Quando la routine si spezza, nasce l'avventura. Un messaggio nato per caso. Una baita lontana dal mondo. Un pranzo di lavoro che cambia direzione. “Destinazioni impreviste” ti accompagna in un viaggio di emozioni autentiche, dove il corpo parla la lingua della libertà e l’imprevisto diventa occasione di scoperta. Lasciati sedurre da racconti intensi e profondamente umani. Per chi ama le storie vere, il coraggio di vivere e la passione che accende ogni confine.
Nel sonno qualcosa risultava strano. Un vuoto, una mancanza. Non c’erano i soliti rumori del B&B, il caffè di Jimena, le persiane di Blanca che si aprivano come ordini impartiti al mattino, i turisti con le valigie sul selciato. Non c’era l’odore del cortile, il detergente delle camere, la cucina. La mano si mosse sul letto prima ancora che aprisse gli occhi, cercando qualcosa. Non trovò il cuscino viola, quello ruvido, che le teneva sempre compagnia al risveglio. Anche le lenzuola erano diverse, sotto le dita. Poi quel profumo che si era materializzato strofinando il tessuto. Il suo profumo.
Anita aprì gli occhi e si guardò in giro confusa, ci mise qualche secondo a realizzare dove fosse: nella villetta affittata da Dario. Quello che ora mancava era lui. Nonostante questa consapevolezza si alzò, girò per casa in silenzio, nuda, come se i piedi la portassero da soli in ogni stanza.
Si guardò in giro. Ogni angolo di quella casa aveva un ricordo per lei. Sorrise, un sorriso particolare che conteneva gioia mischiata con un pizzico di amarezza. Eppure non rimpiangeva nemmeno un istante di quanto aveva vissuto.
Poi qualcosa attirò la sua attenzione. Felpudo era di nuovo seduto sul baule, da dove lei lo aveva preso la notte appena passata, ma aveva qualcosa tra le zampe. Una busta con il suo nome scritto sopra. L’aprì e trovò dentro una lettera. Corse in camera, si lanciò sul letto per leggerla.
La grafia di Dario era chiara. Uno stampatello curato, contaminato da qualche ghirigoro di corsivo. Regolare e precisa, controllata, come tutto in lui.
Ciao Anita.
Sto scrivendo questa lettera mentre sistemo le cose per tornare a casa e, senza riuscirci, tento di sistemare anche i pensieri. Non è facile, dato che ho ancora la testa piena di te, di noi, del ricordo di tutto quello che abbiamo fatto e vissuto insieme. Quando la leggerai sarò già in volo, o forse già a casa. Comunque, lontano.
Quello che abbiamo fatto in questi giorni non ha un nome preciso nel vocabolario comune. Nel nostro sì. L’intesa che c’è stata fin dal primo istante non è qualcosa di facile da raggiungere, nemmeno tra persone che si conoscono da anni, che hanno negoziato, contrattato, costruito le loro dinamiche mattone per mattone. Quel tipo di conoscenza, di solito, richiede tempo. Richiede cautela, distanza, una serie di test silenziosi che entrambi fingono di non stare facendo. Con te non c’è stato niente di tutto questo. Hai donato il controllo senza paura e io l’ho preso come qualcosa di prezioso, sapendo esattamente il peso di quello che stavo reggendo. Non capita tutte le volte. Non così.
Stanotte non è ancora successa mentre scrivo. Ma credo di sapere come sarà. Ho imparato a conoscerti quanto basta da riuscire ad immaginarlo. E quando la leggerai, saprai che avevo ragione.
Ho conosciuto una donna che ride con tutto il corpo e tace con la stessa intensità. Che sa esattamente dove finisce la resa e dove comincia la scelta. Non è una cosa che si incontra spesso. Non è una cosa che si dimentica, e non ho nessuna intenzione di farlo.
Non voglio creare illusioni. Non ti faccio promesse. Non perché non voglia, ma perché le promesse fatte sul bordo di qualcosa di così intenso pesano diversamente alla luce del mattino ordinario. E io voglio essere onesto con te più di quanto voglia sembrarti romantico. Ho bisogno di tempo per capire, elaborare, ascoltarmi, prima di dire qualcosa che potrebbe farti del male.
Prenditi cura di te, Anita.
Dario.
Anita aveva riletto più volte la lettera. Ogni volta qualcosa di diverso si muoveva dentro di lei. La sorpresa per avere trovato qualcosa di così personale, scritto a mano, con quella grafia controllata che le sembrava di sentire come una voce nell’orecchio. La reazione viscerale, quasi di fastidio, alle parole illusione e promessa. Ma poi c’era il resto. Quella frase su una donna che ride con tutto il corpo e tace con la stessa intensità. Lui non stava descrivendo una donna. Stava descrivendo lei, con una precisione che nessuno aveva mai avuto. E questo, più di qualsiasi promessa, le aveva fatto male nel posto giusto.
Si era girata a pancia in su, aveva allargato le gambe e, mentre leggeva ancora una volta la lettera, aveva pensato alla sua scatola e all’incantesimo che le aveva insegnato Amparo. Le sue dita erano scivolate lungo la pancia, tra le labbra, affondando nella sua figa calda e mielosa. “Tornerai da me,” aveva mormorato con un filo di voce, alternando il gioco dentro la sua fessura con quello attorno al clitoride, avvicinandosi continuamente all’orgasmo senza mai raggiungerlo. “Non godrò fino a quando non sarai tornato,” aveva aggiunto, quasi volesse dare forza con un fioretto al rito pagano che gli aveva donato.
Si era alzata. Aveva infilato la lettera nella borsetta con la cura con cui si ripone qualcosa di fragile. Sotto la doccia aveva lasciato che l’acqua calda scaldasse ogni centimetro di pelle che lui aveva toccato, i ricordi di quella settimana che tornavano uno per uno, precisi, ancora vivi. Ogni scena al suo posto. Ogni dettaglio ancora nitido. Si era vestita lentamente, senza fretta, come chi sa già che la giornata che comincia è diversa da tutte le altre.
Prima di uscire si era fermata davanti al baule. Aveva guardato Felpudo negli occhi di vetro, con quella solennità ridicola e sincera che solo lei sapeva avere. Gli aveva dato un bacio sulla testa. “Ci vediamo dopo, a casa.”
E con quel suo modo unicamente sensuale di camminare si era diretta al B&B.
Dario appena si era seduto in aereo era crollato in un sonno profondo, uno di quei sonni pesanti e disordinati in cui i pensieri e i ricordi si confondono con qualcosa di più scuro. Aveva sognato lei, certo, ma anche tutto quello che non si era detto, le parole trattenute, i momenti in cui aveva sentito qualcosa spostarsi dentro di lui in un posto che non usava da anni. E negli angoli del sogno, dove la luce non arrivava, c’erano gli incubi: tornare e trovare che era stata solo una settimana, il tipo di cosa che si racconta agli amici con un sorriso e poi svanisce come svanisce tutto.
Prima dei controlli di sicurezza aveva aperto la scatola con la cautela di chi sa che certi oggetti vanno trattati con rispetto. Non voleva sorprese ai raggi X, non aveva voglia di spiegare niente a nessuno. Aveva sollevato il coperchio e un odore intenso lo aveva colpito in pieno, diretto, inconfondibile. Il suo odore. Quello che aveva imparato a riconoscere nei giorni precedenti, che si era depositato nella memoria come fanno le cose che non si scelgono. Poi aveva visto la ciocca di capelli, ricci e scuri all’interno del sacchetto di seta viola, e qualcosa si era mosso nel petto in modo rapido e preciso, come quando si preme su un livido che non sapevi di avere. Era un dono oltre l’immaginabile, un pezzo di lei. Aveva richiuso con cura e messo la scatola in fondo allo zaino. Per qualche secondo era rimasto fermo in mezzo alla fila con il sorriso ebete di un ragazzino, completamente fuori posto.
