Il lettore che immagino

Chi mi legge è sempre una sorpresa. Ogni volta che qualcuno mi scrive in privato o lascia un commento, scopro qualcosa che non avevo previsto. C’è chi mi seguiva altrove e poi mi è venuto a cercare qui. C’è chi è arrivato per caso e si è fermato. E c’è chi mi ha sorpreso così tanto che preferisco non raccontarlo, lasciando il puntino sospeso.

Quando scrivo, però, immagino. Non posso farne a meno. Mi figuro qualcuno che legge da solo, la sera, magari su uno schermo tenuto basso. Qualcuno che ha aperto la pagina di nascosto, fra una cosa e l’altra di una giornata normale, e che improvvisamente si ritrova dentro una scena che non si aspettava. Quel furto al quotidiano è una delle immagini che mi accendono di più. Una persona che entra in un mondo per pochi minuti e ne esce con qualcosa addosso.

Credo che chi cerca la parola scritta cerchi qualcosa di diverso da chi cerca un’immagine. La parola obbliga a immaginare, a costruire, a partecipare. Un’immagine ti consegna tutto già pronto. Un racconto ti chiede di essere lì con i tuoi corpi mentali, con la tua memoria, con il tuo desiderio. È un lavoro, e chi sceglie un racconto sceglie quel lavoro. Vuole essere coinvolto, non servito.

Nella mia esperienza, e parlo solo per quello che vedo, le lettrici cercano questa dimensione mentale più spesso dei lettori. Non so se sia una regola, magari è solo una tendenza, però è qualcosa che noto. Le fantasie più dense, quelle che si nutrono di parole e non di immagini, sembrano avere terreno più fertile in chi vuole spazio per costruire la scena dentro di sé, e non solo riceverla.

Il lettore che immagino, alla fine, è proprio questo. Una persona che entra nella stanza di un racconto come si entra in una propria stanza segreta. Che non viene per essere intrattenuta, ma per riconoscersi. Che ha le sue fantasie, magari mai dette ad alta voce, e cerca nelle pagine il punto in cui qualcuno le ha messe in parole prima di lei.

Quando trovo quel punto, sento di aver fatto il mio lavoro.