumento preciso e inarrestabile.

Dopo il terzo si spostò nel suo culo. Quarto, quinto. La girò, la adagiò supina su Felpudo, rientrò dentro di lei. Si fermò un momento, la guardò negli occhi. “Li hai contati?”

Anita scosse la testa.

“Cinque.” Quasi sorrise.

Dario non sentiva più il proprio piacere. Non era questo il punto, non in quel momento. Sentiva solo lei. Le contrazioni, il respiro che cambiava, la tensione che si accumulava nelle cosce prima di ogni esplosione. Il suo corpo era diventato uno strumento di lettura di quello di lei. Preciso. Infallibile.

Poi ricominciò, e le fece raggiungere il sesto con una ferocia calma che era peggio di qualsiasi urgenza. Il settimo e l’ottavo con le dita, mentre le scopava la bocca.

Ad un certo punto Anita smise di sapere dove finiva lei e dove iniziava lui. Smise di sapere quanti fossero, smise di aspettarli. Erano lì, arrivavano, la attraversavano e se ne andavano lasciandola ogni volta più vuota e più piena insieme. Non c’era più un pensiero. Solo quella voce, quelle mani, quel corpo che la conosceva meglio di quanto lei conoscesse sé stessa.

Il nono la travolse mentre lo cavalcava dandogli la schiena, il cazzo nel culo, le proprie dita nella figa.

Poi si girò verso di lui. “Ti supplico, ti voglio.”

Un micro-cenno della testa di Dario le diede il consenso.

Si sedette sopra di lui, guidandolo dentro la sua figa. Le gambe di Anita avvinghiate attorno ai suoi fianchi, le braccia attorno al collo, iniziò a muoversi. Dario era bloccato, immobilizzato, scopato da Anita che lo stringeva, baciava, gemeva, senza fermarsi, anzi accelerando.

L’orgasmo fu contemporaneo, intenso, stravolgente. Entrambi urlarono il proprio piacere rischiando di danneggiarsi le corde vocali. Poi per alcuni minuti restarono solo avvinghiati, cercando di respirare, di rientrare nei propri corpi.

“Tu …” la voce di Dario, un sussurro “Tu, mi hai scopato …” scoppiarono a ridere.

Ci volle qualche minuto per riuscire a riprendere il controllo del corpo e a liberarsi da quella posizione da contorsionisti. Una volta in piedi Anita gli si strusciò contro con quel fare tipico delle donne quando vogliono qualcosa. “Mi porti a fare pipì?” era una domanda retorica, sussurrata con tono ipnotico. Non attese la sua risposta, lo prese per mano portandolo in bagno, nella doccia. Si accucciò a gambe aperte e allungò una mano verso il membro ancora barzotto. “Voglio anche la tua.” Chiese con lo stesso tono di prima.

Il getto di Dario partì deciso. Subito dopo Anita aprì la sua diga, lasciando che Dario giocasse con il proprio getto, dirigendolo dove voleva. Sul viso. Sui seni. La benediceva ovunque.

Poi fu la volta della doccia. Calda, piena di sapone e di schiuma, di baci e di carezze. Una lunga doccia durante la quale Dario riuscì a rubare altri orgasmi ad Anita, e lei tentava di fargli venire un’altra erezione, continuando a non arrendersi nonostante lui le dicesse che era praticamente impossibile.

Ma la testardaggine di Anita non era seconda a nessuno. Si piegò in avanti, piegando leggermente le ginocchia. “Per piacere, Padrone, prova ad infilarlo lo stesso.” Miagolò tenendogli spalancata la figa. I continui maneggiamenti di lei lo avevano reso mediamente duro, ma era quanto sufficiente per infilarsi dentro quella calda e vischiosa caverna. Una volta dentro, qualcosa accadde ancora. Lui le afferrò i fianchi, sentendo l’animale primitivo prendere possesso del suo corpo partendo dal cazzo. In un niente era di nuovo una piena erezione. Il cazzo, quasi dolente, era nella sua migliore forma. Anita lo guidava, ora nella figa, ora nel culo, approfittando di quella animale violenza per godersi un’altra serie di orgasmi. Poi si girò, inginocchiandosi davanti a lui e al suo cazzo. Gli occhi della donna raccontavano quanto desiderasse, meglio di mille parole. Dario si appoggiò alla parete, la lasciò fare, ricordando le parole che le aveva detto quella sera, lasciandole il controllo del proprio piacere.