L’atterraggio brusco sulla pista di Linate lo aveva strappato di netto dai sogni. Fuori dal finestrino quella luce lattiginosa che non è nebbia e non è sole, quella cosa che a Milano chiamano cielo. Aveva recuperato la valigia, poi la macchina, e si era immesso sulla tangenziale con quella pazienza che si impara vivendo in una città che non ti chiede come stai.
Milano però non era solo questo. Lo sapeva. Sotto quella crosta grigia e indifferente del lunedì mattina c’era qualcosa di vivo, una corrente sotterranea di energia e intelligenza che scorreva nei locali di Brera, negli studi di Tortona, nei tavoli dei bar dove si decidevano cose che poi il mondo adottava senza sapere da dove venivano. Una città che non si mostrava, che bisognava meritarsi. Lui la conosceva bene, quella città. Ci aveva costruito tutto. E stamattina, per la prima volta da anni, la guardava da fuori.
Il traffico aveva quella qualità specifica del lunedì, tutti in moto insieme, nessuno che guardava nessuno. Odori di scarico, caffè tostato da qualche bar, l’asfalto ancora umido di una pioggia notturna. Niente jacaranda. Niente di quella luce andalusa che entrava nelle ossa.
Prese in mano il telefono, lo rimise giù. Lo riprese. Cosa avrebbe potuto scriverle? Che era atterrato? Che la pensava? Che aveva ancora il suo odore nelle narici nonostante le ore di volo e l’aria condizionata?
Approfittando della lentezza del traffico lasciò che il messaggio si componesse da solo, una lettera dopo l’altra.
“Spero tu abbia avuto un piacevole risveglio. Io sono già nel traffico di Milano. Hai programmi per questa sera?”
Posteggiò la macchina nel suo posto riservato, spense il motore e inviò prima di poter ripensarci.
Anita era uscita dalla villetta. Aveva chiuso gli occhi quando la porta si era chiusa dietro di lei con quel suono sordo, definitivo. L’ultima volta. Eppure aveva sorriso, perché dentro di lei sentiva che non sarebbe stato così. Confidava in Amparo.
Aveva vagato per le vie di Siviglia senza fretta, lasciando che la città le scorresse intorno al rallentatore, le persone, i rumori, persino la luce, tutto più lento di come lo ricordava, come se il mondo avesse deciso di aspettarla. Voleva prendersi del tempo, cristallizzare i ricordi prima che le amiche e le incombenze del post festa li soffocassero. Il mattino di Siviglia aveva quella qualità particolare che hanno i mattini dopo le grandi feste: le strade ancora ubriacate di confetti e petali calpestati, l’aria che sapeva ancora di manzanilla e di qualcosa bruciato lontano.
Senza rendersene conto stava facendo la strada al contrario rispetto a quel giorno in cui era andata da Dario per la prima volta. Lo sguardo cadde sul forno di Carlos e vi si diresse con decisione.
Il campanello della porta non aveva ancora finito di risuonare che la voce di Carlos aveva già riempito il locale, mollando senza cerimonie la cliente che stava servendo. “Anita, è sempre bello quando passi dal mio forno.” La solita danza, lui che sbavava sulle sue curve dimenticandosi che esistesse anche il resto. Il contrasto con l’uomo che l’aveva tenuta in pugno negli ultimi giorni, fisicamente e mentalmente e in molti altri modi che non avevano un nome preciso nel vocabolario comune, era impietoso.
“Buongiorno Carlos, c’è qualcosa da portare al B&B oggi? Ero di strada e potrei portarlo direttamente io.”
Il tono era diverso dal solito. Per Carlos fu peggio di uno schiaffo. Era il tono di una donna soddisfatta, di una donna che ha in testa un uomo solo. Uno. Carlos farfugliò qualcosa di incomprensibile, scaricò l’incarico alla sorella e spostò i suoi occhi vischiosi su un’altra cliente.
“Hola Anita, che occhi che hai oggi.” Maria la guardò con quella curiosità affettuosa delle donne che capiscono certe cose senza bisogno di spiegazioni. “Com’è stata la serata finale? Mi è sembrato di vederti scappare via da El Real prima dei fuochi.”
Anita sorrise, e nel sorriso c’era ancora il Guadalquivir e le mani di lui sul parapetto del ponte. “Mi hanno portato a vederli dal Puente de los Remedios. Era da anni che non li vedevo da lì.”
“Bello quel posto.” Maria controllò gli ordini, senza perdere tempo. “Ci sono due torte per voi oggi.” Si allontanò a prendere l’ordine.
Anita si fece aggiungere una caracola, una girella di pasta dolce ancora tiepida, e uscì.
Ci volle almeno un’altra mezz’ora per arrivare al B&B. Non perché la strada fosse lunga, ma perché aveva bisogno di altro tempo per poter tornare alla realtà.
Il telefono vibrò con quel suono che aveva impostato solo per lui. Il cuore le saltò in petto in modo ridicolo e involontario, e le ginocchia per un momento dimenticarono il loro compito.
Si fermò e cercò il telefono con dita tremanti.
Aprì il messaggio.
“Spero tu abbia avuto un piacevole risveglio. Io sono già nel traffico di Milano. Hai programmi per questa sera?”
Lo rilesse. Una volta. Poi ancora. Quella domanda alla fine, così controllata, così lui. Non “mi manchi”, non “pensavo a te”. Ma c’era quel goffo tentativo di sapere se avesse programmi per la sera. Il cervello rettiliano femminile decifrò quelle parole trasformandole in quello che riteneva la più probabile verità.
Sorrise. Rimise il telefono in borsa.
Non rispose. Non ancora. Aveva bisogno che lui aspettasse, anche solo per qualche ora. Era l’unica forma di controllo che le restava, e lo sapeva, e non le importava saperlo.
Riprese a camminare. Il mondo intorno continuava al rallentatore.
Aprì la porta, si diresse in cucina, appoggiò le torte sul banco. Quando si girò, Jimena e Blanca si erano materializzate dietro di lei in silenzio, come fanno le persone che sanno aspettare.
“Ero di strada, sono passata a ritirare le torte.”
Il tono disse tutto quello che le parole non dicevano. Fisicamente era lì, ma il resto di lei era ancora altrove, sospeso a duemila chilometri di distanza sopra la pianura padana.
Blanca, che sapeva essere delicata, si azzardò. “È partito?”
“Sì.”
Quegli occhi che per un istante diventarono lucidi poi tornarono quasi normali. Quasi.
“Come stai?” Jimena era meno diplomatica, ma era quella che faceva sempre la domanda scomoda.
Anita le guardò dall’una all’altra un paio di volte. Poi si avvicinò e si lasciò travolgere da un abbraccio a tre, lungo, senza parole. Era quello di cui aveva bisogno. Più di mille consigli, più di mille domande.
“Abbiamo un’attività da portare avanti. Avremo tempo per parlare del resto.” Disse per interrompere l’abbraccio.
Le due amiche capirono. Non era il momento. Lei aveva bisogno di sedimentare, di tenere ancora un po’ quelle cose dentro prima di tirarle fuori e mostrarle. Loro sarebbero state lì, sempre, nel momento in cui avesse deciso di aprirsi. Una di quelle sere, bevendo dello Sherry, avrebbe raccontato. Forse sarebbe servito molto Sherry.
