La distanza giusta

La distanza accende il desiderio. La vicinanza lo fa bruciare di passione. Sono due sentimenti diversi, e nessuno dei due basta da solo per creare qualcosa di speciale. Se ci fosse solo la distanza, senza la vicinanza, il desiderio si spegnerebbe lentamente. Allo stesso modo, se ci fosse solo la vicinanza, senza la distanza, tutto diventerebbe abitudine. E l’abitudine è proprio la cosa che il desiderio non sopporta.

Nelle storie che scrivo, lavoro spesso sulla distanza. Ma non parlo della distanza che separa le persone, bensì di quella che le tiene insieme. Penso allo spazio tra due sedie, prima che qualcuno si sieda. O al silenzio tra due frasi, dove succede tutto ciò che è importante. O al momento in cui una mano si avvicina e si ferma a un dito dalla pelle, e in quel dito c’è più tensione che in qualsiasi contatto diretto.

La distanza è uno spazio dove succedono cose interessanti. Uno sguardo che dura un secondo di troppo. Un gesto casuale che in realtà misura il terreno. Una battuta che nasconde una provocazione, e apre una porta che l’altra persona può decidere di attraversare o no. Sono i modi in cui due persone si toccano senza toccarsi, e dicono molto più di quanto direbbero con le parole o con le mani.

La distanza non è uno spazio vuoto. È uno spazio che viene attraversato, percorso, sondato. E funziona proprio per questo. Il desiderio non vive nel silenzio assoluto, ma nei segnali che si scambiano dentro lo spazio che ancora separa due persone.

Il desiderio si nutre del non ancora. Finché c’è uno spazio da colmare, c’è un movimento da raccontare. Quando lo spazio si chiude, comincia un’altra storia, quella della passione, che è un’altra forma del sentire, ma non sostituisce la prima.

Penso che le storie più intense siano quelle in cui convivono la distanza e la vicinanza. C’è la distanza che ha acceso il desiderio, e c’è la vicinanza che brucia di passione. E poi, dopo, c’è di nuovo una distanza, perché senza un nuovo spazio da colmare, il desiderio si addormenta. Le coppie vere lo sanno, anche se non lo dicono. Sanno che bisogna ricostruire una piccola distanza ogni tanto, anche dentro l’intimità, per non spegnerla.

Scrivere di eros, per me, significa anche cercare la distanza giusta in ogni scena. Il punto esatto in cui i corpi sono ancora separati, ma il desiderio già li attraversa. Quello è il momento che voglio fermare sulla pagina. Tutto il resto, dopo, viene quasi da solo.

La distanza non è freddezza. È l’aria che il desiderio respira.