Anita lo percepì, quasi rilassandosi, concentrandosi sul suo e proprio piacere. Esplorando quella carne dura, tutte le sue venature e nervature, cercando con la lingua e con le mani ogni punto sensibile, approfittando di quel momento per giocare con il suo piacere. Non una vendetta, anzi, un dono. Regalare a lui quello che lui aveva regalato a lei. Giorni di piacere controllato. Poi aveva cercato di nuovo il contatto con i suoi occhi, aveva fatto di nuovo scivolare il dito dentro il suo ano, cercando la prostata, con l’intenzione di concludere quanto aveva iniziato prima.

Lo stimolava, lo succhiava, senza mai perdere il contatto con i suoi occhi. Assaporò la prima goccia, rallentando la stimolazione, per poi ricominciare. Sentì Dario cambiare. Non nel corpo, nel modo in cui la guardava. Gli occhi erano ancora su di lei, ma lo sguardo era andato oltre, in quel posto dove non esistono pensieri, solo sensazioni. Le mani cercarono la parete, qualcosa a cui aggrapparsi. Lasciò andare un suono che non aveva nome, qualcosa tra il gemito e la resa. Poi il suo nome, tre volte, quattro, come se fosse l’unica parola che gli restava.

“Anita … Anita … Anita …”

La bocca non smise. Il dito non smise. Dario la fissava da quel posto lontano, gli occhi spalancati su qualcosa che solo lui vedeva. Poi tutto esplose.

“Anita … CAZZZZZOOOOOOOOOOOO”

Il dito continuava a stimolarlo, la bocca a tenerlo, l’altra mano a stringerlo. Anita la voleva tutta, fino all’ultima goccia. Era tutta sua.

Solo quando fu pienamente soddisfatta, si staccò dal suo uccello, risalendo lentamente, baciandogli la pancia, il petto, il collo, fino a trovare la sua bocca. Lui era sfinito dall’intensità di quell’ultimo orgasmo, sfinito da tutto quello che quella donna, inaspettata, era in grado di fargli vivere e provare. Si abbandonò al bacio di lei, ricambiandolo, abbracciandola, stringendola a sé.

Senza dirsi nulla scivolarono verso la camera da letto, continuando a baciarsi, accarezzarsi, restando avvinghiati l’uno all’altro. Ognuno dei due avrebbe voluto dire qualcosa. Entrambi avevano paura di rompere quella magia. E poi erano sfiniti fisicamente.

Nella sua incoscienza, Anita riuscì ad avere l’ultimo barlume di lucidità. “Nella mia borsa trovi una scatola. Prendila, aprila quando sei a casa.” Poi scivolò in uno stato di felice incoscienza.

Dario rimase a letto con Anita, tenendola tra le braccia, giocando con i suoi capelli, respirando il suo profumo, il loro odore, fino a quando la sveglia delicatamente cercò di farsi sentire. Poi scivolò fuori dal letto, una doccia veloce, si vestì silente come un ninja. Aveva trascinato nuovamente Felpudo sopra il baule e aveva aggiunto la lettera che aveva scritto nel pomeriggio. Si era girato una volta a guardarla, da lontano, provando una particolare sensazione alla bocca dello stomaco. Si era girato, aveva chiuso delicatamente la porta dietro di lui, era salito in macchina ed era partito in direzione dell’aeroporto, dove lo aspettava il volo per Milano.

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