“Nell’appartamento cinque il lavandino fa i soliti capricci.” La voce di Blanca aveva già ripreso il tono pratico del quotidiano. “E sai solo tu come sistemarlo.”
Le donne cominciarono a muoversi per il B&B con quel vociare caotico e familiare che le rendeva inconfondibili. La vita riprendeva. Rumorosa, necessaria, uguale a prima.
Solo Anita era diversa.
Entrò nell’ampio ingresso del palazzo dove c’erano gli uffici di una decina di aziende che avevano centinaia di dipendenti ciascuna. Se avesse voluto, avrebbe potuto essere un semplice numero, un volto in mezzo a tanti. Ma questo non era nello stile di Dario. Puntò dritto verso il bancone con il solito sorriso. “Mario, Giuseppe, tutto bene?”
“Le solite cose, Dott. Crespi.” Gli rispose Giuseppe mentre Mario, il più anziano dei due, aggiungeva “Tutto bene il viaggio in Spagna, Dario?”
“Oltre ogni aspettativa.” Rispose facendogli l’occhiolino e dirigendosi a passo spedito verso gli ascensori, sentendo Mario aggiungere sottovoce “Figa e fatturato”, facendo il verso a un famoso comico che, dicevano, quando Dario parlava sembravano fratelli.
Raggiunse velocemente il decimo piano e una scenetta simile si ripeté all’ingresso degli uffici, questa volta con due colleghe. E poi man mano che si muoveva per l’open space, con i vari colleghi.
Fu in quel momento che percepì qualcosa di diverso. Non riusciva a definirlo con precisione. Ma non provava la stessa eccitazione, la stessa felicità di sempre, percorrendo quei corridoi.
Veronica lo vide arrivare da lontano e si mosse verso di lui con quella camminata studiata che aveva affinato negli anni, i fianchi che ondeggiavano con la precisione di un metronomo, la camicetta che faticava a contenere i seni ad ogni passo. Era una donna che sapeva usare il proprio corpo come strumento di conversazione, e lo aveva sempre fatto con Dario con una certa efficacia. Quella mattina si era fermata qualche secondo in più davanti allo specchio, lui lo capì dal rossetto più curato del solito, dai capelli lasciati sciolti invece della solita coda. “Dott. Crespi”, disse con quella voce che in ufficio abbassava di mezzo tono, nonostante avesse avuto qualche avventura da una notte negli anni passati. “Il dott. Baraldi mi ha chiesto di informarla che dobbiamo spostare l’incontro a fine settimana. Ha avuto un contrattempo familiare.” Una pausa calcolata. “Se ha bisogno di aggiornarsi su qualcosa, nel frattempo, sono a disposizione.” Il tono faceva intendere che la disponibilità andava ben oltre i documenti aziendali.
Dario la guardò un secondo, quel secondo che di solito bastava a entrambi per capirsi. “Grazie mille Veronica, mi fa sapere lei quando fissare l’incontro.” Sciolse il contatto visivo e riprese a camminare. Veronica non mascherò il proprio disappunto.
Percorse il corridoio fino in fondo e aprì la porta del suo ufficio.
Era esattamente come lo aveva lasciato. Scrivania sgombra, monitor spento, la sedia girata di tre quarti come la lasciava sempre prima di partire. Tutto al suo posto. Tutto esattamente uguale.
Si sedette. Aprì il portatile. Aspettò che si accendesse guardando fuori dalla finestra: le tre torri di CityLife che tagliavano il cielo grigio con quella precisione verticale tutta milanese, il Dritto, lo Storto, il Curvo, tre caratteri diversi che convivevano senza spiegarsi. Il verde del parco lì sotto, ordinato, geometrico. Le signore bene che facevano jogging con tute che potevano costare uno stipendio.
Il ricordo dei parchi di Siviglia, di come li aveva vissuti, gli salì su dalla pancia come un brivido.
Prima che il monitor si illuminasse vide altro. Vide il Guadalquivir verde scuro. Vide lei.
Poi il monitor si accese. I messaggi cominciarono ad arrivare uno dopo l’altro. Clienti da Londra, Francoforte, Amsterdam. I commerciali che gestiva in mezza Europa, ognuno con la sua urgenza, il suo problema, la sua scadenza. L’agenda si riempì in venti minuti.
Dario Crespi si passò una mano sui capelli e cominciò a lavorare.
Cercò di fare in modo che il lavoro occupasse la sua mente il più possibile, spingendo in background l’altro pensiero che non lo lasciava in pace. Ma almeno ogni mezz’ora controllava se fosse arrivata la risposta di Anita.
Il messaggio che aspettava arrivò, ovviamente, nel mezzo della riunione con il team vendite, che era riuscito ad anticipare. Era stato difficile restare concentrato per i successivi quarantacinque minuti senza toccare il telefono, con il solo desiderio di sapere cosa gli avesse risposto.
Appena tutti se ne furono andati si precipitò a leggere. “Nessun programma particolare. Credo di avere bisogno di recuperare qualche ora di sonno. Ma se vuoi, se ti va, puoi provare a chiamarmi.”
Rise, cogliendo la provocazione. Lei che dava a lui il permesso di chiamarla.
“Dopo cena, verso le 23.” Rispose cercando di tornare al lavoro. Ancora tre ore prima di staccare, andare a cena con amici e poi a casa.
La giornata era passata in qualche modo. Entrambi, a modo loro, avevano cercato di concentrarsi su quello che avevano da fare, sul loro dovere, ma appena qualcosa rallentava, concedendo alla mente uno spazio di troppo, i pensieri tornavano là, là dove la lingua batte, dove il dente duole. Ma non per forza tutte le volte era un pensiero doloroso. Era un pensiero che ti faceva sentire quel vuoto. Il pezzo mancante di un puzzle.
Anita si era tolta e rimessa le mutande una decina di volte. Aveva provato a fare quelle autopunizioni che avevano sempre funzionato ma ora erano sciape, vuote.
Dario, ogni volta che era andato in bagno aveva avuto una mezza allucinazione con lei inginocchiata davanti, provocandogli un’erezione che rendeva difficile controllare il getto di urina. E che gli provocava anche una gran voglia di masturbarsi.
Blanca e Jimena organizzarono una cena di quelle casalinghe, di quelle da sorelle, di quelle a cui Anita non avrebbe potuto dire di no. Avevano cucinato con quella cura silenziosa che hanno le donne quando vogliono dirti qualcosa senza parole. Il solomillo in padella con la riduzione di aglio e whisky che profumava già dal pomeriggio. Gli huevos a la flamenca nel loro tegame di terracotta, il pomodoro e il chorizo che avevano sobollito lentamente fino a diventare qualcosa di denso e scuro. E i churros sul finale, con la cioccolata calda densa in cui inzupparli, quella cosa che a Siviglia si mangia a qualunque ora e non chiede mai permesso.
Già entrando in cucina Anita percepì quegli odori, quella carezza, quella fregatura. Era qualcosa che si aspettava in qualche modo e, in quel modo, era il più accettabile.
Il cibo servito in maniera conviviale, il vino che scorreva tranquillo. Le risate, le chiacchiere.
“Lo so che morite dalla voglia di sapere.” Disse riempiendo il bicchiere delle amiche e poi il suo di Sherry.
Silenzio. Le guardò negli occhi, sorseggiò lo Sherry, lo gustò, e poi iniziò a raccontare la parte che loro potevano capire e sapere.
Man mano che lei raccontava, il serbatoio delle sue emozioni cambiava forma, intensità. Si ascoltò raccontare a Blanca e Jimena quasi tutto. Qualcosa di fisico era venuto fuori, certo, ma era difficile raccontare la parte emotiva, perché a lei piaceva che lui la trattasse, la usasse in quel modo. Le gite nei parchi, il non averla fatta godere per una settimana, le dimensioni del suo cazzo, di come la baciava e la toccava. Quello che fortunatamente riusciva a trasparire era quanto a lei piacesse, e quanto lui, in quei giorni, l’aveva fatta sentire la sua principessa schiava.
Mentre raccontava aveva continuamente tenuto sotto controllo l’orologio sopra il camino. Jimena ad un certo punto aveva avuto il sospetto. Verso le 22.30 Anita aveva iniziato a chiudere i discorsi. Alle 22.45 era in camera, si era spogliata, aveva fatto una rapida doccia, aspettando la sua telefonata. Uscita dal bagno si guardò intorno. Felpudo, in un angolo, sembrava strizzarle l’occhio.
Rientrare nel ritmo di Milano, dell’ufficio, dopo quella settimana non era stato così semplice. Fortunatamente la settimana di assenza aveva lasciato uno strascico di cose da gestire. Dario era riuscito a pianificare buona parte degli appuntamenti, a uscire dall’ufficio con quel ritardo pianificato di circa venti minuti. Aveva puntato sui Navigli, lasciato l’auto a Nadir, il posteggiatore con cui aveva stretto un accordo per lasciare l’auto, e si era infilato nel suo locale preferito: un posto famoso per i gin e per la carne.
Carmen quando lo vide passare la soglia lo prese sottobraccio, come sempre. “Sei sempre la star che arriva per ultima.” Lui le cinse la vita morbida sudamericana e le rispose “Sono sempre l’ultimo coglione che finisce di lavorare.” Ridendo lei lo lasciò al tavolo con gli altri tre amici per iniziare la serata.
Il suo gin tonic preferito era sul tavolino ad aspettarlo. Carmen lo conosceva a memoria: Monkey 47, Fever-Tree Mediterranean, tre grani di pepe rosa, un rametto di rosmarino passato velocemente sulla fiamma assieme ad una scorza d’arancia, quella piccola vampata che caramellava gli oli essenziali sulla superficie del bicchiere prima che qualsiasi labbro lo toccasse. Caldo, speziato, con quella nota amaricante che arrivava per ultima e restava. Lo prese in mano senza guardarlo, come si fa con le cose di cui ci si fida.
Livio, Giacomo e Davide, gli amici di sempre. Dalle superiori, per essere precisi, l’università fatta assieme e anche quei tentativi di diventare dei campioni di calcio, partendo dalla squadretta del quartiere per arrivare in serie D. Poi per tutti la scelta: il lavoro o il pallone. Ma tutte quelle esperienze assieme avevano creato un legame unico tra i quattro. Potevano passare settimane, mesi, senza che si sentissero, poi bastava un segnale. Una proposta o una richiesta di aiuto, e nel limite del possibile tutti si materializzavano. Giacomo e Davide, sposati, con figli. Dario e Livio, impenitenti scapoli, erano diventati gli zii adottivi dei figli degli altri due.
Ma quando si trovavano per le loro cene era, quasi, come tornare ai tempi dell’università. Furono gli altri, stranamente, a tenere banco. Dario ascoltava, annuiva, rideva nei momenti giusti. Ma Livio lo conosceva da tanto e sapeva riconoscere la differenza tra esserci e sembrare di esserci. E poi c’era il telefono. Lo toccava continuamente, lo schermo che si illuminava e si spegneva, le dita che scorrevano senza mai fermarsi davvero. Livio non riusciva a capire se controllasse l’ora o aspettasse qualcosa. Forse entrambe le cose.
Approfittando di un momento di quiete, spostò la conversazione. “Allora, com’è andata in Spagna? Eri a Siviglia giusto? Mi sembra di ricordare che volevi vedere qualcosa.”
Dario ci mise quel secondo di troppo per uscire dai suoi pensieri, quanto bastasse perché anche gli altri due notassero qualcosa. “Oh, sì, Siviglia, bella. È bella anche quella festa, le donne in costume, il flamenco.” Si voltò verso i due sposati. “Dovreste portarci le famiglie, è davvero coinvolgente.”
Livio lo aveva scansionato, analizzato, studiato. “E a te, cosa è piaciuto in particolare?”
Dario si girò dandogli un’occhiataccia. Livio scoppiò a ridere, sapendo di avere fatto centro. Immediata fu la reazione degli altri due che, come una coppia di attori di lunga data, alternavano le frasi incalzandolo.
“No, no, no, così non vale. Gli accordi sono accordi.”
“Noi due abbiamo fatto una scelta ma voi due…”
“Voi due quando fate certe cose dovete poi raccontarcele.”
“Rimane tutto nel gruppo, nessuno sa nulla, nemmeno le mogli.”
Lo sguardo di Dario fece una carrellata sulle facce dei tre amici infingardi.
“È il nostro patto di sangue.” Rincarò Livio.
Dario prese qualche secondo, le dita che giravano lentamente il bicchiere, cercando di riordinare i pensieri, decidere cosa dire e cosa tenere per sé. L’arrivo dei camerieri con il cibo gli offrì una pausa provvidenziale. Girò lo sguardo verso Livio, sorridendo, e gli mormorò un affettuoso “Bastardo.”
Girò il telefono a faccia in giù sul tavolo. Prese un sorso lungo di gin tonic, giusto per creare un po’ di suspense, una piccola vendetta.
“Ho conosciuto una donna. Il primo giorno.” Altro sorso. “E ci siamo visti tutta la settimana.” Le dita accarezzavano il bicchiere mentre i pensieri tornavano sul corpo e sulla pelle di Anita, su come si muoveva, su come cedeva. La cosa non sfuggì agli altri.
“Nemmeno a farlo apposta, è una del mio giro.” Era il modo in cui Dario definiva l’ambiente del BDSM quando erano in pubblico. Era un mondo di cui aveva troppo rispetto per sbandierarlo, come facevano in tanti, come fosse un distintivo da esibire. Per lui era qualcosa di intimo, intenso, privato.
Durante la cena raccontò qualcosa, cercando di far trapelare più quello che gli era rimasto dentro che la mera cronaca, il semplice gesto di farsi fare un pompino e scoparle il culo. I tre si scambiavano sguardi, colpetti sotto il tavolo, ogni volta che notavano delle sfumature nel tono di voce, nel modo in cui gesticolava con le mani, dettagli che rivelavano molto più di quanto le parole, scelte accuratamente, raccontassero.
“Quindi ora cosa pensi di fare?”
Dario li guardò uno per uno prima di rispondere. Poi, con quella sincerità che si concedeva solo tra loro, disse: “Non lo so.”
Con la stessa abilità con cui aveva spostato l’attenzione su di lui, Livio la spostò altrove, tirando in ballo Davide e Giacomo, alleggerendo la pressione su Dario che però rimase presente, connesso, per il resto della sera. Qualcosa si era allentato.
Tenendo d’occhio il grande orologio appeso alla parete aveva gestito i tempi con la solita precisione ed era riuscito a sgattaiolare in tempo per arrivare a casa poco prima delle 23.
La porta si era chiusa con violenza alle sue spalle e con quella fretta e noncuranza di chi ha altro per la testa. Aveva sbloccato il telefono. 23.01. Aveva fatto partire la chiamata e atteso con il cuore che non batteva un singolo battito. Poi aveva sentito lo scatto della comunicazione, il suo respiro. Poi un monosillabo: “¿ Hola?” Pronunciato come se non sapesse chi stesse chiamando, come se non avesse salvato il suo numero. Provocazione.
Un respiro, due respiri, la ripresa del controllo. “Ciao.” La voce era leggermente diversa, forse perché filtrata da uno strumento elettronico, ma comunque la sua voce, bassa, profonda, che le fece vibrare qualcosa nel basso ventre e cambiare immediatamente l’umidità del proprio sesso.
Anita, che era seduta a cavallo della zampa di Felpudo, gli airpods nelle orecchie e il telefono appoggiato lì vicino, si trastullava tra la sua voce e il pelo ispido, muovendosi lentamente, senza vergognarsi di lasciare trapelare quel respiro diverso.
“Ciao.” La risposta che per quanto tentava di essere controllata faticava a celare la felicità di sentirlo.
“Come stai?” chiese lui.
Lei chiuse gli occhi a quella domanda. Come stava? Bene e male. Avrebbe voluto sapere. Avrebbe voluto chiedere. Ma aveva paura di rompere tutto. Sperava in Amparo e prendeva tempo.
“Meglio,” rispose, poi dopo qualche secondo “adesso.” E fu la cosa più onesta che aveva detto in tutta la giornata.
Silenzio. I loro respiri, quasi avessero paura di confessare qualcosa.
Poi Dario disse semplicemente “Cosa hai fatto oggi?” Una domanda che poteva avere diversi significati. Uno dei quali era quello ovvio, quotidiano, di chi vuole sapere come è andata la giornata. Un altro era quello che Anita sentì nelle orecchie come una mano sul collo, leggera, ferma. La domanda di chi sa già qualcosa e vuole sentirselo chiedere.
Aumentando leggermente la pressione e la corsa del suo sesso contro il pelo ispido di Felpudo, lasciando che la voce non nascondesse il piacere che stava provando, decise di giocare la carta della provocazione fino in fondo. “Vuoi sapere,” ansimò, “cosa ho fatto oggi al B&B,” ansimò ancora, “oppure,” un mugolio di piacere, “vuoi sapere se mi sono toccata oggi?” Silenzio, mentre si concentrava nei movimenti contro la zampa dell’orso. “O quante volte ho pensato a te?”
Dario aveva ascoltato con le orecchie e con tutti gli altri quattro sensi. Poteva quasi sentire l’odore della sua figa bagnata in quel momento. Poteva immaginarla mentre si strusciava contro qualcosa, uno spigolo, un cuscino, o Felpudo. Il controllo quando si è vicini è più gestibile. Uno sguardo, un gesto, il tono della voce che cambia. Ma da lontano? Come poteva metterle una mano al collo? Come poteva afferrarla per i capelli? Come poteva farle sentire la mano che impattava su quel culo fatto per essere sculacciato?
“Anita,” pausa, un respiro che era quasi un rantolo, “stai giocando un gioco pericoloso.”
Anita non rispose. Continuò a muoversi, lasciando che i suoi respiri e i suoi gemiti riempissero quel silenzio che si stava caricando di tensione.
Se le avesse lasciato il controllo sarebbe stato spacciato. Sarebbe stato, come lo definivano quelli della vecchia scuola, dominato dal basso. Lei avrebbe avuto il controllo e gli avrebbe fatto fare quello che voleva. Non che la cosa gli spiacesse particolarmente, ma non era il momento. “Spiegami il dono che mi hai fatto. I capelli, in quel sacchetto, cosa gli hai fatto? Sanno di te, del tuo piscio.”
Anita tentò di rispondere senza smettere di muoversi, del resto lui non le aveva ordinato di fermarsi, e non voleva dirgli del rito. “Volevo che avessi dei ricordi di me. Sapevo che ti piacevano i miei ricci, e anche…” Inavvertitamente aveva cambiato angolo del bacino e la clitoride aveva incontrato una serie di peli più ruvidi che l’avevano portata al limite dell’orgasmo.
Dario colse l’attimo. “Se vuoi essere ancora mia, fermati. Fermati adesso.”
“Sì, Padrone.”
Respirò. Nella sua mente una decisione semplice: era il momento di ripartire dall’inizio.
“Cosa hai fatto oggi?” chiese di nuovo. Il tono era diverso questa volta, più deciso, quello che usava a Siviglia quando non ammetteva repliche. E questa volta Anita non riuscì a continuare il gioco.
“Più o meno le solite cose. Pulito e sistemato il B&B per i nuovi ospiti, preparato da mangiare.” Una pausa. “Ho provato a giocare da sola ma non è più la stessa cosa.” Confessò di getto.
Decise che era il suo momento di forzare la mano. “Come mai non è più la stessa cosa?”
Di nuovo silenzio, questa volta senza respiri affannati e mugolii. “In due è diverso.” Una pausa. “Con te era diverso, tu che mi dettavi i tempi.” La frase era palesemente tronca, ma questa volta lui le concesse di non andare oltre.
“Cosa ne pensi se provassimo a continuare a distanza?” Silenzio. “Un modo per non perdere questo legame.” Continuò. “È un’idea.”
Anita sentì il cuore accelerare mentre un sorriso le si dipingeva sul volto. Il primo passo della macumba stava facendo effetto. “Tu lo vuoi?”
“Non si risponde a una domanda con una domanda.” Il tono da maestro quasi la stava irretendo quando fu folgorata dalle parole che seguirono. “Tre sculacciate, tanto per iniziare a capire come funziona.”
Tra le cosce era diventato improvvisamente tutto più caldo.
“Conta. E le voglio sentire.”
Così erano iniziate le loro telefonate, la loro relazione a distanza. Ovviamente non era come quando lui era a Siviglia, che ad un certo punto della giornata compariva e, prendendo il controllo del suo corpo, del suo piacere e delle sue emozioni, la portava in uno stato che le risultava difficile da spiegare a parole. Ma almeno era lì, con lei, non l’aveva lasciata sola.
La mattina arrivava il buongiorno e le istruzioni. Il rito di lasciare che lui scegliesse cosa indossare, o comunque fargli vedere cosa aveva scelto di indossare. L’elenco dei compiti della giornata. Quanto bere, quanto e come pisciare, quante volte e come toccarsi.
I regali che arrivavano tramite i negozi online. Vestiti, vibratori e giocattoli sessuali, ma anche piccole attenzioni che le facevano capire come lui, da lontano, comunque, provasse a prendersi cura di lei. Ogni esigenza era ascoltata e risolta. A volte anche quasi troppo. C’era quella sua parte indipendente che reagiva a quel tipo di attenzione ma un’altra parte lo adorava. Era quasi come avere la lampada del genio. Bastava esprimere un desiderio e….
Dall’altra parte, Dario, più continuava, più sentiva quella mancanza, quella dipendenza. Sì, era bello, molto sentirla al telefono, gemere, godere, controllare il suo piacere, le sue giornate. Ma qualcosa mancava. Mancava la fisicità. Mancava il contatto. Mancava avere il totale controllo di quel corpo, di quella mente, del suo piacere.
La prima settimana era scivolata via quasi senza accorgersene. Quando Dario si era svegliato il sabato mattina alle sei ebbe l’impulso di andare a Linate a vedere a che ora partisse il primo volo per Siviglia. Poi aveva optato per una telefonata con Anita, facendola godere cinque volte e alla sesta godendo con lei. Ma per il resto del weekend era stato estremamente irrequieto. La domenica pomeriggio aveva aperto il computer e aveva iniziato a controllare una serie di cose di lavoro. Aveva aperto Word e aveva iniziato a digitare un dettagliato piano di lavoro. Programmi, azioni, numeri, previsioni.
Aveva infiocchettato il tutto e lo aveva inviato a Baraldi, chiedendo di discuterne quanto prima. Poi era tornato alla sua attività principale: provocare e controllare Anita.
Il lunedì mattina quando era arrivato in ufficio aveva addosso una tensione particolare, diversa da quella normale del lunedì. Baraldi lo aveva convocato subito dopo pranzo. Dario aveva guardato il panino sul tavolo della mensa senza toccarlo, il caffè lo aveva finito in due sorsi e aveva passato il resto del tempo a controllare i numeri un’ultima volta come se potessero cambiare tra una lettura e l’altra.
Quando aveva aperto la porta dell’ufficio di Baraldi, questi gli aveva già sventolato i fogli stampati in faccia prima ancora che potesse chiuderla. “Mi spieghi che cazzo significa questa cosa qui.” Tutto l’ufficio si era girato. Dario aveva chiuso la porta dietro di sé e da quel momento la gente aveva potuto solo spiare qualcosa attraverso le vetrate, perché per il resto l’ufficio era perfettamente insonorizzato.
C’erano volute quasi due ore, ma quando era uscito Dario aveva un sorriso quasi trionfale impresso sul viso. Sapeva che da quell’incontro, in un modo o in un altro, sarebbe uscito con quello che desiderava. Bisognava solo decidere come.
Baraldi si era attaccato al telefono, aveva convocato un paio di persone nel suo ufficio, mentre Dario rientrava nel suo. Veronica osservava ora l’uno, ora l’altro cercando di capire cosa stesse succedendo. Poi senza farsi troppi scrupoli e con quella consapevolezza stile Donna di Suits si alzò dalla scrivania e prese una cartella come se contenesse importanti documenti, con una camminata molto simile a quella di Donna si diresse nell’ufficio di Dario entrando senza nemmeno bussare. “Che cosa stai combinando? Non ho mai visto Baraldi in quello stato!”
Dario la fissò per qualche secondo. Vide le sue dita stringersi leggermente sulla cartella che teneva in mano, quel gesto involontario di chi cerca un appiglio. Era capitato più di una volta che lei si fosse fermata oltre l’orario di lavoro, dopo che Baraldi era andato a casa, e rimasti soli in ufficio fosse successo altro.
“Ho proposto una riorganizzazione della rete vendite a Baraldi.” Aveva sorriso, aveva lasciato, volutamente e voluttuosamente, che il suo sguardo accarezzasse il corpo di Veronica dall’alto in basso e poi di nuovo su. Poi aveva aggiunto “O lo accetta, o me ne vado.”
Veronica lo fissò per qualche secondo. Non era sorpresa dalla mossa, conosceva Dario abbastanza da sapere che era capace di tutto quando voleva qualcosa. Era sorpresa dal tono, da quella calma assoluta con cui aveva detto una cosa che avrebbe fatto tremare chiunque altro.
Si avvicinò alla scrivania e disse quello che aveva in testa. “Cosa ti è successo a Siviglia? Sei tornato diverso.”
Dario alzò gli occhi dal monitor. “Hai presente quando ti succede qualcosa che non ti aspetti?” Non aspettò la risposta. “Ecco. È stato così.”
Veronica capì che non avrebbe ottenuto altro. Conosceva quel muro, sapeva quando era inutile spingere. Si girò verso la porta.
“Veronica.” La fermò senza alzarsi. Lei si voltò. “Grazie.”
Veronica fece un cenno con la testa. Uscì, richiudendo la porta dietro di sé.
Non drasticamente, ma Anita si accorse che le istruzioni avevano cambiato tono, tornando verso lo stile di quando lui era a Siviglia, una decina di giorni prima. Nei giorni scorsi spesso le aveva concesso, o addirittura ordinato, di godere. Ora aveva ricominciato a spingerla verso il limite per poi fermarla di colpo, lasciandola sospesa, vibrante, con quel vuoto acido nel ventre che conosceva bene e che aveva imparato quasi ad amare. La cosa non le dispiaceva. La incuriosiva. C’era un disegno dietro quel cambiamento, lo sentiva, e non riusciva a leggerlo.
Aveva ricominciato a chiederle video. Lei che urinava, nei posti e nelle posizioni più assurde che gli passavano per la testa. L’aveva mandata di nuovo di notte nei parchi. Sotto quel ponte dove l’aveva fatta godere la prima volta. Sulle ortiche. In piedi come un uomo, le gambe divaricate, la schiena dritta. Addosso a se stessa nella doccia, contando i secondi per interrompersi, riprendere, interrompersi di nuovo, il corpo che imparava un’obbedienza che la mente fingeva ancora di discutere.
Le mutande erano diventate un lusso occasionale. Il plug era praticamente fisso per quasi tutta la giornata, una presenza costante che la teneva in uno stato di consapevolezza permanente del proprio corpo.
La notte il collare era il suo pigiama, mentre dormiva abbracciata e avvinghiata al suo cuscino viola o a Felpudo, a seconda di quello che lui le concedeva.
Spesso anche il lush le faceva compagnia, le vibrazioni improvvise che lui comandava da duemila chilometri di distanza e che la facevano sussultare mentre rifaceva i letti, mentre serviva la colazione agli ospiti, mentre fingeva una normalità che non le apparteneva più. Non era come averlo lì. Ma era decisamente meglio che non avere nessuno.
E poi, ogni notte, mormorava qualcosa ad Amparo. Le chiedeva aiuto. Le ricordava la promessa. Le chiedeva scusa se non era riuscita a mantenere il fioretto di non godere. Ma non era colpa sua. Il suo padrone glielo aveva ordinato, “e lei non poteva fare altro che obbedire.
Il sabato mattina era iniziato tranquillo. Dario le aveva detto che era stanco, che avrebbe dormito di più quella mattina e che quindi si sarebbero sentiti sul tardi. Sapeva che aveva avuto una settimana intensa, piena di riunioni, con serate che finivano sempre troppo tardi. Le aveva spiegato brevemente che stava riorganizzando un reparto in azienda, ma che presto sarebbe stato diverso. Quel “presto sarebbe stato diverso” lei se lo era rigirato in testa per giorni, senza riuscire a decidere cosa significasse, se fosse una promessa o solo una frase per riempire un silenzio.
Avevano servito le colazioni agli ospiti con la solita allegria. Poi avevano iniziato a sistemare le camere per i nuovi arrivi. La normalità più normale. Una giornata piatta, senza di lui, una di quelle giornate in cui il corpo fa le cose che ha sempre fatto mentre la mente è da un’altra parte, appesa a uno schermo. Anita continuava a controllare il telefono, sperando in un suo messaggio, anelando a quel buongiorno che ormai era diventato il vero inizio delle sue giornate, più dell’alba, più del caffè.
Dopo una certa ora aveva provato a stuzzicarlo. Gli aveva mandato un video in cui faceva pipì per lui, per il suo padrone. Una foto del culo dove brillava il finto gioiello del plug. Un altro video in cui si infilava il lush, sussurrandogli che aspettava con ansia il suo risveglio. Aveva premuto invio ogni volta con quel piccolo brivido di chi si espone, di chi consegna un pezzo di sé e aspetta che venga raccolto.
Ma non era arrivato nulla. Anzi, non era nemmeno comparsa la seconda spunta, come se il telefono fosse spento. Continuò a dirsi che stava solo dormendo, che era stanco, che se l’era meritato quel riposo. Ricominciò a rifare i letti, a piegare gli asciugamani, a controllare lo schermo ogni due minuti con la scusa di guardare l’ora. Ma ogni volta che lo riaccendeva e trovava le stesse due spunte grigie, immobili, qualcosa dentro di lei si stringeva di un millimetro in più. Non era ancora paura. Era quella cosa che viene prima della paura, quel silenzio nello stomaco che impari a riconoscere e che speri sempre di avere interpretato male.
Blanca e Jimena avevano notato che il suo umore era progressivamente mutato verso il cupo. Era sempre più nervosa e le risposte arrivavano distratte o quasi rabbiose. Blanca, che sapeva quasi sempre come prenderla, le si avvicinò cercando di capire cosa stesse succedendo. Poi tornò da Jimena e le sussurrò “È tutta mattina che non lo sente.” alzando gli occhi al cielo. Jimena dovette fare uno sforzo per non scoppiare a ridere, per quanto Blanca era risultata buffa.
Il suono del campanello attirò l’attenzione di tutte e tre: il primo cliente.
“Vado io.” La voce di Anita, perentoria, non ammetteva repliche. Il suono della porta che si apriva. Un silenzio strano, sospeso, di quelli che fanno alzare la testa anche a chi è in un’altra stanza. Poi un urlo. “Che cazzo ci fai qui?”
La voce di Anita arrivò fino in cucina, spezzata, troppo acuta, di quelle che fanno pensare a una disgrazia più che a una sorpresa. Blanca e Jimena lasciarono cadere quello che avevano in mano e corsero in corridoio con il cuore in gola.
Quello che trovarono fu Anita immobile sulla soglia, una mano aggrappata allo stipite come se le servisse per restare in piedi. Davanti a lei una figura che era più un’ombra irriconoscibile, data la luce che la illuminava alle spalle. “Speravo in un’accoglienza diversa.”
Anita fece un passo indietro, l’uomo un piccolo passo in avanti, e la luce gli scoprì il viso.
“¡No me jodas!” sfuggì a Jimena, prima ancora di rendersene conto.
“¡Madre mía!” sussurrò Blanca, le mani che le salivano alla bocca.
“Avrei anche prenotato una stanza a nome Mario Rossi.” Un sorriso furbo gli si dipingeva sul viso, mentre Anita si girava verso le amiche senza riuscire a proferire parola, e poi di nuovo verso di lui.
“Che cazzo vuol dire che hai prenotato una stanza? Qui da noi?”
“La villetta è occupata fino a lunedì, poi mi posso trasferire di nuovo lì.” Una piccola pausa, guardando le due donne con quel sorriso che non lo abbandonava. “Per i prossimi dodici mesi.” Aggiunse.
Le tre donne si guardarono di nuovo. La pragmatica Blanca prese in mano la situazione.
“Anita, che ne dici se ci accomodiamo tutti in cucina?” disse spingendo dentro Jimena. “Offriamo un caffè per tutti, così ci spiega meglio tutto.”
Anita non sapeva dove mettere quello che le stava succedendo dentro. Era come se qualcuno avesse rovesciato un cassetto pieno di emozioni sul pavimento e ora dovesse raccoglierle una per una senza riuscire a distinguerle. C’era la gioia, prima di tutto, una gioia che le saliva dal petto e le premeva dietro gli occhi, di quelle che non sai se ti faranno ridere o piangere. E insieme la sorpresa, lo stordimento di chi credeva di sapere come sarebbe andata la giornata e si ritrova il mondo capovolto sulla soglia di casa.
Poi la confusione. Le domande che si accavallavano senza ordine: da quando lo sapeva, perché non glielo aveva detto, cosa significava quella valigia, cosa significavano quei dodici mesi. La mente correva e inciampava, incapace di tenere il passo di quello che gli occhi continuavano a confermarle. Era lui. Era davvero lui.
E sotto tutto, in quel punto basso e familiare che la tradiva sempre, l’eccitazione. Bastava la sua voce, bastava quel sorriso, bastava la sua presenza fisica a un metro di distanza dopo due settimane di schermi e di vibrazioni comandate da lontano, perché il corpo si ricordasse esattamente a chi apparteneva. Lo sentiva accendersi adesso, davanti alle amiche, nel momento più sbagliato, mentre avrebbe voluto essere lucida e invece era solo carne che riconosceva il proprio padrone.
Il rito di Amparo aveva funzionato? Era il pensiero che galleggiava sopra tutti gli altri, assurdo, infantile, irresistibile. Aveva pisciato sui propri capelli in una doccia e adesso lui era qui. La parte razionale sapeva che era stato il lavoro, le sue decisioni, la riorganizzazione. L’altra parte, quella più antica, quella che custodiva ancora un fiore di Jacaranda dentro una scatola, sorrideva e diceva piano: te l’avevo detto.
Passarono solo pochi minuti di imbarazzo prima che Blanca appoggiasse quattro bicchieri pieni di ghiaccio davanti a ognuno. Il rumore dei cubetti contro il vetro era l’unico suono in quella stanza che di solito traboccava di voci. Poi tornò con la caffettiera che borbottava ancora e quattro tazze.
Anita si era seduta di fronte a Dario, il tavolo di legno graffiato in mezzo a loro come un confine che nessuno dei due sapeva ancora se attraversare. Lo guardava e non riusciva a smettere, come si fissa una cosa per convincersi che è reale. Lui aveva tolto la giacca, l’aveva appoggiata allo schienale con quella cura misurata che metteva in ogni gesto, e adesso la osservava di rimando, calmo, padrone della scena come lo era sempre stato.
Jimena si era seduta a un’estremità del tavolo, le braccia incrociate, e li studiava entrambi con l’espressione di chi assiste a qualcosa che vale più di qualsiasi telenovela.
Blanca versò il caffè caldo nelle tazze, zuccherò la propria e la rovesciò sul ghiaccio. I cubetti crepitarono, si incrinarono, il liquido scuro si raffreddò all’istante in un piccolo turbine. Anita e Jimena ripeterono il gesto. Per ultimo Dario fece lo stesso, ma senza zucchero. “Lo bevo amaro.” Mormorò.
“Allora.” Blanca si sedette. “Signor Mario Rossi.” Prese un sorso. “O preferisci che ti chiamiamo Dario?” Sorrise. “Spiega.”
Dario sollevò il bicchiere e fece roteare il liquido perché si raffreddasse meglio. Prese un sorso, poi un secondo. Gli serviva un momento per mettere in ordine i pensieri, per gestire l’emozione.
“Ho convinto il mio capo che…” Sapeva che contava anche l’opinione di Jimena e Blanca, ma decise di guardare Anita dritta negli occhi. Era a lei che doveva una spiegazione. Era per lei che aveva fatto tutto quel casino. “Ho convinto il mio capo che posso continuare il mio lavoro da qui, da Siviglia. Faccio quello che facevo prima e intanto seguo il nuovo commerciale che ho selezionato mentre ero qui la settimana scorsa.”
Nessuna delle tre donne fiatava. Anita sembrava attonita, le dita strette intorno al bicchiere gelato, l’unica cosa fredda in un corpo che andava a fuoco. Jimena aveva gli occhi ridotti a due fessure e lo studiava, cercando la crepa, la menzogna, qualcosa che non tornasse. Blanca era l’unica che lo ascoltasse senza armatura, con quella sua dolcezza che leggeva le persone meglio di qualsiasi sospetto.
“Mi ha concesso una prova fino a fine anno.” Una pausa. Posò il bicchiere, lentamente, come a dare peso a quello che veniva dopo. “Ma se funziona, resto.”
Lasciò che le due parole si depositassero. Resto. Non era una promessa, lui le promesse le pesava sempre prima di farle. Era qualcosa di più nudo: una scommessa fatta a voce alta, davanti a tre testimoni, in una cucina che sapeva di caffè e di ghiaccio che si scioglieva.
Anita aprì la bocca. Non uscì niente. La richiuse. Sotto il tavolo, dove nessuno poteva vedere, le sue gambe si erano strette l’una contro l’altra, e quel calore basso e insistente che la accompagnava da due settimane adesso pulsava con una violenza nuova, perché non era più una voce in un auricolare, non era più un comando arrivato da duemila chilometri. Era lì. Bastava allungare una mano.
Parlò di nuovo la voce della coscienza, Blanca. “E cosa ti ha fatto decidere di fare tutto questo casino?”
Le dita di Dario giocavano con il bicchiere, facendo tintinnare piano il ghiaccio ormai ridotto a schegge trasparenti. Gli occhi non si erano mai staccati da quelli di Anita, nemmeno per un istante, nemmeno per cortesia verso chi aveva fatto la domanda. “Il lavoro.” Un sorso, lento. “Siviglia.” Un altro. Poi posò il bicchiere e la sua voce perse ogni traccia di leggerezza, si fece bassa, di quelle che non lasciano spazio al dubbio. “Soprattutto tu.”
Lo disse ad Anita, solo ad Anita, come se nella stanza non ci fosse più nessun altro. E Anita lo sentì atterrare da qualche parte sotto lo sterno, in quel punto dove le parole vere fanno male prima ancora di fare piacere.
Blanca si alzò in silenzio. Un’occhiata a Jimena, che in un primo momento scosse la testa, poi fulminata dallo sguardo di Blanca si alzò anche lei. Le due protettrici di Anita scivolarono fuori dalla stanza, chiusero la porta, ma restarono appena lì dietro, nel caso ci fosse bisogno.
“Perché non me lo hai detto?” Anita aveva piegato la testa da un lato. “Perché non me lo hai chiesto?”
Dario le sorrise. “Mi piace fare le sorprese.” Disse con calma. “E non pensavo di doverti chiedere il permesso.” Aggiunse abbassando la voce.
Dario girò la sedia, in modo che le gambe restassero fuori dal tavolo. “Facciamo così. Se vuoi che resti, basta che venga qui.” Disse battendo la mano sulla sua coscia. “Se vuoi che me ne vada, basta che raggiunga le tue sorelle dietro la porta. Prometto che me ne andrò e non ti importunerò più.” Pronunciare quell’ultima frase lo fece agitare un poco. Quasi avesse paura.
Anita rimase immobile. Non perché stesse cercando di decidere. Semplicemente perché le gambe le tremavano a tal punto che non riusciva a mettersi in piedi. Prese un lungo respiro e poi con uno sforzo si alzò. Camminò lentamente verso di lui, lo sguardo basso. Si fermò esattamente davanti a lui. Si abbassò quel tanto che le bastò per afferrare il bordo della gonna e sollevarla.
“Non hai nemmeno controllato i messaggi sul telefono quando sei atterrato.”
Gli disso mostrandogli prima il plug, poi il lush. Poi si sedette ubbidiente sulla sua coscia. “Mi siete mancato padrone.
Dario girò la sedia, in modo che le gambe restassero fuori dal tavolo. “Facciamo così. Se vuoi che resti, basta che venga qui.” Disse battendo la mano sulla sua coscia. “Se vuoi che me ne vada, basta che raggiunga le tue sorelle dietro la porta. Prometto che me ne andrò e non ti importunerò più.” Pronunciare quell’ultima frase gli costò più di quanto avesse previsto. La voce gli si abbassò di un’ottava, le dita strinsero appena il bracciolo. Quasi avesse paura.
Anita rimase immobile. Non perché stesse cercando di decidere. Semplicemente perché le gambe le tremavano a tal punto che non riusciva a mettersi in piedi. Prese un lungo respiro e poi con uno sforzo si alzò. Camminò lentamente verso di lui, lo sguardo basso. Si fermò esattamente davanti a lui, si abbassò quel tanto che le bastò per afferrare il bordo della gonna e sollevarla.
“Non hai nemmeno controllato i messaggi sul telefono quando sei atterrato.”
Gli disse mostrandogli prima il plug, poi il lush. Poi si sedette ubbidiente sulla sua coscia. “Mi sei mancato, padrone.”
La mano destra di Dario scivolò tra i capelli di Anita, la attirò a sé. La baciò lentamente, come la prima volta nella villetta, gustando le sue labbra, cercando la sua lingua, perdendosi di nuovo in quel sapore che aveva imparato a memoria a duemila chilometri di distanza. Anita si abbandonò al bacio, a lui, a quel modo che aveva di tenerle la nuca come a dirle sei mia ma anche sei al sicuro. “Quindi è un sì?” le chiese, sorridendo contro la sua bocca. “Sì, Padrone.”
Anita si alzò dalla coscia di Dario con la stessa lentezza con cui ci si stacca da una cosa che si rimetterà al suo posto tra pochi minuti. Gli tese la mano. Non disse nulla. Lui la prese.
“Vieni.” Mormorò.
Aprirono la porta della cucina e si trovarono davanti Jimena e Blanca, abbracciate nel corridoio come due ragazzine alla fine di un film romantico. Avevano gli occhi lucidi. Quando li videro uscire mano nella mano, si scambiarono uno sguardo veloce e sorrisero, lasciando che fosse il silenzio a dire tutto quello che sarebbe stato di troppo da pronunciare.
Anita non si fermò. Tirò Dario per mano verso le scale, e lui si lasciò portare, lui che non si lasciava portare mai. Salirono uno dietro l’altra. I gradini di legno scricchiolavano sotto di loro, lo stesso rumore di sempre, ma adesso suonava diverso, suonava come l’inizio di qualcosa che non si scrive nei contratti d’affitto né nelle prenotazioni a nome Mario Rossi.
Sul pianerottolo Anita si fermò davanti alla sua porta. La mano sulla maniglia, le dita che esitarono per un secondo. Era la prima volta che lei lasciava entrare un uomo in quella stanza. Quel piccolo mondo di segreti che lui le aveva letto addosso al primo sguardo trovava finalmente il posto dove era nato.
Adesso lui sarebbe entrato.
Aprì la porta.
L’aria della stanza la accolse come sempre: il suo profumo, la sua disordinata familiarità, il letto rifatto male, il cuscino viola al suo posto. E Felpudo, sul baule pieno dei suoi regali, che li guardava arrivare con quegli occhi di vetro che non si stupivano più di niente. Sembrava addirittura sorridere.
Anita lo lasciò entrare per primo. Si appoggiò allo stipite, le braccia incrociate, e lo guardò mentre lui prendeva possesso dello spazio con quel suo modo lento, attento, da uomo che entra in un posto per la prima volta ma con la naturalezza di chi sa già dove appoggiare la giacca.
Si girò verso di lei e la guardò. Quello sguardo che le scioglieva qualcosa nelle vertebre prima ancora di passare per il cervello.
Con pochi gesti Anita fece cadere il vestito ai suoi piedi. Rimase nuda. Un passo avanti e si inginocchiò, allargò le ginocchia, appoggiò le mani su di esse. Cercò lo sguardo di Dario, poi lo guidò verso il cuscino, dove il collare li aspettava. Abbassò lo sguardo in perfetta posizione Nadu.
Dario sentì un fremito piacevole salirgli dallo stomaco fino al cervello. Si mosse lentamente, prese il collare, glielo allacciò.
“È una settimana che non hai un orgasmo.” Disse con un tono divertito.
“Aspettavo te, Padrone.”
Jimena e Blanca li rividero il lunedì mattina, per colazione.